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D’inverno in cima al K2: don Krzysztof, prete-scalatore, tifa per la spedizione polacca

Nessuno è finora riuscito, durante i gelidi mesi invernali, a raggiungere la cima dell'"ottomila" nel gruppo Karakorum. Ci sta provando una spedizione partita dalla Polonia che, nel frattempo, ha dovuto soccorrere, in condizioni drammatiche, una cordata in difficoltà. Ne parliamo con il parroco di Cieszyn Krasna, che in passato è stato tra gli esperti e coraggiosi esploratori di Alpi, Ande, e di vette in Asia e Africa

Don Krzysztof Gardyna in cima al Gasherbrum II (8035 m) nel 1997

D’inverno la vetta del K2 (8611 metri), nel gruppo Karakorum, catena dell’Himalaya, non è stata ancora mai raggiunta dall’uomo. La seconda montagna più alta della Terra dopo l’Everest è stata scalata per la prima volta nel luglio del 1954 dagli italiani Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, della spedizione guidata da Ardito Desio. Da allora molti esploratori hanno tentato senza successo di arrivare in cima nel periodo invernale. Adesso ci prova la spedizione polacca di 13 alpinisti guidati dal 68enne Krzysztof Wielicki. Il gruppo è partito da Varsavia il 29 dicembre scorso. Hanno tre mesi di tempo per vincere la loro sfida. “Nel caso della scalata del K2 la difficoltà maggiore è costituita dalle condizioni atmosferiche”, spiega al Sir don Krzysztof Gardyna, oggi 60enne parroco di Cieszyn Krasna. Il sacerdote è un esperto in materia: in passato è stato infatti scalatore delle Alpi, delle Ande, di vette dell’Africa (Kilimangiaro nel 2000), delle Alpi australiane e della stessa catena dell’Himalaya. È stato il primo alpinista a conquistare la vette del KR-8 (6156 m, nel 1994) e quattro anni dopo del Urusvati (6200 m). In inverno, le temperature molto basse e il vento forte possono rendere impossibile ogni tentativo di scalare la vetta e – in attesa di un miglioramento delle condizioni meteo – costringere gli alpinisti a consumare le loro energie nel campo base. La spedizione ha fra l’altro potuto riprendere il tentativo di conquista invernale del K2 nella giornata di lunedì 29 gennaio, dopo che quattro suoi componenti (il russo Denis Urubko e i tre polacchi Adam Bielecki, Jaroslaw Botor e Piotr Tomala) avevano partecipato al soccorso, sul Nanga Parbat (a una distanza di un centinaio di chilometri coperti mediante l’ausilio di elicotteri), di una cordata in difficoltà, con il salvataggio dell’alpinista francese Elisabeth Revol. L’alpinista polacco Tomek Mackiewicz, impegnato con la Revol, è invece dato per disperso.

Tecnicamente il K2 è considerato la montagna più difficile di tutta la catena Karakorum. Quali le difficoltà soggettive?
Il problema più grande è la stanchezza. Ad alta quota la rigenerazione dell’organismo umano avviene molto lentamente e può succedere anche che non si riesca a ritornare in forze dopo un rilevante sforzo come potrebbe essere un tentativo di scalata. Il gruppo sul K2 o avrà fortuna e troverà il tempo buono avendo ancora abbastanza forze da tentare la salita finale, o dovrà rinunciarci. Ma, ricordiamoci: non si tratta soltanto di salire in vetta. Ancora più importante è riportare tutti a bassa quota. Spero che i miei colleghi riescano a prendere le decisioni adeguate e alla fine tutti torneranno a casa, a prescindere dall’aver raggiunto la vetta.

Avendo scalato gli 8.035 metri del Gasherbrum II, lei conosce bene i pericoli e le difficoltà degli ottomila. Il rischio al quale si espongono gli arrampicatori non le sembra irragionevole?
Nella vita non si possono scampare i pericoli. La capacità di fronteggiare un rischio sostenibile è il motore dello sviluppo umano, tra l’altro già previsto nell’intimazione “riempite la terra e soggiogatela”. Abramo, se non avesse rischiato e non si fosse fidato della parola di Dio, non sarebbe divenuto “padre di tutti credenti”. Il rischio fa parte della vita dell’uomo ed è quindi importante  saperlo affrontare in modo equilibrato.

Salire sulle vette più alte è vanità, obbedienza o curiosità di conoscere l’opera di Dio?
Tutte quelle motivazioni hanno la loro validità. Nel mio caso, per il 75 per cento sono motivato dalla curiosità. Per il 20 per cento dalla vanità, considerando che il proprio ego per ciascuno ha una certa importanza. Il restante 5 per cento è l’ubbidienza alla Parola di Dio. Da sacerdote ho potuto dare testimonianza cristiana in quell’ambiente ristretto e piuttosto chiuso di uomini di alta montagna. Ma non ho scalato le montagne per figurare nei libri di storia.

Lei ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1986 ma già da prima, dal 1984 ha iniziato le prime arrampicate nei Monti Tatra. Poi nel 1992 è salito sulle montagne del Pamir. Dall’alto il Cielo si vede meglio?
L’alta montagna è un’immagine di Dio poiché “dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro Artefice”. Ma nemmeno in vetta di un ottomila si è più vicini al Cielo…

Se voglio sentirmi “più vicino” al Signore mi inginocchio davanti al Santissimo

che non può essere sostituito da alcuna vetta. Ho avuto la possibilità di celebrare l’Eucaristia sul Gasherbrum II e sulla terza vetta del Sud America, la Nevado Pissis, di 6.882 metri. Lì in alto ci vogliono soprattutto l’aria buona e assenza vento, e una riserva di tempo per scendere senza rischi per sé e i compagni di scalata.

Ha scalato le Alpi, è salito in solitaria sul Monte Bianco, ha scalato l’Himalaya, e tante altre montagne. L’alpinismo è ancora “l’esplorazione” o è già diventato un fenomeno commerciale?
Nonostante le possibilità di esplorare siano sempre più limitate, bisogna ricordare che già 100 anni fa è stata dichiarata la fine dell’era di esploratori di alta montagna. Tuttavia, visto che le possibilità tecnologiche e le capacità umane aumentano, non direi che ci si avvicini alla fine dell’esplorazione. Se i polacchi riusciranno quest’anno a scalare il K2 in inverno concluderanno un’epoca. Ma su quelle montagne ci si potrà arrampicare sempre e comunque. Tutti conoscono i nomi dei primi scalatori dell’Everest e forse anche dei due polacchi, Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy, che, come primi, lo hanno scalato in inverno, ma credo nessuno conosca il nome di chi sia stato il millesimo scalatore della vetta più alta del mondo: ciò nonostante, non credo questo sminuisca la sua soddisfazione. Anch’io sarei felicissimo, qualora potessi salire sull’Everest, anche se fossi la 5.362ma persona in vetta! Non bisogna poi demonizzare coloro che partecipano a delle escursioni organizzate, e quindi in un certo senso “commerciali”. Non toglierei loro la gioia di poter realizzare il proprio sogno.

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