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Un altro morto sulla linea Chiasso-Lugano. Quei “martiri” delle migrazioni interrogano le coscienze

Un giovane, sulla trentina, senza documenti, travolto da un treno a Balerna mentre cerca di passare dal Comasco al Cantone Ticino. Un'altra vittima della povertà, e dello stesso fenomeno migratorio, la cui morte, preceduta di recente da altre due simili tragedie, sta sollecitando attenzione e confronto, in Svizzera come in Italia. Le diocesi di Lugano e Como studiano forme di collaborazione per l'accoglienza

Morire sui binari travolto da un treno lanciato a 80 km orari. È accaduto la sera di sabato 20 gennaio in territorio di Balerna, in Svizzera, non lontano dalla stazione di questo paese di confine lungo la linea ferroviaria Chiasso-Lugano.
Il macchinista non ha potuto fare nulla. Ha visto solo all’ultimo momento quell’uomo che camminava proprio in mezzo ai binari, mentre un altro avanzava accanto a lui sulla massicciata. La vittima, un migrante del quale ancora non si conoscono le generalità, non si è accorta che alle sue spalle arrivava l’Eurocity proveniente da Milano e diretto a Zurigo. Dal racconto del compagno uscito illeso, di nazionalità marocchina, si tratterebbe di un giovane di circa 30 anni, senza documenti, proveniente come lui dal Marocco. La tragedia si è consumata in pochi istanti. Il traffico ferroviario è rimasto bloccato per alcune ore.
È il terzo, drammatico caso che si registra in meno di un anno lungo la tratta ferroviaria svizzera, a poche centinaia di metri dal confine con l’Italia. Il 27 febbraio 2017 un ventenne del Mali, Youssuf Diakite, morì folgorato sul tetto di un treno regionale sul quale si era rifugiato per evitare i controlli. Fatale il cambio di tensione tra le due linee elettriche: dai 3mila volt della linea italiana ai 15mila di quella elvetica. Il suo corpo carbonizzato venne trovato quando il treno si fermò in stazione, sempre a Balerna.
Solo un mese dopo, un ventiduenne del Camerun, anch’egli salito sul tetto di un convoglio, venne colpito da una scarica ad alta tensione nella stazione di Chiasso. Rimase gravemente ustionato, lottando per settimane tra la vita e la morte.
Due fatti di cronaca che avevano impressionato l’opinione pubblica del Cantone Ticino e che avevano indotto i vertici delle Ferrovie federali e quelli di Trenord, ad elaborare una strategia per informare i rifugiati dei pericoli che si corrono arrampicandosi sul tetto dei convogli. Una scelta disperata e incosciente da parte di chi affolla la stazione di Como San Giovanni, e tenta in tutti i modi di raggiungere il nord Europa, passando dalla Svizzera.

Ora, a meno di un anno dal primo tragico avvenimento, quest’altra assurda morte lungo i binari. Anche in questo caso, come nel 2017, i due hanno scelto la ferrovia. Come fanno decine di altri profughi tutti i giorni, percorrendo a piedi una via ritenuta più sicura perché lontana dai controlli che Polizia cantonale e Guardie di confine elvetiche effettuano lungo le strade. Quelli che entrano in Svizzera, però, se non fanno domanda d’asilo, dopo una notte in un centro di accoglienza temporanea, vengono rimandati in Italia. E ritentano di nuovo.Sul fronte ticinese, non mancano gesti di solidarietà da parte della popolazione. E le comunità ecclesiali della zona di confine, intervengono con i volontari. Ne è nata anche una collaborazione con i volontari comaschi. Collaborazione intensificatasi quando, nell’estate del 2016, scoppiò a Como una vera e propria emergenza a causa dell’applicazione rigida degli accordi di Schengen da parte delle autorità elvetiche, con respingimenti alla frontiera. Tanto che Caritas comasca e coloro che facevano capo a don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio, si mobilitarono per organizzare un’imprevista, imponente accoglienza. Molti i ticinesi che hanno offerto un aiuto.
La stessa diocesi di Lugano, quando nel 2015 alle frontiere premevano migliaia di esiliati siriani, aveva lanciato attraverso un invito a parrocchie e comunità per individuare e mettere a disposizione delle autorità cantonali ogni tipo di struttura adatta all’accoglienza (colonie, stabili vuoti, edifici, prefabbricati, case o appartamenti). Nel 2017, poi, in occasione della morte del giovane Youssuf, si era svolta una veglia di preghiera nella stazione di Balerna insieme ai comaschi giunti da oltre confine. Alla quale era seguita una giornata di sensibilizzazione – sempre insieme – in una parrocchia nel centro di Como, con la partecipazione attiva di alcuni profughi.
Ora le due diocesi, attraverso l’incontro fra il vescovo di Lugano mons. Valerio Lazzeri e il vescovo di Como, mons. Oscar Cantoni, stanno studiando forme di collaborazione che possano diventare efficaci testimonianza di accoglienza.

(*) giornalista RSI, Radiotelevisione svizzera

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