Brexit: “Può succedere di tutto”. Keating traccia la mappa di un Paese diviso

Il politologo delle università di Aberdeen e Edimburgo fa il punto, con il Sir, sulla politica britannica in vista del voto a Westminster di martedì prossimo. Mancano tre mesi al recesso dall'Unione europea ma il governo di Theresa May non ha ancora trovato una via d'uscita che metta d'accordo tutte le anime della maggioranza parlamentare. Le divisioni attraversano la società civile e oppongono inglesi a irlandesi e scozzesi

Michael Keating

“In Italia, dove sono stato per dieci giorni, le bandiere dell’Unione europea sventolano accanto a quelle italiane, proprio come succede in Scozia. In Inghilterra, invece, non capita mai. È la dimostrazione di come una parte del popolo inglese non abbia mai interiorizzato né fatto propria la dimensione europea. Questa metà del Paese ha avuto la meglio al referendum sul Brexit e adesso il Regno Unito è profondamente diviso”. Michael Keating, docente di politica alle università di Aberdeen e Edimburgo e autore del volume “Rescaling the European State”, ovvero “Ribilanciare lo Stato europeo”, parla italiano, francese e spagnolo, oltre che inglese, ed è un profondo conoscitore dell’Europa avendo insegnato, per dieci anni, all’Istituto europeo di Firenze. È convinto che il recesso del Regno Unito dalla Ue “possa essere fermato se ci sarà un secondo referendum”: la maggioranza potrebbe decidere di bocciare l’accordo che Theresa May ha negoziato con Bruxelles.

Partiti divisi al loro interno. “E c’è sempre il caso giudiziario avviato davanti alla Corte europea di giustizia da un gruppo di parlamentari scozzesi: i quali chiedono che il Regno Unito possa fermare, in modo unilaterale, l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che fissa le regole che un Paese europeo deve seguire quando decide di abbandonare l’Unione”, aggiunge il professor Keating. “In questo momento, a Westminster, non c’è una maggioranza per nessuna delle soluzioni possibili: rottura netta con la Ue, marcia indietro e rientro in Europa o secondo referendum. Tutto è possibile”. I deputati “potrebbero decidere di controllare il processo al posto del governo, se la premier perdesse il voto martedì prossimo, e riportare gli elettori alle urne. A battersi per un secondo referendum dovrebbe essere il partito laburista che non lo fa perché è diviso sul Brexit proprio come il partito conservatore al governo”.

Impreparati al peggio… Anche la prospettiva di una rottura netta del Regno Unito con l’Unione europea è possibile. “A mezzanotte, ora di Bruxelles, del 29 marzo 2019 il Regno Unito sarà fuori dalla Ue e se nel frattempo non si sono trovate altre soluzioni vi sarà un hard Brexit”, spiega Keating. “Purtroppo le preparazioni fatte per questo scenario – la trasformazione dell’autostrada M20 in un parcheggio di camion o l’accumulo di riserve di medicine da parte di alcune ditte – non sono adeguate. Perché il governo ha sempre creduto di poter evitare lo strappo e non si è preparato”, spiega ancora Keating.

Gli irlandesi puntano i piedi. Per l’esperto di politica europea è vero che il Regno Unito si trova in una situazione di crisi, paragonabile a quella degli anni Settanta, quando il Paese doveva decidere se entrare nel mercato unico europeo. Oppure agli anni Novanta, quando dovette fare i conti con il Trattato di Maastricht. Tuttavia “il governo ha una maggioranza in parlamento che gli consente di governare in materia di economia, di sicurezza pubblica, salute ed educazione”, spiega Keating. “È soltanto in materia di Brexit che i voti dei deputati non ci sono perché i parlamentari irlandesi protestanti del Democratic Unionist Party temono che l’accordo di Theresa May consegni per sempre il Nord Irlanda all’Unione europea e non vogliono sostenerla”.

Divisioni trasversali. “I sondaggi dimostrano che essere a favore o contro l’Ue è più importante che essere conservatori o laburisti. Non solo. Le divisioni sull’Europa corrispondono, nella popolazione britannica, ad altre di natura sociale ed economica. Esiste un divario tra la parte cosmopolita della popolazione, che è stata arricchita dalla globalizzazione, e la parte nazionalista che è stata impoverita”, aggiunge Keating. “In Scozia, dove abito, la maggioranza della popolazione era per rimanere nell’Unione europea e si registra un sostegno per un secondo referendum”, spiega Keating. “Lo Scottish National party, il partito nazionalista scozzese, che è il più votato in questo momento, sostiene un accordo ‘Norway plus’ secondo il quale, alla fine del periodo di transizione, il Regno Unito entrerebbe a far parte dell’Area economica europea e continuerebbe a restare nel mercato unico e nell’unione doganale”. Il problema, per la leader dello Snp, Nicola Sturgeon, è trovare una maggioranza sufficiente a Westminster che voti a favore di questa soluzione. Fra l’altro a sostegno dell’ipotesi Norway plus sono alcuni dei ministri del governo di Theresa May. Il politologo concorda con molti commentatori che hanno definito la premier come “incompetente” perché ha voluto un’elezione generale, nel 2017, che l’ha indebolita e si è “collocata in uno spazio dove non ha spazi di manovra, perché il suo accordo non piace a molti sia tra chi sostiene la Brexit sia tra chi è contro”.

 

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