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Nave Aquarius: il vescovo Ros (Valencia), “pronti ad una accoglienza senza limiti”

L'arcidiocesi di Valencia vuole fare la sua parte nell'accoglienza dei migranti della nave Aquarius. Ancora non si sa quando e in che modalità saranno accolti nei centri e servizi messi a disposizione dalla Chiesa. Lo scorso anno hanno assistito 25.000 migranti. Parla mons. Arturo Ros, vescovo ausiliare e coordinatore dell’azione sociale e caritativa.

La cattedrale di Valencia - foto: P.Caiffa/Sir

(da Valencia) Una comunità cattolica tradizionalmente aperta e solidale, pronta a dare una accoglienza “senza limiti” ai migranti della nave Aquarius. Prima si era parlato di 200 persone, invece oggi il concetto di non porre limiti alla solidarietà viene ripetuto più volte da mons. Arturo Ros, vescovo ausiliare e coordinatore dell’azione sociale e caritativa dell’arcidiocesi di Valencia. Ci accoglie – insieme alla statua in bronzo di Giovanni Paolo II posizionata all’ingresso – nel suo studio dell’arcivescovado, un sontuoso e antico edificio a due passi dalla famosa cattedrale di Valencia (la Seu) dove è conservato il Santo Graal, il calice con il sangue di Cristo donato nel 1436 da re Alfonso il Magnanimo. Valencia è stata definita in questi giorni “città aperta” dopo che il governo spagnolo ha dato la disponibilità allo sbarco della nave con 630 migranti della Ong Sos Mediterranée, approdo negato dal ministro dell’Interno italiano. Ora i migranti sono nei centri della Croce Rossa, sottoposti a visite mediche e procedure di identificazione. Il governo darà un permesso umanitario temporaneo di 45 giorni ma oltre la metà delle persone sbarcate, africani francofoni, ha intenzione di andare in Francia. Anche la diocesi vuole fare la sua parte e sta partecipando fin dall’inizio alle riunioni della commissione mista che si sta occupando dell’accoglienza. Ancora non si sa quando e in che modalità potranno avere accesso alle strutture messe a disposizione dalla Chiesa.  La scorsa settimana il cardinale Antonio Cañizares, arcivescovo di Valencia, è stato ricevuto in Vaticano da Papa Francesco, che si è congratulato per la felice scelta e la solidarietà dei suoi concittadini. La diocesi è stata subissata di chiamate e disponibilità a collaborare da parte di gruppi, parrocchie, famiglie. Si potrà attingere ad una rete di strutture e servizi già esistente e circa 6.000 volontari. Lo scorso anno hanno assistito 25.000 migranti.

Mons. Arturo Ros, vescovo ausiliare di Valencia

Perché avete deciso di accogliere i migranti dell’Aquarius?
Non è una decisione ma una missione. Lavoriamo già da molto tempo per tutelare la dignità della persona a prescindere dalla nazionalità e dalla situazione. Ci siamo trovati di fronte ad un fatto molto triste e drammatico. Il nostro compito è metterci a disposizione per fare qualsiasi cosa per queste persone. L’anno scorso la Caritas di Valencia ha assistito 25.000 migranti, anche se molti in transito o per brevi periodi. Però abbiamo moltissime persone all’interno di un percorso d’integrazione. Li aiutiamo ad integrarsi nella nostra società attraverso la formazione professionale, l’insegnamento della lingua, l’educazione. La maggior parte sono africani che passano attraverso la rotta marocchina. Vengono a bussare alle nostre porte dopo essere entrati alla frontiera Sud.

Come state organizzando l’accoglienza?

Siamo pronti a farli entrare nelle nostre case, nei nostri centri.  Stiamo aspettando che ci dicano cosa fare ma sono già stati identificati gli alloggi possibili per gli adulti e i minori.

Abbiamo anche servizi specifici per l’accoglienza e l’accompagnamento dei bambini. In maniera colloquiale qui si dice che la tavola è già apparecchiata. Senza limiti. Abbiamo case spirituali con capacità ricettive molto ampie che possiamo mettere a disposizione immediatamente. Abbiamo almeno

6.000 volontari: traduttori, docenti dell’Università Cattolica, mediatori culturali, psicologi, medici, infermieri, cuochi.

E possiamo mobilitarli in pochissime ore, senza limiti. C’è anche una ottima collaborazione con altre realtà non cattoliche, come la Croce rossa.

