Migrazioni: al Consiglio europeo parole ambigue e strizzate d’occhio. Dai Paesi Ue solo promesse all’Italia

Il documento finale emerso il 28 e 29 giugno - denominato "Conclusioni" - assegna tre pagine, suddivise in 12 punti, alla questione migratoria, la quale ha impegnato per quasi 12 ore i capi di Stato e di governo dell'Unione in fitte e animate discussioni. L'abbondanza di verbi al condizionale, la formulazione ambivalente di alcuni concetti, l'uso di espressioni quali "su base volontaria", di fatto depotenziano ogni decisione assunta, lasciando il carico delle responsabilità all'Italia. Ma consentendo a ogni leader nazionale di tornare in patria e di vendere agli elettori il proprio, presunto successo politico

Bruxelles: un momento delle fitte discussioni intervenute al Consiglio europeo sul tema migratorio e per la definizione delle "Conclusioni". Sotto, la prima pagina delle "Conclusioni" nella versione linguistica italiana

Ora, a bocce ferme, la “strategia” appare più chiara. Le “Conclusioni” del Consiglio europeo del 28 giugno – definite alle 4 del mattino del giorno seguente da premier assonnati, “sherpa” diplomatici stizziti e grandi tazze di caffè – sono state scritte in un linguaggio tanto vago, carico di verbi al condizionale e di espressioni equivocamente interpretabili, da risultare di fatto un documento buono per tutti… e per nessuno. Questo era l’intento. Infatti nella stessa mattina del 29 giugno i vari capi di Stato e di governo presenti al summit di Bruxelles ne davano una lettura differente, mentre i giornalisti si arrampicavano sugli specchi per comprendere il reale significato di alcuni passaggi delle prime tre pagine delle Conclusioni, contenenti i 12 punti del capitolo “Migrazione”.

Tanto è vero che, assegnando esiti differenti, talvolta contrapposti, allo stesso summit sul tema-migrazioni, ripartivano da Bruxelles con toni soddisfatti il presidente francese Macron, la cancelliera tedesca Merkel, il presidente del Consiglio italiano Conte. Così pure i leader dei Paesi Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia), quelli degli Stati scandinavi e dei baltici. Pollice alzato anche dai rappresentanti di Belgio e Paesi Bassi, Spagna e Grecia, Romania e Portogallo… Tutti contenti, appunto, salvo spiegare ai rispettivi cittadini significati ben diversi su controllo di mari e frontiere, redistribuzione migranti, “piattaforme di sbarco regionali”, centri di accoglienza, “movimenti secondari”, rimpatri, riforma del diritto di asilo, cooperazione (e relativi fondi finanziari) con i Paesi di origine e di transito dei flussi.

Le Conclusioni (ovvero il documento che dovrebbe mettere nero su bianco le decisioni assunte dal Consiglio europeo, organo di indirizzo politico dell’Ue) diventano così un esercizio di funambolismo e di ambiguità che ciascun leader, una volta rientrato in patria, può rivendere all’elettorato come un indiscusso successo. È capitato altre volte in passato che i rappresentanti dei governi Ue fornissero versione sfumate o ambivalenti alle decisioni assunte al summit. Ma questa volta c’è un tale margine di incertezza nelle espressioni usate che si può pensare a una precisa tattica per svicolare da impegni e responsabilità sul fronte migratorio. Una pur breve analisi del testo può confermarlo.

Il punto numero 1 è sufficientemente chiaro nella sua genericità: “Il Consiglio europeo ribadisce che il buon funzionamento della politica dell’Ue presuppone un approccio globale alla migrazione che combini un controllo più efficace delle frontiere esterne dell’Unione, il rafforzamento dell’azione esterna e la dimensione interna, in linea con i nostri principi e valori. È una sfida, non solo per il singolo Stato membro, ma per l’Europa tutta”. Il punto 2 si può saltare, in quanto sostanzialmente inutile. Al numero 3 cominciano i condizionali: “Per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo centrale, dovrebbero essere maggiormente intensificati gli sforzi per porre fine alle attività dei trafficanti dalla Libia o da altri Paesi”. Dovrebbero? Semmai devono. I leader politici chiamati a decidere lasciano trasparire una certa indeterminatezza (si deve oppure no? E in tal caso, chi deve fare cosa? Con quali mezzi? Con quali forze e soldi? Chi verifica i risultati ottenuti?): ma coloro che dovranno eseguire questi indirizzi politici, sulla base di quali linee agiranno?

