La ricetta di Conte per la nuova Europa: rimettere il “popolo” al centro

Il premier italiano interviene nell'emiciclo del Parlamento europeo con un discorso sul futuro dell'integrazione comunitaria. Denuncia una Ue distante dai cittadini e segnala alcuni settori in cui è richiesta una maggiore cooperazione tra gli Stati, a partire dalle migrazioni. Gli errori - secondo il premier - di trent'anni di politica in Italia e su scala continentale. In aula bagarre, accuse e repliche piccate

Strasburgo, 12 febbraio: il premier Giuseppe Conte interviene al Parlamento europeo (foto SIR/Marco Calvarese)

“Se vogliamo che l’Europa rimanga il nostro futuro comune, è il momento di far seguire alle parole i fatti, avviando insieme un percorso per una nuova Europa, un’Europa del popolo, più solidale, più inclusiva, più equa, in definitiva più democratica. L’unica in cui i cittadini di oggi e di domani meritano di vivere”. Il “popolo”, parola citata 13 volte, è il fulcro del discorso del premier italiano Giuseppe Conte nell’emiciclo del Parlamento europeo. Invitato dall’Assemblea di Strasburgo a svolgere, martedì 12 febbraio, un dibattito sul futuro dell’Europa, il presidente del Consiglio ha denunciato ritardi e “malanni” della costruzione europea, provando al contempo a indicare alcuni settori prioritari nei quali ricostruire, praticamente ex novo, quest’Europa “distante dai cittadini”.

“In un mondo globalizzato, nel quale l’economia sembra avere preso il sopravvento sulla politica e sul diritto”, “dobbiamo interrogarci sulla funzione di cui è investita l’Unione europea, sul ruolo che essa può svolgere, tenuto conto che gli Stati nazionali e, quindi, i medesimi Stati membri, da soli, non sono in grado di rispondere alle complesse sfide globali”. Dunque Conte rifiuta la logica nazionalista, la chiusura negli egoismi particolari, e chiede all’Ue, agli altri Stati membri, di ritrovare la strada di un percorso comune vantaggioso per tutti, vicino ai cittadini, capace di rispondere alle sfide dell’era contemporanea. “Abbiamo il compito – dice esplicitamente – di rilanciare il progetto europeo, facendogli riacquistare credibilità e coesione, in modo da accrescerne la sostenibilità, l’efficacia, la plausibilità”.

Ma da che parte ricominciare? “Le grandi domande alle quali siamo tutti chiamati a rispondere sono domande di senso”, afferma in un emiciclo non proprio ben disposto verso il governo italiano, bollato – a torto o a ragione – di “euroscetticismo”: “quale Europa vogliamo? Di quale Europa abbiamo bisogno?”, si chiede Conte. E torna a ripetere: “Siamo, dovremmo essere, innanzitutto un popolo. Il popolo europeo”. Ma il progressivo avanzamento nel percorso di integrazione “ci ha reso realmente popolo, comunità di destino, al di là di ogni fictio giuridica?”. Il percorso di definizione e di costruzione di un “popolo europeo ha vissuto momenti significativi di avanzamento”, e il premier ne cita alcuni, in primis la libertà di circolazione, senza trascurare la dimensione giuridica nonché l’“irreversibile, feconda contaminazione culturale e sociale. Abbiamo sempre più integrato i nostri sistemi economici, i nostri modelli educativi, le nostre legislazioni sociali, cedendo spazi di sovranità e trasferendo competenze via via sempre più importanti dagli Stati all’Unione”. Nonostante tutto questo, “non siamo riusciti ancora a diventare veramente e compiutamente un popolo, non abbiamo avuto il coraggio di costruire un modello inclusivo che, realisticamente, al di là di ogni retorica, favorisse la creazione di un demos europeo”.