L’ingresso dell’arcivescovado di Valencia

La Chiesa ha apprezzato il gesto del governo spagnolo di far attraccare la nave nel porto di Valencia?
Sì, certo. Ci siamo congratulati con il presidente del governo nazionale e i responsabili del governo autonomo. Ci hanno ringraziato per la nostra permanente disponibilità a collaborare.

Come giudica invece l’atto dell’Italia di chiudere i porti alla nave Aquarius e – si teme – alle Ong?
È difficile esprimere un’opinione perché ci sono in ballo questioni di politica europea che non conosco bene. Ho ascoltato alcune dichiarazioni del ministro dell’Interno italiano, le critiche di altri Paesi. La ragione di fondo, secondo me, è che non si riconoscono le radici profonde dell’identità europea radicate nell’umanesimo cristiano, altrimenti verrebbe recuperata l’essenza di un continente che accoglie e vuole difendere i più deboli. I politici di tutti i Paesi dovrebbero rendersene conto un po’ di più perché la situazione sta peggiorando.

Negli ultimi giorni sono arrivate più di 500 persone con imbarcazioni di fortuna alle Canarie e alla frontiera Sud.

Perciò la comunità autonoma valenziana ha chiesto il sostegno del governo nazionale. È vero, la vicenda dell’Aquarius è stata molto significativa per le circostanze che si sono create, però ogni giorno arrivano migranti e questo è causa di tristezza, dolore e morte, sono troppe le vittime nel Mediterraneo. In un mondo così moderno bisognerebbe sentirsi interpellati da questo fenomeno. Le ricchezze dovrebbero essere distribuite meglio per permettere a tutti di mangiare, bere, vestirsi.

L’arcivescovado di Valencia

Ciò che è accaduto all’Aquarius ha anche una valenza simbolica?
È una dimostrazione reale della gravità di quanto sta accadendo nel mondo e a cui dobbiamo dare attenzione, anche iniziando a svegliarci, a protestare e a chiederci perché succede. Allo stesso tempo non dobbiamo rimanere fermi alle analisi e alla richiesta di politiche.

È necessario passare all’azione. Il nostro linguaggio è la missione

e il principale beneficiario della nostra missione è il povero, senza distinzioni. Papa Francesco ha ragione ad insistere molto su questo.

C’è bisogno di una maggiore mobilitazione della società civile europea per fare pressione sui governi?
Sì, ne abbiamo bisogno. C’è una sensibilità immediata di fronte alle situazioni drammatiche: ad esempio

a Valencia c’è stata una disponibilità ammirevole, oltre le nostre aspettative.

Ci hanno contattato gruppi parrocchiali, famiglie che hanno offerto case. Però sono soluzioni temporanee. Il nostro impegno come Chiesa è dare soluzioni di ampio respiro e a lungo termine, perché queste persone possano diventare autonome. Invece manca un pensiero e una riflessione profonda in grado di rispondere a questi bisogni.

Interno della cattedrale di Valencia

Il cardinale Cañizares ha parlato con il Papa della situazione. C’è un contatto continuo con il Vaticano?
Sappiamo che

il Papa conosce bene cosa sta accadendo in questi giorni, sa della risposta della diocesi di Valencia

e ci da il suo incoraggiamento e le sue congratulazioni. Noi lo ringraziamo perché vogliamo essere fedeli a ciò che siamo e al suo magistero.

A Valencia non esiste il razzismo? Può essere considerata un modello per l’integrazione sociale dei migranti?
Sì. Valencia è una città aperta e anche la nostra diocesi. Perché c’è un aspetto molto significativo che fa parte della nostra storia: abbiamo una cultura eucaristica radicata da molti secoli. L’Eucarestia spinge il cristiano alla carità, è il segno caratteristico di chi vive intensamente la spiritualità cristiana. Perciò la nostra Caritas, il nostro volontariato, il nostro desiderio di accogliere, deriva da questo. Siamo un popolo accogliente e disposto alla collaborazione.

Non c’è razzismo. Se c’è, dipende da questioni politiche sulle quali non entriamo.

Non possiamo fare distinzioni, così come non le faceva Gesù quando curava e sanava. Noi non possiamo restare a guardare quanto accade perché la missione della Chiesa è tutelare la dignità di tutti.

Se vogliamo cercare di vivere secondo lo stile evangelico, Valencia può essere considerata un modello. Altrimenti vuol dire che non lo stiamo facendo bene.

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