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Abusi in Svizzera. Mons. Morerod (Losanna-Ginevra-Friburgo): “Vale sempre la pena mettersi in ascolto delle vittime”

Aumenta in Svizzera il numero delle segnalazioni da parte di persone che hanno subito un abuso in ambito ecclesiastico. Si tratta di segnalazioni di casi vecchi. Nel 2017 sono stati denunciati 65 casi a fonte dei 24 del 2016 e di appena 9 del 2012. Il 90% dei fatti riportati è anteriore al 1990. Il vescovo Morerod, responsabile della Commissione abusi della Conferenza episcopale svizzera: “Quando sono successi gli abusi e parlo del passato, in molti casi era impossibile parlare male di un prete e anche se qualcuno, bambino o adolescente, diceva qualcosa, quel che diceva era negato subito, anche in famiglia. E quindi queste vittime si sentivano male. Si sentivano come se fossero colpevoli. E sentire adesso dire: ‘Non era colpa tua, era colpa nostra’, ha un effetto psicologico impressionante”

“Nel dicembre 2016 abbiamo celebrato una liturgia penitenziale e in quella occasione abbiamo detto: ‘Se volete parlate’. Questo invito ha svegliato diverse persone”. Monsignor Charles Morerod, arcivescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo e responsabile della “Commission d’experts Abus sexuels dans le contecte ecclésial”, spiega così al Sir il picco di denunce arrivate nel 2017 alla Conferenza episcopale svizzera. I dati sono stati presentati e analizzati dai vescovi nel corso della loro riunione plenaria che si è appena conclusa. Dalle statistiche emerge che il numero di segnalazioni è aumentato significativamente nel 2017. Durante quest’anno sono stati segnalati 65 abusi nelle diocesi, a fronte dei 24 nel 2016 e di appena 9 nel 2012. Il 90% dei fatti riportati è anteriore al 1990. Per i 283 casi registrati tra il 2010 e il 2017, due terzi delle 311 vittime sono bambini e giovani di età inferiore ai 16 anni al momento del crimine, 1/3 sono adulti con una leggera maggioranza di donne. Per i 301 autori identificati, l’80% sono uomini, sacerdoti diocesani o religiosi, diaconi e teologi laici. Le donne, religiose o laiche, non sono assenti dalle statistiche ma sono coinvolte solo nell’8,6% dei casi. Le statistiche, visionate dai vescovi, analizzano nei particolari gli “orrori” commessi: 86 casi riguardano affermazioni o gesti sessualmente espliciti e avanzamenti impropri; 53 sono atti sessuali, ma senza coito o stupro. I casi più gravi riguardano 55 casi di coercizione sessuale, 15 casi di atti sessuali in una relazione di dipendenza, 10 casi di stupro e 13 atti sessuali su una persona incapace di discernimento. Infine il 30% dei casi di abuso rimane indeterminato, non necessariamente sessuale. “Non è un aumento di denunce di casi recenti ma di segnalazioni di casi vecchi”, precisa il vescovo Morerod. “Oggi ho ricevuto la lettera di una persona che si era recata alla Commissione; l’ho conosciuta anch’io personalmente. Gli abbiamo scritto una lettera e proprio oggi ho ricevuto la sua risposta. In alcuni casi si vede che vale la pena incontrarsi”.

Perché?
Ogni persona è diversa e il modo di reagire alla sofferenza è diverso. Poter parlare è già un fatto importante e parlare ad un rappresentante della Chiesa lo è ancora di più. Sentirsi dire: “Ti chiedo perdono”, e anche di più, sentirsi dire: “Sì, siamo stati noi i colpevoli”. Quando sono successi gli abusi – parlo del passato – in molti casi era impossibile parlare male di un prete e anche se qualcuno, bambino o adolescente, diceva qualcosa, quel che diceva era negato subito, anche in famiglia.

“Non parlare così”, gli dicevano. E quindi queste vittime si sentivano male.

Si sentivano come se fossero state loro i colpevoli. E sentire adesso dire: “Non era colpa tua, era colpa nostra”, ha un effetto psicologico impressionante.

Lei in conferenza stampa ha detto anche che chiedere perdono non basta. Perché?
Ho incontrato molte vittime negli ultimi anni e sono molto sensibili alle parole, al pentimento. Ma poi dicono: “Adesso, cosa fate? Perché se non fate niente, la vostra richiesta di perdono è vuota. Belle parole, ma noi vogliamo che la situazione cambi”. Il riconoscimento economico, anche se non è la cosa principale aiuta perché è un segno concreto che dice che siamo noi i colpevoli, non loro. Ma poi ci chiedono di fare in modo che queste cose non accadano più.

