Fede e vocazioni in Europa: le sfide da cogliere nelle pieghe della storia

Padre Amadeo Cencini ha portato al Congresso europeo sulle vocazioni, promosso dal Ccee e in corso a Tirana, una lettura approfondita - a tratti preoccupante - della realtà. Numeri in calo, ma anche nuove e vivaci forme di dedizione alla missione di annunciare il Vangelo. Le quattro "aree" in cui si caratterizza il Vecchio Continente, non così dissimili tra loro...

“Sul piano della fede c’è un evidentissimo influsso di una ideologia secolare che sta divenendo sempre più globale e generalizzato; sul piano più squisitamente vocazionale il trend europeo presenta una crisi delle vocazioni classiche-tradizionali, o di speciale consacrazione, e assieme un interessante fenomeno di nascita di nuovi tipi di vocazioni, all’interno d’una concezione più ampia del concetto di vocazione nella Chiesa”.

Padre Amadeo Cencini, canossiano, docente della Pontificia Università Salesiana e dell’Istituto di psicologia della Gregoriana a Roma, traccia, a partire dai numeri – ma senza fermarsi a questi – il quadro delle vocazioni in Europa. La sua analisi si colloca all’interno del Congresso europeo sulle vocazioni promosso dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa) e in corso a Tirana fino al 3 marzo.

“Il tempo è passato in fretta”… “Sono trascorsi vent’anni dalla pubblicazione di ‘In verbo tuo’, il documento che ha fatto séguito al Congresso vocazionale europeo: vent’anni che – segnala Cencini – sono più di vent’anni, poiché il tempo è passato molto in fretta rispetto alle tante cose che sono cambiate, come i molteplici passaggi di mentalità, nuovi scenari politici, nuove aggregazioni etniche, cambi culturali, inedite insensibilità a livello etico-morale, relazionale-sociale, spirituale-religioso, antropologico-ecclesiale”. Insomma, afferma il religioso, per parlare di vocazioni occorre collocarsi in questo tornante della storia e in un “cambiamento d’epoca” che tocca tutti gli aspetti della vita, privata e pubblica, fattore religioso compreso. E tra gli elementi di punta da considerare cita “il fenomeno culturale e sociale della secolarizzazione”, “gli scandali e abusi sessuali a opera di ecclesiastici”, fino alla “riforma di Papa Francesco”.

Anzitutto le cifre: i preti. L’Annuario Pontificio 2017 e l’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2015 sono gli strumenti che il canossiano utilizza per uno sguardo “quantitativo” sull’andamento vocazionale in Europa negli ultimi 10-15 anni. Cencini fornisce un quadro piuttosto dettagliato: “Il 2015 segna un calo del numero dei sacerdoti nel mondo rispetto all’anno precedente, invertendo così il trend crescente che ha caratterizzato gli anni dal 2000 al 2014”. Una diminuzione che interessa in particolare proprio il continente europeo (-2.502 unità), mentre il totale dei preti è in fase ascendente negli altri continenti (ad esempio +1.133 unità per l’Africa, +1.104 in Asia, qualche decina in più nelle Americhe e in Oceania). L’ammontare globale dei sacerdoti nel mondo nel 2015, rispetto a quello del 2010, ha subito un aumento dello 0,83%, passando da 412.236 a 415.656 unità. Se nel 2010 i sacerdoti in Europa rappresentavano il 46,1% del totale mondiale, scendono ora a poco più del 43%.

Ancora qualche numero… Differente il trend per quanto attiene la popolazione dei diaconi permanenti che “mostra una significativa dinamica evolutiva: aumentano, nel 2015, del 14,4% rispetto al dato di cinque anni prima, passando da 39.564 a 45.255 unità”. Il numero dei diaconi “migliora in tutti i continenti a ritmi significativi”, Europa compresa. Passando al gruppo dei religiosi professi non sacerdoti, esso costituisce, spiega ancora Cencini, una compagine a livello planetario in lieve contrazione: se ne annoveravano 54.665 unità nel 2010 e sono diventati 54.229 nel 2015; “flessione da ascriversi, in ordine di importanza, anzitutto al gruppo europeo” (sono 16mila nel vecchio continente). D’altro lato le religiose professe “costituiscono una popolazione di una certa consistenza”, benché siano attualmente in netta diminuzione. A livello globale, esse passano da 721.935 unità, nel 2010, a 670.320 nel 2015, con una forte flessione pari al 7,1%. La diminuzione tocca in particolare il nord del pianeta, ossia America settentrionale ed Europa. Prosegue, non di meno, il calo del numero dei seminaristi maggiori, che chiama in causa la riduzione delle vocazioni sacerdotali: nel 2015 i seminaristi maggiori erano, nel mondo, pari a 116.843 unità, contro i 118.990 del 2010. In Europa dal 2010 al 2015 il numero dei seminaristi è diminuito del 9,7%: oggi se ne contano 18mila.

