Brexit, i 27 a Bruxelles per dare il benservito a Londra. Ma l’Ue deve avviare un “esame di coscienza”

Domenica 25 novembre i leader dell'Unione europea si ritrovano per mezza giornata per dare l'ok alle 585 pagine di accordo per il recesso del Regno Unito. Molti i problemi aperti, a Londra e sul continente: dai rapporti fra le due Irlande a Gibilterra, dai diritti dei cittadini fino al diritto di pesca in acque britanniche. E all'interno della "casa comune" occorre accelerare sul fronte delle riforme

L’appuntamento – l’ennesimo appuntamento – è per domenica 25 novembre a Bruxelles. I 27 capi di Stato e di governo dell’Ue si riuniscono nel Consiglio europeo in formato “articolo 50” (ovvero tutti tranne il Regno Unito) per sottoscrivere l’accordo di 585 pagine con il quale dare il benservito a Londra. I cittadini britannici hanno deciso di recedere dalla casa comune con il referendum sul Brexit del 2016 e ora si tratta di mettere nero su bianco le regole per un “recesso ordinato”, la cui data ultima è il 29 marzo 2019. Poi ognuno per la propria strada.
Tutto a posto, dunque? Nient’affatto. Il Brexit sta lacerando la politica, la società e il mondo economico isolano. La premier Theresa May è in bilico, l’accordo che si profila con Bruxelles non soddisfa i sostenitori dell’hard-Brexit e neppure i sostenitori del “remain”. C’è chi invoca un secondo referendum, sostenendo che l’aria è cambiata e che oggi prevarrebbero i voti per restare nell’Unione; mentre il Palazzo (soprattutto i Conservatori della May, al governo del Paese) intendono tirare dritto: il divorzio chiesto, con referendum solo consultivo, dai cittadini dev’essere portato fino in fondo, costi quel che costi.
Nonostante le innumerevoli pagine del trattato di recesso, i nodi sospesi o irrisolti agitano le acque della vigilia del summit: basterebbe segnalare i rapporti tra le due Irlande, la questione degli impegni finanziari di Londra verso i 27, i diritti dei rispettivi cittadini (britannici ed europei), la libera circolazione tra Ue e Regno Unito, la questione di Gibilterra, fino ai diritti di pesca europei nelle acque britanniche. Ma l’elenco sarebbe ben più lungo.
Sul fronte continentale si può invece osservare che il vaticinato esodo dall’Ue in modalità “exit” non è avvenuto. Nessuno, nemmeno tra gli Stati membri più recalcitranti – come Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca –, si sogna di seguire le orme degli inglesi. Evidentemente l’Ue, pur coi suoi tanti difetti, rappresenta un sicuro presidio di pace e di diritti e, oltretutto, offre oggettivi vantaggi economici con il suo mercato unico e i fondi strutturali, elargiti soprattutto ai Paesi dell’ex blocco sovietico.
Il Brexit ha per ora cementato l’Ue27. Ma non dovrebbe sfuggire a chi resta nell’Unione che esso costituisce una ferita aperta nella costruzione comunitaria. Se in una famiglia qualcuno se ne va, ci deve pur essere qualche buon motivo! Ciò che non è stato ancora fatto a Bruxelles tra i leader dei 27 è un’analisi approfondita dei limiti e dei problemi dell’integrazione europea per poi porvi rimedio, rafforzare l’edificio comunitario e procedere verso nuovi obiettivi. Ponendo al centro della “casa” la persona, il cittadino, le comunità locali, l’unità nella diversità, i principi fondativi della solidarietà e della sussidiarietà.
Con l’uscito del Regno Unito non dovrebbe ad esempio mancare un ripensamento della politica estera Ue, così pure della politica di difesa; un rilancio dell’Unione economica e monetaria; l’Unione dell’energia; la revisione della politica agricola… E poi, quale ruolo assegnare in futuro al Parlamento europeo (che non dispone attualmente del potere di iniziativa legislativa)? Perché non ampliare in sede di Consiglio il ricorso al voto a maggioranza anziché seguire la regola dell’unanimità? E rispetto al “vicinato” proseguiranno le adesioni all’Unione, con un occhio di riguardo ai Balcani?
Come sempre gli interrogativi sono preponderanti rispetto alla risposte. Appena chiuso il contenzioso con il Regno Unito (che dovrà restare un partner amico, sicuro e affidabile dell’Ue, col quale proseguire la partnership economica e commerciale), sarà tempo di volgere lo sguardo al proprio interno. L’Ue ha bisogno di ripensarsi e lo deve fare presto. Le elezioni del maggio 2019 sono alle porte.

Altri articoli in Europa

Europa