Sempre il punto 3 delle Conclusioni afferma: “L’Ue resterà al fianco dell’Italia e degli altri Stati membri in prima linea a tale riguardo”. “A fianco”: gli Stati membri dell’Ue e le istituzioni comunitarie sembrano fare il tifo per l’Italia, più che sposarne appieno problemi, pesi e responsabilità. Sempre al punto 3 la necessaria affermazione di una ovvietà giuridica (venduta come una conquista politica): “Tutte le navi operanti nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della guardia costiera libica”.

Punto 5. È il paragrafo dedicato alla lotta a scafisti e trafficanti di esseri umani, impedendo la “tragica perdita di vite umane” nel mare. “Occorre a tal fine un nuovo approccio allo sbarco di chi viene salvato in operazioni di ricerca e soccorso, basato su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri”: cioè? Non è chiaro, e “al riguardo, il Consiglio europeo invita il Consiglio e la Commissione a esaminare rapidamente il concetto di piattaforme di sbarco regionali, in stretta cooperazione con i Paesi terzi interessati e con Unhcr e Oim”. Sul concetto stesso di “piattaforme di sbarco regionali” si sono registrate almeno una decina di interpretazioni. Senza tener conto che il Consiglio “invita” (non proprio l’espressione di una volontà ferma) a “esaminare rapidamente”: ovvero, entro quando? E dove collocare tali “piattaforme”? Nell’Ue? In Africa? Sia nell’Ue sia in Africa? Anche perché se si tratta di Paesi terzi occorrerà ottenerne il benestare: in cambio di cosa? Soldi, come con la Turchia? Comunque Libia, Tunisia e Albania hanno già fatto sapere che non sono disponibili a questa soluzione.

Il capitolo 6 è forse il più fumoso. Recita: “Nel territorio dell’Ue coloro che vengono salvati, a norma del diritto internazionale, dovrebbero essere presi in carico sulla base di uno sforzo condiviso e trasferiti in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri, unicamente su base volontaria; qui un trattamento rapido e sicuro consentirebbe, con il pieno sostegno dell’Ue, di distinguere i migranti irregolari, che saranno rimpatriati, dalle persone bisognose di protezione internazionale, cui si applicherebbe il principio di solidarietà”. Appare ancora un condizionale (“dovrebbero”), seguito da un’espressione non meno effimera: “su base volontaria”. Segue la seconda parte del numero 6, che ribadisce (per la gioia dei Visegrad) che ci si muove su “base volontaria” e dunque a nessuno è richiesto alcunché di obbligatorio: “Tutte le misure nel contesto di questi centri sorvegliati, ricollocazione e reinsediamento compresi, saranno attuate su base volontaria, lasciando impregiudicata la riforma di Dublino”.

Quindi si passa a varie e muscolari dichiarazioni di intenti volte a “combattere la migrazione illegale” (punto 9) e a “rendere effettivo il rimpatrio dei migrati irregolari” (paragrafo 10). Parole che circolano da anni e rimaste tali. Quindi ecco il numero 11, fortemente voluto dalla tedesca Merkel per salvare il suo governo dalle minacce dell’alleato bavarese, il ministro degli Interni Seehofer. “Per quanto concerne la situazione all’interno dell’Ue, i movimenti secondari di richiedenti asilo tra Stati membri rischiano di compromettere l’integrità del sistema europeo comune di asilo e l’acquis di Schengen. Gli Stati membri dovrebbero [sic!] adottare tutte le misure legislative e amministrative interne necessarie per contrastare tali movimenti e cooperare strettamente tra di loro a tal fine”. Italia e Grecia, che accolgono decine e decine di migliaia di persone che scappano da fame e violenze, devono – senza condizionale – anche controllare che nessun migrante si azzardi ad attraversare il confine diretto magari in Austria, Germania, Ungheria, Francia o altrove.

Da ultimo il paragrafo 12, quello che mette una pietra tombale a una rapida, illuminata ed efficace riforma delle norme per l’asilo, aggirando fra l’altro la regola del “Paese di primo approdo”: “Riguardo alla riforma tesa a creare un nuovo sistema europeo comune di asilo […] è necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà”. A questo proposito il Consiglio europeo “sottolinea la necessità di trovare una soluzione rapida all’intero pacchetto”, rimandando però ancora una volta la discussione, e la decisione, alla riunione di ottobre. Un’ultima annotazione: può essere che la versione in lingua italiana delle Conclusioni del Consiglio europeo di fine giugno differisca da quelle in altre lingue ufficiali dell’Ue? Speranza vana. Ogni lingua ha la possibilità di far girare le parole in modo tale da renderle innocue all’occorrenza.

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