Estendere il concetto. Un discorso a sé meritano i missionari laici, i catechisti, gli educatori e i collaboratori a vario titolo impegnati nella missione di annunciare il vangelo. Cencini parla infatti di “una significativa crescita del numero sia di missionari laici che di catechisti laici”, persone “che hanno fatto una scelta di vita piuttosto impegnativa”, che deve conciliare vita familiare e professionale con l’impegno educativo e missionario. In questa “categoria” si potrebbero inserire “altri soggetti, pur non menzionati dall’Annuario, come gli educatori negli oratori, o i diversi collaboratori nell’azione pastorale”. Non da ultimo, ci sono le nuove forme di vita consacrata, sulle quali Cencini si sofferma: se qui permangono – afferma – problemi di tipo canonico da non trascurare, queste nuove forme di chiamata e di servizio “tendono quasi tutte a estendere il concetto di vocazione e di consacrazione oltre la modalità rigorosamente comunitaria di celibi per il regno che vivono assieme, addirittura giungendo a estendere tale possibilità anche agli sposati”.

Quattro “aree” geografiche. Cencini passa dai numeri alle riflessioni più approfondite. “Stanno in effetti nascendo – sottolinea – nuove vocazioni, anche se l’Europa continua a esser piuttosto vecchia. E forse, allora, dovremmo finirla di parlare di crisi vocazionale europea, o almeno cercare di chiarire il concetto e il tipo di crisi”. A questo punto traccia

una sorta di “geografia europea della fede”, delineando quattro aree.

La prima è quella interessata a una vera e propria “extraculturazione della fede” che interessa più visibilmente Francia, Belgio e Paesi Bassi, dove “il cattolicesimo sembra non fare più parte dell’universo culturale” e dove si registra “una rottura della trasmissione della fede”. La seconda area è quella in cui si conservano ancora “larghe tracce di tradizione cristiana, anche se già segnate da un processo di secolarizzazione notevole e ben visibile”. L’Italia rappresenta in qualche modo questa area europea, “che tocca soprattutto il sud dell’Europa”, compresi Paesi come Spagna, Portogallo e alcuni dell’est vicini all’Italia. “La Polonia presenta una configurazione simile, ma con un ruolo identitario ancora abbastanza forte della fede”. Quest’area sarebbe caratterizzata “da un processo di secolarizzazione delle mentalità, ma non tale da soppiantare le tracce dei riferimenti cristiani”. La terza area tocca i Paesi dell’est che hanno subito la dominazione della vecchia Unione Sovietica, pur con la sostanziale differenza polacca. “La fede cristiana è stata custodita, in questi Paesi di dominazione sovietica, in un clima di clandestinità”, chiarisce l’esperto: la caduta del Muro di Berlino segna “il ritorno pubblico della fede cristiana, ma il lungo tempo di clandestinità porta a continuare a vivere una fede piuttosto privata, fondamentalmente cultuale, con scarsa incidenza nella vita pubblica”. Infine, quarta area, vi sono Germania orientale, Paesi scandinavi e Repubblica Ceca: la popolazione qui appare in grande maggioranza “semplicemente e serenamente areligiosa”.

Adesione alla fede e annuncio. Ma qual è il senso di questo tentativo di differenziazione dell’atteggiamento credente – o non credente – in Europa? Cencini lo spiega così: “Forse semplicemente l’utilità per tutti di mettere in relazione reciproca sia le geografie (e dunque le modalità) differenti circa l’adesione alla fede cristiana, sia le sfide di annuncio della fede stessa, perché ogni situazione avverte l’altra di una possibilità già presente e non così distante”. E più precisamente, “l’avvertimento oggi va nel senso di una concezione sempre più secolarizzata della vita”. Così, puntualizza, “ad esempio per quanto concerne l’Italia ed Europa del sud, la permanenza delle tracce e del vissuto cristiano non deve impedire di vedere la situazione di ‘ateismo pacifico’ già presente in molte persone”. Insomma, quattro tipologie di uno stesso quadro? “A qualcuno questo può sembrare pessimistico – afferma Cencini –; in realtà ci pone dinanzi a una sfida interessante per quanto riguarda la pastorale vocazionale”.

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