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“The State of the Union”: a Firenze l’Europa si interroga sulla solidarietà

È ancora tempo di "stato sociale"? I sistemi previdenziali  e il welfare reggono le trasformazioni demografiche e l'invecchiamento della popolazione nel vecchio continente? Quali le politiche nazionali per i giovani? E il ruolo dell'Ue? Fiesole e Firenze ospitano il 10 e 11 maggio l'ottavo summit che vede protagonisti, tra gli altri, Mattarella, Juncker, Draghi, Tajani, Mogherini e centinaia di interlocutori provenienti dai Paesi membri. Il punto della situazione con Ellen Immergut che terrà la prolusione ai lavori

La solidarietà sarà la lente attraverso cui, per due giorni a Fiesole e Firenze, il 10-11 maggio, si guarda all’attualità europea: è arrivato il momento dell’ottava edizione di “State of the Union conference”, appuntamento annuale dell’Istituto universitario europeo (European University Institute, Eui) che fa il punto sull’Europa, evento che nel tempo è cresciuto in peso e visibilità. È diventato un “summit di Davos” ma su scala europea, e attira personalità del mondo politico, accademico, economico, civile per riflettere di Europa e, quest’anno, di solidarietà, parola che nei trattati fondativi dell’Ue è presente come “spirito”, “principio”, “obbligo”, “valore”. La scelta del comitato scientifico è di guardare in questa edizione in particolare all’economia e alle politiche monetarie, agli investimenti sociali, alla difesa e sicurezza e ai cambiamenti climatici ed energia. Otto tavole rotonde il primo giorno a Fiesole, mentre a Firenze interverranno, tra gli altri, i presidenti del Parlamento europeo Antonio Tajani, e della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue, Mario Draghi presidente della Banca centrale europea. Ad aprire i lavori, il 10 maggio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella; a concluderli venerdì 11, il premier Paolo Gentiloni. Il giorno successivo, 12 maggio, è previsto un open day agli archivi storici dell’Ue conservati all’Istituto universitario europeo. La prolusione quest’anno è affidata a Ellen Immergut, docente di Scienze politiche presso l’Istituto universitario europeo e coordinatrice di un programma di ricerca che coinvolge quindici progetti triennali internazionali di studio sullo stato sociale, “I futuri dello Stato sociale”. Il Sir l’ha intervistata in occasione dell’evento.

Funziona la solidarietà a livello di politiche sociali in Europa?
I sistemi welfare hanno avuto molto successo come istituzioni e come sostegno alla solidarietà sociale, vale a dire gli aiuti per gli anziani, i malati, i disoccupati e le persone di altri Paesi. Nella ricerca abbiamo considerato l’opinione pubblica riguardo al modo in cui i governi si occupano di questi gruppi come indicatori della solidarietà sociale e abbiamo visto che in Europa la solidarietà sociale è a un livello molto alto. Oggi però ci sono due gravi minacce: la prima è la crescita della disuguaglianza. Di fronte a rischi diversi, si crea sempre più divisione tra i gruppi di persone che affrontano i rischi, rispetto a una situazione in cui tutti stanno sulla stessa barca e si aiutano. Questo avviene all’interno dei singoli Paesi ma anche tra Paesi. L’altra cosa che abbiamo riscontrato è che sotto la superficie di una grande solidarietà in Europa, c’è molta scontentezza e le persone sono preoccupate dell’equità del welfare. C’è quindi un problema di legittimità e di giustizia, perché sta diventando confuso il chi riceve che cosa. Le persone sono disponibili a fare alcuni tagli in questo ambito, ma hanno domande sulla correttezza e lamentano ingiustizie. Nel caso ad esempio dell’accesso ai benefici sociali per migranti e rifugiati: vediamo molte differenze sulla disponibilità ad aiutarli e abbiamo riscontrato che la presentazione che i media e i partiti politici fanno della questione ha un impatto molto forte su come le persone vedono questi temi e quindi sulla solidarietà. Nell’ambito della disoccupazione: le persone sono preoccupate per l’equità e la meritocrazia, ma se i partiti parlano di disoccupazione come conseguenza di sfortune esterne (narrativa che appartiene solitamente ai partiti di sinistra) o se rivelano una malcelata accusa alle persone di non aver fatto abbastanza per trovare un lavoro (spesso legata a un pensiero di matrice conservatrice) le persone sono più o meno disposte a sostenere la disoccupazione, quando è questione di fare dei tagli. Quindi c’è un problema di legittimazione delle politiche sociali. Queste due dimensioni insieme sono una delle cause della crescita del populismo.

Come si argina il problema?
C’è bisogno di spiegare quale è la base dei benefici sociali: per esempio a livello di Ue c’è questo pilastro per i diritti sociali, che è un buon primo passo, ma come lo si metterà in atto? Come migliorerà la vita delle persone nei diversi Paesi? Come si garantiranno questi diritti? Ci sono molte idee su come trovare modi per includere meccanismi per ri-assicurare uno standard minimo di diritti garantiti, ci sono molti programmi ma il problema per l’Europa è come spiegarli in modo chiaro affinché i cittadini possano capire e che le regole si applichino a tutti in modo equo. Un esempio è quello delle politiche per l’austerità che a volte si applicano a volte no. Peraltro le politiche di austerità a livello nazionale, in risposta alle diverse crisi, hanno enormemente danneggiato il veicolo di solidarietà sociale in Europa, questo vale per la Grecia o i Paesi dell’Europa centro-orientale come anche per la Gran Bretagna. Per esempio alle persone erano stati imposti tagli e adesso invece i soldi per le politiche migratorie ci sono, senza che siano stati riconosciuti da un lato i sacrifici che le persone hanno compiuto e senza spiegare oggi da dove arriva questo denaro. E questo è il pane dei partiti populisti. La cosa interessante è che la reazione populista cresce adesso, quando la fase di crisi economica è alle spalle. È una reazione morale e non economica, perché le persone sentono di essere trattate in modo ingiusto. La logica della solidarietà sociale deve essere chiara ed evidente per i singoli cittadini: dove vanno i loro soldi, che benefici ricevono, e come funziona la condivisione.

È vero che l’invecchiamento della popolazione rischia di mandare in bancarotta i sistemi previdenziali?
Il cambiamento demografico rende particolarmente importante l’investimento sociale: il futuro dei nostri sistemi welfare dipenderà da come le politiche trattano i giovani, i bambini, i migranti. L’Europa ha bisogno di queste persone e c’è bisogno di concentrarsi su politiche che le aiutino. Anche perché i servizi che aiutano le persone creano lavoro. Per esempio fornire servizi di assistenza per bambini o per anziani, permette di sgravare le persone che possono così lavorare e quindi generare gettito fiscale. Certo c’è bisogno di dare formazione perché è difficile prendersi cura di bambini e anziani e quindi qui bisogna investire tanto per esempio in chi arriva da altri Paesi perché diventi capace di offrire assistenza. Non mi pare che i partiti populisti sostengano alcuna di queste politiche d’investimento sociale, ma al contrario fanno resistenza.

Quali sono i “Paesi modello” in Europa?
I sistemi che oggi funzionano meglio sono i welfare dei Paesi nordici. Nella mia relazione mostrerò i risultati di una ricerca che indicano che sono costosi, i livelli di spesa pubblica sono alti, ma anche gli investimenti sono notevoli. Abbiamo bisogno, e in parte sta già avvenendo in Europa, di guardare di più alla relazione tra investimenti e consumi: le spese vanno in una direzione tale da rendere il welfare più sostenibile?

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