Viktor Orban sul banco degli imputati. Strasburgo in ebollizione, l’Europarlamento si divide

L'Assemblea Ue discute una relazione che, se votata, aprirebbe la strada alle sanzioni previste dall'articolo 7 dei Trattati per quei Paesi che non rispettano democrazia, stato di diritto e diritti umani. Varie le accuse mosse al governo di Budapest (fra cui la limitazione delle libertà e la corruzione sui fondi comunitari), ma il premier ungherese dà battaglia: "Difendo la mia patria, non diventeremo un Paese di immigrati e proteggeremo le nostre frontiere"

Il premier ungherese Viktor Orban

La giusta “condanna” di un governo che non rispetta le più elementari regole della democrazia, oppure la “caccia alle streghe” verso un popolo che ha liberamente scelto da chi farsi governare? Il dibattito svoltosi martedì 11 settembre al Parlamento europeo sulla situazione della democrazia e dello stato di diritto in Ungheria si è polarizzato su questi due fronti. Mercoledì 12 settembre l’emiciclo di Strasburgo deve peraltro votare una relazione che indichi l’avvio della procedura ex articolo 7 del Trattato (che prevede varie sanzioni compresa la più grave, ovvero l’esclusione dal diritto di voto in seno al Consiglio Ue), verso il governo di Viktor Orban reo – questa l’accusa – di non rispettare la democrazia, i Trattati e i valori europei. Ma per essere approvata la relazione, stesa dall’eurodeputata Judith Sargentini, deve ottenere la maggioranza assoluta dei membri (376) e comunque deve raggiungere i due terzi dei votanti: una soglia praticamente irraggiungibile. Resterà sul campo uno scontro, ormai palese, tra due diverse concezioni di “Europa”: quella degli Stati nazionali che prevalgono sul progetto comunitario, e quella di chi crede al progetto Ue e ad un suo ulteriore approfondimento. L’avanzata di sovranismi e populismi lascia intendere che la seconda ipotesi vada per la maggiore…

“Violati libertà e diritti”. Il dibattito tenutosi nell’aula di Strasburgo ha avuto toni accesi. Il testo della risoluzione legislativa è stato presentato da Judith Sargentini. “Il governo Orban – ha sottolineato la deputata olandese – ha imbavagliato i media e il sistema accademico, ha calpestato alcune norme della democrazia fra cui l’indipendenza della magistratura, ha preteso di decidere quali fedi religiose possono essere praticate nel Paese”. La relazione mette in luce una serie infinita di presunte violazioni al Trattato Ue. La corruzione è uno dei problemi maggiormente sollevati: “Singoli personaggi al governo – ha accusato Sargentini – si sono arricchiti con i fondi comunitari”. Per poi affermare: “È in corso una erosione strutturale dello Stato di diritto in un Paese membro, eppure molti governi europei hanno preferito girare lo sguardo altrove. Ora la procedura secondo l’art. 7 è inevitabile”.

Chi punta il dito accusatore. Accuse circostanziate al governo di Budapest sono giunte anche da quattro commissioni parlamentari (controllo dei bilanci, cultura, affari costituzionali e diritti-uguaglianza di genere), e tutte hanno richiesto, a maggioranza, la procedura articolo 7. Ingeborg Grassle (commissione controllo dei bilanci) ha parlato di “corruzione e clientelismo nell’utilizzo dei fondi Ue”; Petra Kemmerevert (commissione cultura) ritiene che in Ungheria “siano limitate la libertà di sapere e quella di stampa”; Maite Pagazaurtundua Ruiz (affari costituzionali) sostiene che le recenti elezioni si siano svolte “in un’atmosfera ostile” e con pressioni sull’elettorato; Maria Noichl (diritti umani) ha dichiarato, puntando il dito verso Orban: “Lei non difende le donne” né tutte “le libertà dei cittadini”. Sulle posizioni della Sargentini e delle commissioni parlamentari si schiera la Commissione Juncker. Dal canto suo Karoline Edtstadler, a nome della presidenza di turno Ue (governo austriaco) ha ribadito che “non ci possono essere compromessi su stato di diritto e democrazia”, ma che “al momento il Consiglio”, dove sono rappresentati i governi dei Paesi aderenti, “non ha ancora una sua posizione”.

