This content is available in English

Robert Schuman, ideali e concretezza. Mons. Ardura, “ci indica la politica come via alla santità”

Il 9 maggio 1950 l'allora ministro degli esteri francese pronunciava la famosa "Dichiarazione" che avrebbe portato alla creazione della Ceca e poi della Cee. L'Europa unita come antidoto alla guerra, strumento per la pacificazione del continente e il benessere dei popoli. Il postulatore della causa di beatificazione racconta il profilo umano e cristiano di uno dei "padri" dell'integrazione comunitaria. E segnala i pericoli derivanti da populismi e nuovi nazionalismi

Strasburgo, 1951: Schuman, a destra, con De Gasperi e Adenauer

“La politica, se ben intesa, non può che essere servizio al bene comune. E per i credenti si profila come alta espressione di carità, di amore al prossimo. Per questa ragione anche dalla politica può passare, per il laico cristiano, la via alla santità. È quello che si cerca di provare per la vicenda terrena di Robert Schuman”. Bernard Ardura, francese, è presidente del Pontificio comitato di scienze storiche, nonché postulatore della causa di beatificazione dello statista nato nel 1886 da padre lorenese e madre lussemburghese, vissuto a cavallo tra Germania e Francia, svolgendo la professione di avvocato e ricoprendo diversi incarichi politici in sede locale a Metz, e poi sul piano nazionale, come ministro e capo del governo. Fino alla famosa Dichiarazione del 9 maggio 1950 che innescherà, di lì a poco, il processo di integrazione europea e la nascita prima della Ceca (1951, Comunità europea del carbone e dell’acciaio) e poi della Cee (1957, Comunità economica europea).

Mons. Bernard Ardura

Mons. Ardura, in tempi difficili per l’Europa c’è il rischio di dimenticare persino uno dei “padri” della Comunità. Eppure il 9 maggio, giorno della Dichiarazione Schuman, è la Festa d’Europa… Cosa ricordiamo di questo statista?
C’è una vasta letteratura su Schuman, ma in effetti non possiamo dare per scontato che se ne conosca la statura di uomo e di cristiano, con una mitezza e una spiritualità che traspaiono anche nell’azione politica. Sottolineerei che Schuman era un uomo pratico, perché le buone idee da sole non marciano! La stessa Dichiarazione del 9 maggio aveva il grande obiettivo della pace e della solidarietà tra le nazioni dopo la tragedia bellica, ma partiva dalla concretezza. Schuman era convinto della necessità di riportare la Germania nell’alveo delle democrazie e di ristabilire interessi comuni, concreti, tra la Francia e la stessa Germania: questo avrebbe creato, come disse, una “solidarietà di fatto” tra gli Stati e i popoli che fino a poco tempo prima si erano scontrati sui campi di battaglia. Da qui la scelta della condivisione delle produzioni di carbone e acciaio, strumenti dell’industria bellica, da indirizzare però allo sviluppo economico, al benessere, il tutto in un quadro istituzionale: appunto la Ceca.

Grandi ideali e vie “pratiche” per raggiungerli, dunque.
Esattamente. Schuman, come gli altri padri dell’Europa unita (De Gasperi, Adenauer, Monnet…), avevano questa idea della “casa comune”. I problemi s’impongono, invece, quando le istituzioni camminano senza ideali e, nel caso dell’Europa, il progetto si riduce a puro mercato. Lo stesso problema sorge quando i politici, anziché mirare al bene comune e a un interesse superiore, si piegano agli egoismi nazionali o locali, quando scaricano sull’Europa tutte le colpe possibili, anche quelle che in realtà riguardano la loro incapacità di agire, le loro inettitudini.

Il populismo e i nazionalismi di oggi si alimentano così?
Direi di sì. Eppure oggi più che mai, dinanzi alle grandi sfide che questo tempo ci pone dinanzi, dovremmo essere ancora più convinti – come ci indica Papa Francesco – della necessità della costruzione europea: i valori rimangono i medesimi dell’epoca di Schuman, benché si tratta di innestarli in un contesto storico nuovo e di rinnovare e adeguare il progetto comunitario. Pensiamo se l’Unione europea non esistesse: i nostri Paesi, presi singolarmente, cosa potrebbero fare di fronte ai processi della mondializzazione, che il Santo Padre ha analizzato compiutamente nella “Laudato si’”?

Basterebbe citare il fenomeno migratorio…
È vero. In Europa approdano esseri umani che fuggono da situazioni di disperazione, dalla guerra, dalla fame. Nonostante ciò taluni Paesi si chiudono a riccio, alzano barriere. E pensare che già nella Dichiarazione del 1950 Schuman indicava l’Africa quale priorità per l’Europa. Allora si era in piena era coloniale. Ora bisognerebbe investire nella cooperazione, nello sviluppo, nella formazione scolastica dei giovani, sostenendo le fragili democrazie e il dialogo tra le religioni. E in questo ambito le Chiese possono fare molto, sensibilizzando e agendo per la promozione umana.

Un suo parere sul Brexit?
È una lacerazione forte e preoccupante. Ma mi sembra anche la conferma di un modo errato di intendere l’integrazione europea: ne prendo i vantaggi (mercato, finanziamenti), chiedendo ogni esenzione possibile, mirando ai soli interessi nazionali. L’esatto contrario della solidarietà, principio cardine dell’Europa unita.

Tornando ai populismi: un fenomeno che la preoccupa?
Più che altro misurano la frammentazione sociale e politica. In tutte le elezioni recenti nei diversi Paesi europei hanno avuto successo i partiti di protesta: la gente esprime così il suo disappunto verso una politica fatta di chiacchiere e che ha perso capacità di agire, di progettare, piegata alle prossime elezioni. Torniamo così al bene comune, che dovrebbe essere il fine di chi si impegna in politica e responsabilità condivisa di ogni cittadino nel fare la propria parte. Schuman aveva maturato tale sensibilità dalla sua formazione cattolica, da una vita di fede intensa (preghiera intensa, messa ogni giorno, riferimento al vangelo…) e dalle esperienze di vita: lui, uomo di frontiera, in cui convivevano culture diverse, francese e tedesca, in simbiosi tra loro.

Dalla biografia di Schuman quale messaggio deriverebbe per i giovani del ventunesimo secolo?
Da soli – forse ci direbbe – possiamo fare ben poco. Occorre creare relazioni virtuose tra le persone, tra i popoli e gli Stati. E magari indicherebbe il senso della storia: che aiuta a far luce su chi siamo e a cercare strade nuove per il futuro.

E ai cristiani, cosa insegna Schuman?
Con la causa di beatificazione raccogliamo documentazione e testimonianze che presentino l’eroicità delle virtù cristiane vissute nella politica. Abbiamo ascoltato un centinaio di testimoni, letto 30mila pagine. Siamo nella fase di stesura della “positio”. Ritengo che emergano le prove della santità di un laico – nella linea del Concilio Vaticano II e dell’esortazione “Gaudete et exultate” –con responsabilità politiche di primo piano che proprio in quelle situazioni ha incarnato le virtù evangeliche.

 

Altri articoli in Europa

Europa