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Juncker sogna ad occhi aperti. Per il futuro dell’Ue cinque “sì”… più uno

Nel giorno di San Valentino una sorta di "dichiarazione d'amore" verso l'Unione, in balìa di governi che guardano esclusivamente agli interessi nazionali e di populismi esasperati. Il presidente della Commissione invoca dunque riforme per una "Europa dei risultati", che abbia al centro i cittadini. E si dice favorevole agli “Spitzenkandidaten”, al "bicameralismo" e a una sola figura al timone di Esecutivo e Consiglio

“Non sono un sognatore, ma qualche volta mi piace sognare”: Jean-Claude Juncker, politico navigato, europeista di lungo corso, si è sempre dichiarato “uomo concreto”. E lo ha dimostrato più volte, difendendo prima – da premier – gli interessi del suo Lussemburgo (anche quando il Paese veniva indicato come “paradiso fiscale”), ora quelli dell’Europa nel suo insieme sulla poltrona, non sempre comoda, di presidente della Commissione. Questa volta si lascia andare a qualche confidenza, nonostante – o forse proprio per questo – le orecchie tese dei cronisti.

Il siparietto del caffè. Lo scenario è il palazzo Berlaymont, sede dell’esecutivo nel cuore del quartiere europeo a Bruxelles. Juncker presenta, mercoledì 14 febbraio, una serie di possibili “miniriforme” per rilanciare l’integrazione politica. È il suo “atto d’amore”, nel giorno di San Valentino, verso una Ue in affanno, pressata all’esterno da nazionalismi e populismi, e sottoposta, al suo interno,

ai tira e molla di molti capi di Stato e di governo, che “non decidono mai”.

È lo stesso Juncker che procede con un siparietto: “Se chiedete ai leader riuniti intorno a un tavolo cosa vogliono bere ognuno risponde a modo suo. Un caffè, un caffè macchiato, caffè con zucchero, the senza zucchero, un’acqua minerale, un succo d’arancia, una gazzosa… Ciascuno va per la sua strada”.

Cinque “sì”. In questa Ue in balìa dei tentennamenti intergovernativi, Juncker propone i suoi cinque “sì”. Anzitutto sì a una Ue “bicamerale”, in cui Parlamento e Consiglio, su un piano di vera parità, decidono, legiferano, controllano il bilancio (ovvero più potere agli eurodeputati che sono eletti a suffragio universale). Sì agli

“Spitzenkandidaten”, i “candidati capolista” alle elezioni dell’Europarlamento; il candidato della famiglia politica europea che raccoglie i maggiori consensi diviene presidente della Commissione (formula in parte sperimentata nel 2014). Ancora: sì alle liste transnazionali per le elezioni del Parlamento europeo: e qui Juncker “deplora” il voto contrario del Parlamento Ue la scorsa settimana a Strasburgo (e se la prende anche con il suo partito di riferimento, il Ppe). Sì a una riflessione comune sulla futura composizione della Commissione (un componente ogni Stato membro oppure no?). Infine sì a un presidente unico per Commissione e Consiglio, con doppio mandato (“i trattati lo consentono”).

Il ruolo dei cittadini. Ci sarebbe un sesto “sì”, ma quasi nessuno ci fa caso. I cittadini, sostiene convinto il lussemburghese, devono tornare al centro del dibattito politico, devono “riprendersi l’Europa”. E allora avanti con i “dialoghi con i cittadini”, promossi in questi anni in tutti i Paesi membri: 450 finora, altri 500 ne promette Juncker, perché tutti gli europei devono sentir parlare e devono discutere del futuro dell’Unione. Jean-Claude Juncker presenta una serie di iniziative a suo dire “pratiche”, “finalizzate a rendere più efficace l’azione dell’Ue e a migliorare il collegamento tra i leader delle istituzioni e i cittadini” in vista della riunione informale dei capi di Stato e di governo dei Ventisette fissata per il 23 febbraio.

Scelte e progetti. È l’“Europa dei risultati” quella che ha in mente il capo dell’esecutivo, che condivide tali proposte con il collegio dei commissari. Juncker spiega: “Con la tabella di marcia di Bratislava, la dichiarazione di Roma e ora con l’Agenda dei leader”, proposta dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, “l’Europa si è giustamente prodigata per creare un’Unione capace di produrre risultati concreti e tangibili per i sui cittadini negli ambiti che stanno loro più a cuore”. Argomenta: “Adesso non è il momento per lunghe discussioni su riforme istituzionali o modifiche del trattato. Vi è tuttavia una serie di iniziative che possiamo intraprendere al fine di rendere la nostra azione ancora più efficace. Le opzioni sono molteplici ma devono essere tutte finalizzate a un unico obiettivo: creare – ripete – un’Europa dei risultati”.

La campagna elettorale. Tra i suggerimenti che vengono dal collegio dei commissari c’è l’invito rivolto ai partiti politici “affinché scelgano per tempo gli Spitzenkandidaten, e comunque entro la fine del 2018, avviando in tempi rapidi la campagna elettorale. In questo modo gli elettori avrebbero più tempo per conoscere e identificarsi con i candidati e i rispettivi programmi politici”. La Commissione raccomanda inoltre di rendere più visibile il collegamento tra i partiti nazionali e i partiti europei: “I partiti politici dovrebbero utilizzare il logo della famiglia europea cui fanno riferimento (Popolari, Socialisti e democratici, Conservatori, Verdi, Liberaldemocratici, Sinistra unita… – ndr) nella campagna e sulle schede elettorali. Essi dovrebbero inoltre adottare una posizione chiara sulle tematiche europee maggiormente rilevanti”. Parlando di partiti e “case politiche” per ben tre volte nel giro di pochi minuti Juncker afferma: “Parlo con tutti, tranne con l’estrema destra”. L’antieuropeismo e i nazionalismi esasperati lo urtano.

Londra, Parigi, Varsavia… Prima di salutare i cronisti e di tornare al suo ufficio, Juncker – che a tratti appare stanco e un po’ invecchiato – spende alcune parole su specifiche situazioni nazionali: è soddisfatto per l’accordo di governo in Germania e ne loda il programma con forti accenti europeisti; cita il presidente francese Macron, che ritiene un “alleato” per il rilancio dell’Ue; parla di “dialogo permanente” con il governo polacco, che gli ha dato più volte dei grattacapi (“abbiamo buone speranze di far coincidere le posizioni” di Bruxelles e Varsavia); e poi ancora il Regno Unito e l’“errore” del Brexit, l’informazione in Italia in vista delle elezioni, i rapporti tesi con la Svizzera e la Turchia. Infine sul bilancio pluriennale: “no ai tagli” che vorrebbero alcuni governi, spiega, perché progetti e investimenti in tutta Europa hanno bisogno di fondi. “Alcuni Stati vogliono più soldi, altri non sono disposti a metterne di più nel budget comunitario: ma così i conti non tornano”.

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