This content is available in English

Szczerski: “i nostri partner devono imparare a fidarsi, anche in Polonia batte un cuore europeo”

Il capo di gabinetto del presidente della Repubblica polacca riflette a voce alta sul rapporto tra Varsavia e Ue. La quale, sostiene, dovrebbe cambiare riscoprendo la propria identità e applicando rigorosamente il principio di sussidiarietà. L'autore del volume "Un cattolico nell'Unione europea" analizza dunque le difficoltà del progetto comunitario da un diverso angolo visuale. "Sulla crisi migratoria - afferma - avevamo ragione noi"

Il 72% di polacchi dichiara di vedere con entusiasmo il proprio Paese nell’Unione europea: lo spiega al Sir il 44enne Krzysztof Szczerski, politologo, oggi capo di gabinetto del Presidente della Repubblica di Polonia. Il quale nel 2003 aveva pubblicato il volume “Un cattolico nell’Ue”. Come esponente del partito Diritto e giustizia, guidato da Jaroslaw Kaczynski, che ha la maggioranza nel Parlamento polacco e gode del 45% circa dei consensi della società civile, Szczerski ha recentemente partecipato nella sede della Pontificia Università Santa Croce a una conferenza dedicata ai valori dell’Europa del XXI secolo. In occasione della sua visita a Roma inoltre ha presentato, presso l’ambasciata di Polonia al Vaticano, il libro pubblicato in Polonia e che tra l’altro uscirà presto anche in versione italiana.

Perché ha intitolato il suo libro “Utopia europea”?
Ho scelto quel titolo perché l’attuale crisi dell’Ue è l’esempio che i sistemi politici distanti dalla realtà sociale devono per forza di cose, in un certo momento, trovarsi nella situazione in cui non sono più adatti a svolgere le proprie funzioni. Già negli anni ’70 l’Unione europea era molto diversa da quella ideata dai padri fondatori. Al potere arrivarono allora le forze politiche guidate dal socio-costruttivismo e dal liberalismo di sinistra, convinte che la società non sia radicata nella storia con il susseguirsi delle generazioni capaci di trasmettere da padre in figlio le tradizioni e i valori, bensì ritenendola un “agglomerato” creato secondo un piano politico predeterminato. Dalla caduta del muro di Berlino i valori cristiani non costituiscono più il fondamento della stabilità del nostro continente. La Polonia e altri Paesi aderirono all’Ue al momento in cui era in atto la programmata scissione del legame del cittadino con il proprio luogo di nascita e con le generazioni precedenti, quando le tradizioni e le usanze tradizionali venivano derise e sostituite dalla figura di un “uomo moderno”. Le élite europee si sono staccate dalla realtà, e oggi vengono guidate da un’utopia politica, convinte che i cittadini, o meglio i sudditi, non siano abbastanza maturi per lo spirito e le finalità dell’epoca nella quale viviamo.

Qual è, secondo lei, il problema più grave dell’Europa moderna?
Il problema fondamentale dell’Europa di oggi è quello identitario. È necessario riscoprire le radici dell’identità europea. L’Europa dovrebbe essere una comunità di valori e cultura affini. Mi ricordo bene Giovanni Paolo II quando supplicava l’Unione europea di inserire l’idea della civiltà giudeo-cristiana nel preambolo della Costituzione europea.

Allora ho capito che l’Europa non voleva riconoscere la propria identità storica e culturale, la propria civiltà.

Il nostro continente diventa sempre di più un agglomerato di forze e di processi che non è possibile definire in modo preciso poiché non sono radicati nella storia. Secondo me, il dibattito europeo oggi ha preso una direzione sbagliata. Il risanamento dell’Europa può avvenire soltanto in conseguenza di un rinnovato entusiasmo degli europei a operare insieme per trovarsi in un’Europa comune, senza pregiudizi, senza divisioni e gerarchie. Quell’entusiasmo deve essere accompagnato dalla volontà politica e allora si potrà parlare di una nuova generazione, di un nuovo movimento politico europeo. Oggi invece abbiamo molti partiti euroscettici che, di fatto, possono far esplodere l’Unione dal suo interno mentre si tratta di migliorare Europa nell’ambito dell’integrazione politica.

Quale sarebbe la sua ricetta per Europa?
L’unica soluzione è ricostruire l’Europa per reintegrarla secondo nuove regole. Bisogna rinunciare all’idea di un’Europa gerarchica, dove alcuni Stati svolgono il ruolo egemone rispetto ad altri, e sostituirla con una “democrazia intergovernativa”, libera dal monopolio commerciale e distributivo che oggi si trova nelle mani delle grandi multinazionali.  Dobbiamo costruire un’Europa di libere nazioni e di Stati paritari. Le nuove relazioni tra i Paesi membri dell’Ue dovrebbero basarsi su una maggiore incisività dei Parlamenti nazionali, per controllare le istituzioni sovranazionali, e una più rigorosa attuazione del principio di sussidiarietà. I problemi dell’integrazione si possono risolvere non tanto con un’integrazione più stretta ma piuttosto con libertà e solidarietà maggiori. La nuova Ue, “l’unione del buon senso”, non dovrebbe cercare di realizzare un programma astratto né tanto meno costruire dei “nuovi cittadini”, ma dovrebbe aver fiducia nei popoli e negli Stati in considerazione delle loro tradizioni, diversità e della loro storia. Poiché il soggetto delle politiche d’integrazione dovrebbero essere i popoli e gli Stati che non possono essere assorbiti dal “moloch” dell’euroburocrazia.

Che cosa può fare la Polonia per l’Europa?
Altri Paesi dovrebbero semplicemente ascoltarci di più. I nostri partner devono fidarsi e credere che anche in questa nostra parte del continente batte il cuore dell’Europa.

Come vuole convincerli?
Con una politica coerente, allo stesso tempo europea, e polacca. L’esempio è quello della crisi migratoria. La Polonia sin dall’inizio, dal 2015, con coerenza ha sempre sottolineato la necessità di difendere le frontiere esterne dell’Ue, di lavorare con i partner europei al di fuori del continente per risolvere i conflitti che sono la causa delle migrazioni. All’inizio tali idee venivano considerate marginali o addirittura antieuropeiste. Oggi, i politici a Bruxelles e in altri Paesi dicono esattamente le stesse cose.

Altri articoli in Europa

Europa