Se chiediamo perdono e poi continuiamo nello stesso modo, le nostre parole sono dichiarazioni di ipocrisia.

Quindi in Svizzera cosa fate? Quali protocolli avete avviato?
Innanzitutto invitiamo le persone a parlare, a denunciare prima alle autorità dello Stato e anche a noi. Poi organizziamo corsi di prevenzione che nella mia diocesi sono obbligatori da alcuni anni per tutte le persone che lavorano per la Chiesa e, quindi, anche per i catechisti. Sono corsi tenuti da specialisti, non necessariamente cattolici. Il corso è finalizzato ad aiutare le persone a sapere ciò che non si deve fare, a riconoscere le situazioni ambigue, a reagire e a dare anche la possibilità di sapere cosa possono fare. Perché – mi dicevano – proprio per questo problema le persone non vogliono più lavorare con i ragazzi, per non parlare poi con i bambini perché hanno paura. La nostra formazione ha anche come scopo quello di incoraggiare le persone a lavorare con i giovani.

E per i seminaristi?
Ogni seminarista – le parlo della mia diocesi – è seguito da una psicologa che lo aiuta e lo forma. L’incontro con lo psicologo per ottenere una valutazione generale prima dell’ordinazione è obbligatorio. Negli ultimi sette anni solo un seminarista si è rifiutato di fare questa valutazione ed è stato mandato via dal seminario. È quindi una condizione “sine qua non”.

Le linee guida, che i vescovi svizzeri si sono dati per i casi di abuso sessuale, sono state ulteriormente rafforzate. Il dovere di denunciare alla giustizia civile si imporrà d’ora in poi in tutti i casi, compresi quelli in cui la vittima non vuole sporgere denuncia. Avete levato quello che veniva definito il “diritto di veto”. Perché lo avete fatto?
Se la vittima non vuole sporgere denuncia al Tribunale civile, lo facciamo noi. Io, per esempio, l’ho fatto più volte. E da anni. La vittima ha paura. Ma io dico sempre: è vero,

la denuncia è sempre causa di una nuova sofferenza ma questa sofferenza sarà più forte se veniamo a sapere che tra 5 anni ci sono state altre vittime dello stesso sacerdote.

Quindi non ci saranno eccezioni. Tutto sarà comunque denunciato al Tribunale?
Due magistrati mi hanno detto quanto sia importante per loro la denuncia. Ci hanno detto: “Voi non potete sapere tutto e se tenete per voi una informazione, ci impedite di agire anche in altri casi ai quali noi stiamo già lavorando, di cui voi non sapete e nei quali possiamo riconoscere che l’autore è lo stesso”.

“In questo modo ci potete aiutare a mettere un nome su una situazione identificata male”.

Inoltre la giustizia può fare cose che noi, come vescovi, non possiamo fare, come prelevare un pc dal prete oppure accedere alle intercettazioni telefoniche, o anche semplicemente seguire la persona. Noi non avremmo nessuno diritto di fare queste cose. E non lo dobbiamo avere.

Insomma non dovete diventare detective?
Non ne avremmo il diritto e neanche le capacità e le conoscenze per farlo.

Monsignor Morerod, cosa si augura per il futuro?
Dobbiamo evitare che vengano ancora commessi oggi degli abusi e individuare le situazioni che favoriscono il pericolo, identificarle, conoscere meglio e a fondo i candidati sacerdoti. Ma la battaglia si gioca anche cambiando la cultura. Nel passato, nelle zone cattoliche della Svizzera, il sacerdote era un figura importantissima. Una vittima mi ha raccontato:

“Sono stata abusata dal vicario della parrocchia mentre mio fratello era abusato dal parroco. Nostra madre è morta a causa di questa sofferenza”.

E mi diceva: “Da noi in quel tempo, il parroco era il re ed era impossibile dire qualsiasi cosa”. È questo tipo di relazione a favorire l’abuso da parte del sacerdote che non rischia niente.

È il clericalismo che Papa Francesco ha denunciato nella “Lettera al popolo di Dio”?
È importante che il sacerdote possa servire senza imporsi con autorità e che i laici possano accettare questo servizio per quello che è, senza che il sacerdote sia riconosciuto in modo sbagliato. Ci vuole un cambiamento di cultura. Non dobbiamo proteggere i sacerdoti né la fama della Chiesa ma guardare prima di tutto alle vittime e alla loro sofferenza.

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