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Tajani: Ue, una storia di successo. Ma ora bisogna guardare oltre il proprio orticello

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, è intervenuto oggi a Firenze alla conferenza sullo "Stato dell'Unione", affrontando numerosi aspetti del processo di integrazione, la crisi attuale, le possibili vie d’uscita. Ha parlato di lavoro, imprese, sicurezza, migrazioni, giovani, riforme istituzionali, pericolo dei sovranismi, toccando inoltre temi internazionali quali l'economia mondiale, i Balcani, l’Africa. Riportiamo alcuni passaggi dell’intervento del presidente, che fra l’altro ha affermato: “Rafforzare il processo democratico significa coinvolgere di più i cittadini nelle decisioni che riguardano il loro futuro”

Oggi, noi europei, dobbiamo essere molto fieri di quanto abbiamo realizzato negli ultimi settant’anni. Questa grande storia di libertà ha portato benefici inimmaginabili all’indomani del secondo conflitto mondiale. Una pace duratura, democrazie radicate nello stato di diritto e nella libertà d’espressione, la caduta di muri, frontiere aperte per persone, merci e capitali.
Abbiamo vissuto il più straordinario rinascimento di tutta la nostra storia. Il lavoro, il talento, l’imprenditorialità, la creatività europea, hanno dato vita a un’epoca di benessere e crescita diffusa, in una cornice di solidarietà. Siamo stati capaci di realizzare il più grande mercato al mondo, promuovendo allo stesso tempo politiche di coesione per non lasciare indietro nessuno. Un’economia sociale di mercato, dove il mercato è il mezzo per creare lavoro e opportunità per tutti.
Questi successi sono legati a coraggio e lungimiranza di uomini sopravvissuti all’inferno della guerra. Uomini che avevano sperimentato sulla loro pelle gli effetti catastrofici del nazionalismo e vedevano nel progetto europeo l’unica via per far risorgere il nostro continente. Sapevano che era necessario capire le ragioni degli altri. Non solo chiedere, ma anche offrire solidarietà. Leader come De Gasperi, Schuman, Adenaur, Spaak, Monnet e, poi Kohl, Mitterand o Gonzales, che hanno saputo costruire sulla fiducia e sull’amicizia reciproca.
È anche grazie a loro se dal 1957 al 2007 i poveri sono scesi dal 41% al 14% della popolazione europea. Se la ricchezza delle famiglie è cresciuta di oltre 4 volte, con una riduzione delle disuguaglianze senza precedenti nella storia dell’umanità. Purtroppo, gli ultimi dieci anni di crisi hanno frenato questo processo virtuoso e lo stesso slancio europeista. È venuto meno quello spirito di solidarietà tra Paesi che è stato il vero motore del processo d’integrazione. Le nuove classi dirigenti non sempre sono state all’altezza delle sfide, anteponendo spesso interessi elettorali contingenti a una visione d’insieme europea. […]
La recente ripresa è senza dubbio una buona notizia, ma si sta allargando la forbice tra i ricchi e i poveri e tra regioni arretrate e sviluppate. L’80% della nuova ricchezza va al 15% della popolazione più agiata. Questa crescita asimmetrica, non crea sufficienti opportunità di lavoro, specie per i giovani. La classe media teme sempre più di scivolare indietro. Per la prima volta da decenni, le nuove generazioni hanno prospettive peggiori dei propri genitori.

Flussi migratori incontrollati e manodopera a basso costo hanno penalizzano i più deboli. Gli stessi che, nelle periferie, vivono a contatto con i nuovi immigrati che stentano ad integrarsi. Luoghi di degrado sociale, dove la frustrazione e il senso d’esclusione degli europei si mescola e si alimenta con quella dei nuovi arrivati.
Crescono l’insicurezza, il risentimento e l’angoscia per il proprio futuro e per quello dei figli. La paura porta a rinchiudersi, al rigetto del modello di società aperta promosso dall’Unione. Un modello percepito come elitario e distante, capace di portare benefici solo a pochi. Muri, frontiere, nazionalismi, appaiono antidoti rassicuranti contro una globalizzazione che sembra essere sfuggita al controllo dei cittadini. Trump, la Brexit, l’emergere di sovranismi autoritari, il populismo dilagante, sono chiari sintomi di questo malessere.Una politica distratta, incapace di rispondere a queste angosce, istituzioni burocratiche e autoreferenziali, alimentano rabbia e venditori di illusioni. L’unica arma contro queste sirene, è una politica capace di ascoltare e fornire risposte davvero efficaci.
La lezione che dobbiamo imparare è che la globalizzazione ha profondamente mutato il concetto di sovranità. Solo a livello sovranazionale si possono dare risposte a problemi come la gestione dei flussi migratori, la disoccupazione, l’equità fiscale, il terrorismo o i conflitti. Allo stesso modo, servono strumenti comuni europei per difendere i nostri interessi commerciali, tutelare innovazione e creatività, garantire sicurezza energetica e salvaguardare il pianeta.
Nessuno Stato europeo può competere con giganti quali Usa, Cina, Russia o India. Se l’Italia fosse in Cina sarebbe l’ottava provincia in ordine di popolazione.
Solo esercitando insieme, a livello Ue, una parte della sovranità nazionale, possiamo proteggere i cittadini nella realtà sempre più complessa del mondo globale. Non serve un super Stato europeo. Non dobbiamo occuparci di ogni cosa fino nei dettagli. Al contrario, l’Unione è più forte se si concentra sulle sfide per le quali rappresenta davvero un valore aggiunto.
Chi vuole farci ritornare nel recinto delle frontiere statali racconta favole. Chi indica nella costruzione europea la causa del nostro malessere, sbaglia bersaglio. Al contrario, l’Unione è parte della soluzione.Con la stessa onestà, dobbiamo dare atto a chi ci critica che quest’Unione è lungi dall’essere efficace. Solo un’Europa diversa, più politica, più democratica, più solidale, può riavvicinare i cittadini alle sue istituzioni. Un’Europa che guardi al futuro, ha bisogno di una visione chiara, orientata a darsi mezzi adeguati per poter agire. Il primo cambiamento – per cui non serve modificare i Trattati –, è un bilancio politico, con risorse adeguate che riflettano le priorità dei cittadini. […]
Per riavvicinare i cittadini, non bastano però un bilancio adeguato e un mercato e una moneta più equi. Dobbiamo rafforzare il ruolo del Parlamento europeo e la partecipazione democratica. Rafforzare il processo democratico significa anche coinvolgere di più i cittadini nelle decisioni che riguardano il loro futuro. Questo è un traguardo sulla via di un’Europa più politica e democratica da cui non si deve tornare indietro.
Oggi l’Unione è ad un bivio. Possiamo ascoltare le sirene di chi vuole rinchiuderci nei nostri confini; cullarci nell’illusione di essere protetti dalle insidie del mondo. Oppure, decidere di continuare il nostro cammino.
I leader europei hanno il dovere di guardare oltre l’orticello dei propri interessi elettorali. Devono dimostrare di avere una visione d’insieme che guardi al futuro. È l’unico modo per dare risposte vere ai nostri cittadini.

(*) presidente del Parlamento europeo

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