La difesa del premier. La difesa di Viktor Orban in aula è netta, spostando il discorso su un altro piano. “Sono qui per difendere la mia patria”, sostiene. “Questa relazione schiaffeggia l’onore del popolo ungherese”. Il premier parla della libertà di un popolo di darsi i governanti che preferisce. “Voi vi siete già fatti un’idea” sulla relazione Sargentini e “il mio intervento non vi farà cambiare opinione. Ma sono qui per dire che voi non volete condannare un governo, ma l’Ungheria, il popolo ungherese che da mille anni è membro della famiglia europea”; “condannate l’Ungheria che si è sollevata contro l’esercito dell’Unione sovietica, che ha combattuto per la sua libertà”. “Pensate di conoscere il mio Paese meglio degli ungheresi che mi hanno votato”, insiste. Il premier spiega di avere “idee diverse dalle vostre” sulla “natura cristiana dell’Europa, sul valore della famiglia, sull’accoglienza dei migranti: ma questa differenza non andrebbe stigmatizzata, voi così negate il dibattito politico”. Per Orban la relazione posta al voto dell’aula contiene 37 errori “palesi”. “Noi – aggiunge – difendiamo le frontiere dell’Europa e voi per questo ci condannate”. “L’Ungheria sarà condannata perché ha deciso che non sarà terra di immigrazione. Ma noi non accetteremo minacce e ricatti delle forze pro-immigrazione: difenderemo le nostre frontiere, fermeremo l’immigrazione clandestina anche contro di voi se necessario”.

I pro e i contro. Il Parlamento è diviso e le previsioni sul voto di mercoledì lasciano intendere che la relazione sarà respinta. Il partito di Viktor Orban, Fidesz, fa parte del partito popolare, lacerato al suo interno. Con Orban si schierano i conservatori e tutte le forze euroscettiche. Certo il sì alla relazione da parte del gruppo politico dei socialisti e democratici (compresi i deputati italiani del Pd), di liberali, verdi e sinistra. La Lega di Salvini, amico e alleato di Orban, voterà no; lo stesso faranno i deputati europei di Forza Italia. Il Movimento Cinque Stelle in teoria dovrebbe votare sì alla relazione, aprendo una falla nella posizione del governo giallo-verde. Ma i numeri richiesti sono molto elevati per approvare la relazione.

Emiciclo diviso. Le voci che risuonano a Strasburgo sono di segno diverso. Il popolare Manfred Weber, piuttosto imbarazzato, lascia trasparire le divisioni interne del suo partito ma richiama “tutti i Paesi, non solo l’Ungheria, al rispetto dei Trattati”. Il socialdemocratico Edo Bullman parla di appalti truccati e di fondi europei sviati in Ungheria. Il conservatore Ryszard Legutko dice: “Qui si attacca un governo democraticamente eletto”. Il liberale Guy Verhofstadt fa appello al Ppe perché abbandoni Fidesz. Il verde Philippe Lamberts spiega: “Orban ha ottenuto la maggioranza alle elezioni, ma la maggioranza non giustifica violazioni alla democrazia e rinnegare i valori eurpopei”. I paragoni si sprecano: con Putin, Erdogan, Salvini, Le Pen… L’euroscettico britannico Nigel Farage è risoluto: “Orban è l’unico leader europeo che difende il suo Paese da questo bullismo europeo”, e lo invita ad avviare un processo uguale al Brexit. E Livia Jaroka, eurodeputata ungherese di Fidesz di origine rom difende il suo premier: “Respingo la relazione e ricordo che noi in Ungheria ci stiamo battendo perché i rom non rimangano nella povertà e nell’esclusione sociale”.

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