Di chi la responsabilità? Il dito è puntato su 30 anni di politica, in Italia e in Europa. “Soprattutto a partire dal 1989, è mancata – salvo alcune isolate eccezioni – una visione autenticamente politica dell’Unione europea, una prospettiva di lungo periodo, orientata al futuro, senza la quale ogni progetto si arena, ogni sogno scolora, sopraffatto dalla ordinaria amministrazione. È mancato lo slancio ‘profetico’, che invece conobbero i grandi statisti del secondo dopoguerra”. Dopo i padri fondatori, negli anni ’50 del Novecento, si giunge alla caduta del Muro di Berlino: da lì all’oggi, per Conte, sembra aprirsi una lunga parentesi di pessima politica. E specifica: “Ad aggravare questa assenza di visione prospettica, negli ultimi trent’anni, la governance europea si è fortemente ancorata alla pura dimensione economica, in una visione univocamente orientata all’attuazione di indirizzi liberisti, tesi a favorire privatizzazione di servizi e beni essenziali, riduzione della regolamentazione in settori economici vitali, contrazione del sostegno sociale e delle politiche di welfare, che hanno accresciuto le diseguaglianze nella ricchezza e nelle opportunità”. Trent’anni, dunque, di strade sbagliate? La politica europea, di fronte a una recessione economica “senza precedenti, si è ritratta impaurita al di qua della fredda grammatica delle procedure, finendo col perdere progressivamente il contatto con il suo popolo e rendendo sempre più incolmabile la distanza, che non è solo geografica, tra Bruxelles e le tante periferie del continente”. L’analisi del premier è impietosa verso coloro che, in Italia e in Europa, lo hanno preceduto: “la potente carica oppositiva che il popolo europeo, nelle sue diverse declinazioni, sta manifestando nei confronti delle élites parla alle nostre coscienze e ci ricorda che la politica, troppo asservita alle ragioni dell’economia, ha mancato il suo compito, ha abdicato alla sua missione”. Il “popolo”, “riaffacciatosi prepotentemente sul palcoscenico della storia, chiede con urgenza di essere finalmente ascoltato”.

Occorre un nuovo “europeismo”, il quale “presuppone inevitabilmente un ripensamento radicale delle forme e degli istituti che hanno caratterizzato la storia dell’integrazione degli ultimi trent’anni”. La ricetta di Conte, accennata per sommi capi, prevede ad esempio un unico seggio Ue al Consiglio di sicurezza Onu; una “nuova interlocuzione” con gli Usa di Trump; un occhio di riguardo per Cina e Russia; l’integrazione della difesa; una gestione solidale delle migrazioni con un approccio “non emergenziale” (il capitolo più lungo del discorso in aula); una rafforzata governance economica, che non disdegni il rigore ma che punti soprattutto alla crescita. Il premier tocca altri temi: innovazione, digitale, istruzione, commercio equo su scala mondiale, impegno internazionale contro i cambiamenti climatici. Per poi ritornare, nuovamente, alla medesima chiave di lettura: “l’Europa dev’essere vicina ai suoi popoli”. Lo scenario europeo, specifica, “è esplicito nell’indicare una diffusa sfiducia e disillusione dei cittadini. Il Governo che ho l’onore di presiedere nasce dalla volontà di venire incontro, con priorità, alla urgente domanda di cambiamento dei cittadini italiani, con risposte che – per troppo tempo – la politica non è riuscita a offrire. Anche a livello europeo, come ho detto all’inizio, questa istanza di cambiamento deve essere compresa e trovare adeguata rappresentanza”.

Al termine del discorso dell’oratore, sono seguiti gli interventi dei capigruppo e di numerosi eurodeputati. Molti dei quali fortemente critici verso il governo giallo-verde (soprattutto su gestione delle migrazioni, sostenibilità dei conti pubblici e della politica economica, politica estera), altri, dai banchi dei rappresentanti di Lega e Movimento 5 Stelle, a pieno sostegno della linea governativa. Conte ha respinto con vigore le accuse di essere “un burattino” nelle mani dei due partiti di governo e ha rilanciato le novità che il governo starebbe introducendo nella politica italiana. Ma, come quasi sempre accade sulla scena internazionale, lo scontro tra fazioni pro o contro il governo nazionale ha messo in piazza uno dei mali del Paese: la difficoltà di convergere verso un bene comune superiore, sia esso italiano o europeo. Anche in questo caso, si è persa una buona occasione per dare dell’Italia un’immagine diversa dal consueto.

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