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L’Europa vista da Strasburgo. Battaini-Dragoni, “nell’era dei nazionalismi c’è bisogno di unire le forze”

Dialogo a tutto campo con il vice segretario generale del Consiglio d’Europa. Un continente troppo piccolo per reggere le sfide della globalizzazione. “Gli Stati sono chiamati a collaborare” su vari versanti: tutela della democrazia, economia, diritti dei cittadini e in particolare dei gruppi più vulnerabili. Il valore del dialogo interculturale e interreligioso. E il populismo? Varie le cause, fra cui la corruzione e “lo tsunami migratorio, gestito malamente a livello europeo”. I progetti per l’educazione alla cittadinanza. Un occhio di riguardo ai Mondiali di calcio su doping, scommesse e sicurezza negli stadi

La sede del Consiglio d'Europa a Strasburgo. Nelle altre immagini: Gabriella Battaini-Dragoni con Papa Francesco, il Dalai Lama e il presidente francese Macron. Sotto il segretario generale CdE Jagland con il presidente Uefa Čeferin, e il palazzo della Corte europea dei diritti dell'uomo

“I nazionalismi stanno tornando, con forza”. I populismi, nelle loro diverse accezioni, “si affermano alle elezioni in parecchi Paesi europei. Sono fenomeni che ci inquietano molto…”. Gabriella Battaini-Dragoni si ferma un attimo prima di riprendere a parlare. Quasi a sottolineare quella preoccupazione che si avverte in questa fase della storia continentale. Il Consiglio d’Europa, di cui Battaini-Dragoni è vice segretario generale, ha stilato un ampio e approfondito studio (“Populism – How strong are Europe’s checks and balances?”) sui pesi e contrappesi democratici nelle società contemporanee. Si tratta del rapporto annuale del Segretariog enerale Thorbjørn Jagland, presentato alla sessione del Comitato dei Ministri a Nicosia il 19 maggio 2017.
Nel suo ufficio al terzo piano del Palais de l’Europe a Strasburgo, l’alto funzionario dell’organizzazione, fondata nel 1949 e che oggi conta 47 Paesi membri, accetta un confronto a tutto campo “perché – afferma – il momento è davvero delicato”. Italiana originaria di Brescia, sposata, tre figli, formazione universitaria a Venezia e a Nizza, comincia a lavorare con il CdE nel 1976, giungendo a dirigerne i settori della coesione sociale e poi dell’educazione e cultura. Nel 2012 è eletta vice segretario generale. Tra i progetti da lei sostenuti quelli relativi al patrimonio culturale, alla cittadinanza democratica, al dialogo interculturale, all’insegnamento dei diritti umani nelle scuole e a vari progetti per la gioventù e per lo sport.

Dicevamo dei nazionalismi che tornano ad attraversare il continente. Come accadeva nel secondo dopoguerra quando fu istituito il Consiglio d’Europa – che si occupa di promuovere democrazia, stato di diritto e diritti umani, anche attraverso la Convenzione dei diritti dell’uomo e la Corte di Strasburgo –. Cosa la preoccupa in particolare oggi?
Il nazionalismo – sul quale servirebbero le dovute puntualizzazioni, per non fare di tutta un’erba un fascio – minaccia la cooperazione internazionale e il dialogo tra le nazioni, che sono al fondamento della pace. Esso mira alla prevalenza degli interessi nazionali anche a discapito di quelli della più vasta comunità europea e internazionale. I nazionalismi tendono a far prevalere interessi “materiali” anche passando sopra al fatto che l’Europa è una “comunità di valori” che ci avvicinano, accomunano i nostri popoli e Stati. I nazionalismi inoltre chiudono le porte, elevano barriere. È l’esatto contrario di cui hanno bisogno i nostri Paesi che da soli non possono affrontare le sfide globali. Basti pensare alla demografia: tutto sommato siamo un continente piccolo con meno di un dodicesimo della popolazione mondiale. Credo che questo rischi, a medio termine, di indebolirci anche sul piano economico. Il progetto europeo, condotto anche nelle sedi dell’Unione europea, offre invece un percorso di apertura e di solidarietà: stare insieme per non diventare insignificanti, per rafforzare le nostre democrazie e le nostre economie, per tutelare meglio i diritti dei cittadini.

E i populismi?
Nel rapporto annuale del Segretario generale, si spiega come sia importante essere precisi nella definizione di populismo che danneggia la democrazia, limitando il dibattito, delegittimando il dissenso e riducendo il pluralismo. La governance democratica è di fondamentale rilevanza. Per questo come Consiglio d’Europa insistiamo su programmi rivolti all’educazione alla cittadinanza, perché al fondo c’è un problema culturale, di coscienza civica, di assunzione personale di responsabilità verso la propria comunità locale e verso il proprio Paese. Un’attenzione speciale tutti noi dovremmo rivolgerla ai giovani, per suscitare spirito critico, cultura democratica e i valori della solidarietà e della partecipazione.

