This content is available in English

Sassoli: portare a termine il cantiere-Europa. Un pilastro sociale per la “casa comune”

Il vicepresidente del Parlamento europeo traccia un bilancio della legislatura che si chiude e riflette sul futuro dell'Ue in vista delle elezioni del 23-26 maggio. "La vera questione, oggi, è cambiare le politiche comunitarie per renderle più rispondenti alle attese dei cittadini". Ma i governi frenano l'integrazione. La politica sia al servizio delle persone più fragili "perché, come dice Papa Francesco, i poveri non possono aspettare"

L’Ue? “È come un’assicurazione per i cittadini e per gli Stati europei, specialmente adesso, in un mondo globalizzato, con sfide enormi di fronte alle quali ciascun Paese, da solo, non avrebbe voce in capitolo”. David-Maria Sassoli, giornalista, volto televisivo noto al pubblico italiano, è stato direttore del Tg1. Nel 2009, dieci anni fa, è stato eletto europarlamentare nelle fila del Partito democratico. Oggi è vicepresidente dell’Assemblea di Strasburgo, ruolo che gli consente un osservatorio privilegiato sulla politica internazionale. Europeista convinto, analizza per il Sir lo scenario attuale in vista delle elezioni del 26 maggio.

Brexit imminente, forti venti nazionalisti, elezioni dietro l’angolo… A che punto siamo con l’integrazione europea? C’è ancora bisogno della “casa comune” che molti contestano?
Sì, la casa comune è necessaria, semmai occorre ristrutturarla e portarne a termine il cantiere: è un processo politico rimasto a metà. Nell’Unione europea i governi nazionali pesano troppo rispetto ai cittadini e al Parlamento che li rappresenta. E molti governi frenano l’Unione. La vera questione è cambiare le politiche comunitarie per renderle più rispondenti alle attese degli stessi cittadini.

Quali politiche?
Ad esempio la politica fiscale. Serve una convergenza in questo settore per completare il mercato unico, per evitare il dumping, per favorire le imprese e il lavoro. E poi dobbiamo serrare i ranghi, su scala europea, nella lotta alla disoccupazione, che preoccupa le famiglie e non consente un futuro sereno ai giovani: per tale ragione è strategico un fondo Ue per le imprese sfidate dalla globalizzazione. Dobbiamo puntare su politiche industriali che, valorizzando il know how europeo, la ricerca e l’innovazione, creino sviluppo e crescita. Sono azioni correlate tra loro, compresa una nuova politica comune nel settore energetico. Ma i cittadini chiedono anche sicurezza, per la quale è tempo di realizzare una difesa comune. Ai primi posti della politica europea porrei inoltre la creazione di un solido “pilastro sociale” per rafforzare ed estendere i diritti e così migliorare la qualità della vita.

Nel frattempo monta il pericolo dei nazionalismi. Come rispondere?
Dice bene, i nazionalismi sono un pericolo. Sono portatori di interessi parziali, persino di interessi esterni all’Europa. Non dobbiamo credere a chi vuole fare passi indietro, rialzando muri, dogane e barriere. Così si indeboliscono gli Stati e si disgrega l’Europa edificata dal dopoguerra ad oggi, che ha consentito pace e benessere. Anche per questa ragione le elezioni di maggio sono importanti: per dare una nuova visione dell’Europa. Abbiamo dinamiche mondiali che, ogni giorno, ci entrano in casa; l’Europa deve riscoprire la sua vocazione e il suo impegno per “umanizzare” la globalizzazione sulla base di valori condivisi: giustizia, solidarietà, uguaglianza, dignità della persona. Ecco perché dico che l’Ue può essere una sorta di assicurazione sulla vita per i suoi cittadini e per gli Stati membri, e al contempo un autorevole attore internazionale. Più volte Papa Francesco ha delineato questo profilo per l’Unione europea.

Eppure gli europei non sentono “vicina” l’Ue, il senso della cittadinanza europea è debole. Si auspica una “nuova narrazione”: come raccontare quest’Europa?
Non è semplice parlare dell’Unione europea. Il contesto non è favorevole e fra l’altro si tratta di una costruzione complessa, avvertita come “lontana”. In più c’è un atteggiamento comprensibile, ma che non favorisce il senso di appartenenza: diamo infatti per scontata la sua esistenza, come fosse un traguardo raggiunto per sempre. Non è così: come ogni esperienza politica, l’Ue ha bisogno di essere compresa, rinnovata, rilanciata rispetto a problemi e tempi nuovi. Diamo per scontati, ad esempio, i diritti e le libertà di cui, come europei, abbiamo finora potuto beneficiare. Ma molte persone nell’est europeo hanno ancora il ricordo vivo dei regimi non democratici. Ecco, ritengo sia sempre doveroso difendere i principi fondamentali sui quali è nata la Comunità europea e, sulla base di questi, realizzare politiche efficaci perseguendo il bene comune.

Esiste un demos, un popolo europeo? Qualcosa che ci unisce prima e oltre le istituzioni politiche?
È l’idea, il valore della persona. In ciascuno dei Paesi Ue ad ogni persona sono assicurati eguale dignità, pari diritti, libertà fondamentali. Le differenze di sesso, religione, opinione politica non costituiscono fonte di discriminazione. Non voglio fare demagogia, ma queste sono acquisizioni essenziali, che fanno dell’Unione europea, oggi, uno spazio unico al mondo. E sono esiti che derivano dalle nostre storie, tradizioni e culture le quali, pur diverse, hanno punti in comune incontrovertibili.

Alle prossime votazioni per l’Europarlamento saranno chiamati 370 milioni di elettori, fra cui per la prima volta 23 milioni di giovani: un messaggio per loro?
Nel mondo globale con l’Europa si vive meglio, più sicuri e protetti, con elevati standard di vita: un confronto con altre regioni del pianeta lo dimostra. Di sicuro dobbiamo fare meglio, all’interno dell’Ue, con nuove opportunità per i cittadini, per una maggiore giustizia sociale. E poi sul piano esterno è urgente favorire pace e sviluppo in Africa, il cui destino si incrocia con quello dell’Europa. I flussi migratori lo dimostrano.

Fra tre mesi, dunque, voteremo. Può ricordarci tre o quattro obiettivi raggiunti in questi cinque anni di legislatura?
Citerei il potenziamento degli strumenti per rispondere alle crisi finanziarie; il lavoro legislativo sulle nuove economie (pensiamo all’economia circolare); il miglioramento degli standard della politica agricola, la riforma del settore ferroviario, il significato dell’accordo commerciale con il Canada… Non trascurerei la revisione del Trattato di Dublino: in questo ambito il Parlamento ha fatto la sua parte per stabilire che i migranti che giungono in Italia in realtà arrivano in Europa e dunque i flussi migratori vanno gestiti in sede europea: ma qui il Consiglio, cioè i governi, s’è messo di traverso e blocca la riforma. Così la politica migratoria continua a essere gestita a livello nazionale e non esiste una politica migratoria comune. Ritengo inoltre che in questi anni si siano intraprese azioni a favore degli ultimi, delle persone più fragili: un’Europa di pace e unita è, di fatto, una precondizione necessaria proprio per poter esprimere solidarietà ai poveri, a chi è nel bisogno. Perché, come dice Papa Francesco, i poveri non possono aspettare.

Altri articoli in Europa

Europa