Ilva: le reazioni alla sentenza della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo

La Corte europea per i diritti umani di Strasburgo (Cedu), nel ricorso che 182 cittadini hanno presentato contro il governo italiano per i danni subìti a causa delle emissioni nocive provenienti dall’Ilva, dice che sono stati infranti gli articolo otto e tredici. Il colosso dell’acciaio grande una volta e mezzo la città, da pochi mesi tornato nelle mani di privati dopo un lungo periodo di commissariamento statale, avrebbe dunque compromesso la salute dei tarantini, con la connivenza dello Stato, impegnato a tutelare gli interessi della fabbrica piuttosto che dei cittadini

La gioia di Francesco Corbella, il primo firmatario del ricorso, è l’espressione più autentica e tangibile della notizia che arriva a Taranto e corre veloce di bocca in bocca. L’Europa dà ragione ai tarantini sui veleni prodotti dal siderurgico. La Corte europea per i diritti umani di Strasburgo (Cedu), nel ricorso che 182 cittadini hanno presentato contro il governo italiano per i danni subìti a causa delle emissioni nocive provenienti dall’Ilva, dice che sono stati infranti gli articolo otto e tredici. Il colosso dell’acciaio grande una volta e mezzo la città, da pochi mesi tornato nelle mani di privati dopo un lungo periodo di commissariamento statale, avrebbe dunque compromesso la salute dei tarantini, con la connivenza dello Stato, impegnato a tutelare gli interessi della fabbrica piuttosto che dei cittadini.

L’Italia ha novanta giorni di tempo per appellarsi alla sentenza.

“Abbiamo accolto la notizia con entusiasmo e soddisfazione. Nel 2013 – racconta Daniela Spera di Legamjonici, prima promotrice del ricorso alla Cedu – eravamo in 52 ad aver scommesso su questa avventura giudiziaria e non ci speravamo più. Invece è una vittoria collettiva ed un riconoscimento importante che dimostra che c’è stata una violazione dei diritti dei cittadini di Taranto, da parte del governo italiano. È un segnale positivo. Non ci sentiamo più soli e questa sentenza ci incoraggia ad andare avanti per chiedere giustizia per i tarantini. Si apre inoltre un precedente giuridico che potrà valere anche per altri casi analoghi nel resto d’Europa”. “Da oggi l’Europa chiede all’Italia di fare qualcosa. Non entra in merito del come ma chiede che risolva la situazione – spiega il primo avvocato che ha seguito la vicenda, Sandro Maggio – certo sappiamo che la tutela effettiva è un’altra cosa, visto che

il nostro Paese è agli ultimi posti nell’adeguamento alle sentenze della Corte dei diritti umani ma vogliamo credere che non si perda troppo tempo e si prenda in seria considerazione questa sentenza o per l’Italia ci saranno anche altre sanzioni”.

Per ora ciascun cittadino dovrà essere risarcito dallo Stato italiano con 5mila euro di indennizzo per le spese legali sostenute. Una vittoria dalla grande valenza simbolica, esaltata anche dall’ex consigliere comunale Lina Ambrogi Melle, a cui si deve il secondo ricorso presentato alla Cedu con un centinaio di firmatari, questa volta nel 2015, poi accorpato dalla Corte in un unico procedimento. “La sentenza positiva ottenuta – ha commentato la Melle – è il massimo che la Cedu potesse esprimere nelle sue peculiarità, essendo un Organo internazionale ed è anche la più importante in quanto è una sentenza sovranazionale cui l’Italia dovrà necessariamente attenersi in base all’art. 117 della Convenzione. Noi ricorrenti, abbiamo già presentato con lo Studio Saccucci di Roma che ci ha rappresentato a Strasburgo, un altro ricorso interno contro il Dpcm di settembre 2017 con il quale il governo ha autorizzato il siderurgico di Taranto a continuare la sua produzione anche se non ha ottemperato alle prescrizioni Aia entro i tempi prestabiliti. Il nostro ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in cui abbiamo sollevato la questione di legittimità costituzionale sull’immunità penale ed amministrativa concessa ai gestori del siderurgico, si trova già davanti al Consiglio di Stato ed attendiamo la fissazione della data dell’audizione.

Ebbene è proprio questa l’occasione per far valere questa importante sentenza della Cedu che accerta le violazioni dei diritti fondamentali alla vita ed alla salute di noi tarantini”.

“È un passo fondamentale anche per rimuovere condotte politico-istituzionali lesive dei diritti dei cittadini – spiegano gli ambientalisti di Peacelink- di cui le leggi salva Ilva sono un esempio evidente”. “In questi anni sono state fatte proroghe su proroghe – sottolinea in una nota Angelo Bonelli, dei Verdi – che hanno disapplicato la legislazione ambientale e sanitaria in città”. Ora sarà il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, massimo organismo politico della istituzione da cui dipende la Corte, a dover informare il governo italiano delle misure da adottare “per garantire l’esecuzione della sentenza della Corte”. Al contempo il piano ambientale approvato dalle autorità nazionali dovrà “essere attuato quanto prima”. Intanto però, un primo importante passo nella direzione del rispetto della salute e della vita dei cittadini di Taranto, è stato fatto.

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