Del resto è vero che i cittadini possono avere buone ragioni per essere delusi dalla politica. Non crede?
Di sicuro ci sono fatti che allontanano i cittadini dalle istituzioni democratiche e alimentano i populismi.

Il malgoverno, ad esempio, l’autoreferenzialità della politica e dei partiti…
Pensiamo anche alla corruzione, nelle sue diverse forme, che è un male endemico alle nostre società e che noi, come Consiglio d’Europa, monitoriamo, denunciamo e contrastiamo. Essa interrompe il rapporto di fiducia tra i cittadini e chi li dovrebbe rappresentare. Aggiungo che la stessa crisi economica, scoppiata dieci anni fa, e che in vari Paesi perdura con pesanti ricadute sull’occupazione, ha creato molte sofferenze alle persone, alle famiglie, suscitando una rabbia diffusa. E poi non possiamo trascurare l’ondata di migranti riversatasi sull’Europa, in particolare sui Paesi mediterranei. Nonostante l’impegno e la grande azione di accoglienza di alcuni Paesi tra cui l’Italia, lo tsunami migratorio è stato gestito malamente a livello europeo. Il Consiglio d’Europa, a questo proposito, ha un progetto “modello” da condividere.

Quale progetto?
È quello delle “Città interculturali”. Le città in Europa e nel mondo (126 in 5 continenti quelle aderenti al progetto), possono trarre immensi benefici dalla diversità culturale sfruttando il potenziale offerto dalla grande varietà di competenze e creatività, tramite l’adozione di politiche e pratiche che facilitano l’interazione interculturale e l’inclusione dei migranti.

Lei è un convinto promotore del dialogo interculturale, favorito dal CdE con un’attenzione specifica per le fedi religiose.
Si è coscienti del valore in sé del dialogo tra le culture e del ruolo rilevante delle religioni in seno alle nostre società. Da qui la promozione di incontri e occasioni per mettere in contatto, far dialogare, accrescere le relazioni e il rispetto delle diversità nei nostri Paesi. Avendo peraltro come bussola due principi: il diritto ad avere, non avere o a cambiare fede religiosa; una collaborazione tra istituzioni e comunità religiose nel rispetto dei rispettivi ruoli e senza indebite interferenze.

Diritti umani, uno dei principali ambiti di azione del CdE. A che punto siamo in Europa con Paesi come Russia, Turchia, Azerbaijan?
Registriamo seri problemi in alcuni Paesi, come quelli da lei indicati, ma non dobbiamo focalizzarci solo su questi casi, perché in realtà in numerosi Stati aderenti al Consiglio d’Europa sono a rischio i diritti di diverse persone e categorie sociali, soprattutto i gruppi più vulnerabili: potremmo citare le carceri sovraffollate, gli ostacoli che incontrano soggetti con talune forme di disabilità e malattie mentali, l’emarginazione verso i rom, la mancanza di sicurezza per i giornalisti, una omofobia di ritorno. E poi la violenza domestica che sempre più spesso colpisce pesantemente le donne e i minori. Sovente si tratta di categorie che non hanno capacità giuridica. Sono problemi di una gravità assoluta sui quali tutti dobbiamo vigilare.

Lo sport è un altro capitolo del suo impegno, particolarmente interessante in concomitanza dei Campionati mondiali di football.
Il Consiglio d’Europa è stato pioniere nel campo dell’azione normativa in ambito sportivo. I trattati di riferimento che riguardano fenomeni di portata globale sono tre: la Convenzione contro il doping, la Convenzione che contrasta la manipolazione di competizioni sportive e infine la Convenzione concernente un approccio integrato in materia di sicurezza e di servizi in occasione di incontri calcistici e di altre manifestazioni sportive.

Un’ultima domanda sul Consiglio d’Europa. Si sono registrate negli ultimi tempi notizie che hanno coinvolto la credibilità dell’Assemblea parlamentare, Paesi che prendono le distanze dall’organizzazione o che non intendono rifinanziare il bilancio di Strasburgo. Cosa sta succedendo?
Si tratta di questioni piuttosto complesse, a cui l’Organizzazione ha dato risposte concrete. Nel caso dell’Assemblea, con un gruppo di tre giudici indipendenti che ha condotto un’inchiesta sui presunti casi di corruzione. Sono seguite delle sanzioni in base al codice di condotta dei parlamentari da parte del Comitato apposito. Per quanto riguarda il finanziamento del bilancio ordinario, va sottolineato l’obbligo del pagamento della contribuzione per tutti gli Stati membri che hanno scelto di aderire all’Organizzazione. Il Consiglio d’Europa offre uno spazio giuridico comune di garanzie e tutele per i cittadini, grazie a circa duecento convenzioni di diritto internazionale su temi quali la tratta degli esseri umani, il terrorismo, la corruzione, la violenza contro i minori. Ed è uno spazio minacciato dagli stessi nazionalismi e populismi di cui parlavamo. Anche per queste ragioni il Consiglio d’Europa ha un ruolo rilevantissimo, oggi più che mai.

 

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