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Irlanda: dopo lo scandalo degli abusi, il calo delle vocazioni. Per ripartire cura pastorale, compassione, umiltà

L’associazione degli ordini religiosi che si occupa di vocazioni ha promosso uno studio interpellando cappellani, direttori spirituali e giovani. Il Paese attraversa una fase di forte secolarizzazione, mentre calano i numeri di preti, monaci, suore. Può essere il "tempo propizio" per una "ripartenza", con una Chiesa fedele al Vangelo che può rispondere alla "fame spirituale che avvolge il vuoto esistenziale delle persone"

Una ricerca sulle “Vocazioni religiose in Irlanda” per parlare della crisi di vocazioni vissuta dagli ordini religiosi partendo dalla specificità del contesto irlandese, ma soprattutto per “mettere in luce le opportunità che questo particolare contesto offre alla Chiesa cattolica”: è il lavoro compiuto da Noelia Molina, ricercatrice irlandese incaricata da Vocations Ireland, l’associazione degli ordini religiosi che si occupa di vocazioni, che ha interpellato cappellani, direttori vocazionali, direttori spirituali e giovani religiosi.

Qualche cifra. Alcuni dati sul contesto irlandese, risalenti all’aprile 2016, dicono che il 78% circa degli irlandesi oggi si dichiara cattolico.

La partecipazione settimanale alla messa resta un’abitudine per il 43% di essi.

I sacerdoti diocesani che nel 2004 erano 3.140, nel 2014 sono diventati 2.620 e anagraficamente anziani. Anche il numero di sacerdoti appartenenti agli ordini religiosi registra lo stesso andamento in calo (circa 1.880 secondo dati del 2012, rispetto ai 2.160 del 2002); decrescita ancora più rapida per il numero delle suore, con un declino del 23% in dieci anni (secondo dati del 2012 oggi sono un po’ meno di 7.000). Un altro dato nuovo per l’Irlanda è che nel 2016, circa il 10% della popolazione irlandese ha dichiarato di non avere alcuna religione, costituendo il secondo gruppo più numeroso dopo i cattolici nella classifica delle appartenenze religiose.

L’elenco delle sfide. L’Irlanda sta ancora scontando le conseguenze dello scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa che ha “scosso la Chiesa cattolica irlandese fino al cuore della sua struttura”, lasciando i postumi tipici di un “trauma”, tanto nella società quanto nella Chiesa stessa, si legge nella ricerca. Nell’elenco delle “sfide” della Chiesa cattolica irlandese c’è anche “il clericalismo” che “si manifesta nella leadership della Chiesa” e che pone la sua enfasi su “potere, arroganza e superiorità, a scapito di coloro che stanno veramente servendo dall’essenza del Vangelo”. Tutto questo accanto ai tratti consueti di una società post-secolarizzata che la sociologia descrive in questo tempo.

Cura pastorale compassionevole. Queste difficoltà possono però trasformarsi in un aggancio per una nuova partenza: poiché c’è un bisogno reale di “guarigione e trasformazione spirituale”, la Chiesa cattolica può prendere l’iniziativa e sviluppare “una cultura della cura pastorale compassionevole”, i cui tratti sono “mostrare il perdono, esprimere gratitudine, essere umili, mostrare compassione”. Rispetto allo specifico delle vocazioni, nota la ricerca, i giovani irlandesi che oggi si affacciano alla vita religiosa sono quelli che non hanno vissuto “gli scandali degli abusi”, anche se di fatto “si è persa una generazione di giovani a causa in quelle vicende”. Su un altro fronte, “la fame spirituale che avvolge il vuoto esistenziale delle persone oggi continuerà a far emergere le domande più profonde sul significato e lo scopo nella vita” e quindi sarà di “primaria importanza” saper “creare spazi” in cui le persone “possano discutere queste domande profonde”. Ben vengano quindi “scuole di preghiera e discernimento” attraverso “ritiri per gruppi, direzione spirituale, lectio divina, preghiera, meditazione sulle Scritture” che possono aiutare le persone a esplorare la loro passione per Dio. Per contro, il “rifiuto a cambiare, la rigidità di pensiero” o la nostalgia delle glorie passate “saranno di ostacolo a ogni possibilità” di recupero della fiducia; resta difficile recuperare una “voce pubblica”, “in un sistema che mostra tutti i segni e i sintomi di un trauma”.

“In pace con se stessi”. Sul piano più meramente vocazionale, emerge l’importanza che il percorso di discernimento cominci “dal momento del primo incontro, fino alla scelta definitiva”, qualsiasi essa sia, perché anche se “i candidati”, al sacerdozio e alla vita religiosa “a un certo punto lasciano, devono farlo in pace con se stessi”.

Cammino vocazionale oggi significa “risveglio” alla fede

ma anche “guarigione” dalle ferite che le persone si portano dentro per restituire loro la libertà. Per gli ordini religiosi proporre un cammino vocazionale implica innanzitutto “farsi conoscere, rendersi visibili e presenti” là dove ci sono i giovani; e poi trovare “modi creativi per condividere storie di fede”, perché queste storie non sono cambiate, c’è solo bisogno di un “brand e un marketing nuovo”, per far capire Dio alle persone di oggi. Tra chi si occupa di vocazioni c’è anche frustrazione: per alcuni, a causa della mancanza di tempo e per la necessità di doverlo fare “part-time”, perché impegnato già in altre attività per la congregazione; per altri invece la frustrazione nasce dal percepirlo come un ministero “scoraggiante” per reggerlo “full time”.

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