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(Re)thinking Europe. Pat Cox: “Siamo europei e questo è il nostro terreno comune”

Bilancio del dialogo “(Re)thinking Europe” – svoltosi in Vaticano con l’intervento finale del Papa – sul contributo dei cristiani al progetto comunitario. Il politico irlandese, che ha introdotto l’evento, indica alcuni elementi emersi e afferma: occorre avviare un processo per rilanciare l’integrazione, che abbia come protagonisti i cittadini. Lo spazio della politica, il ruolo delle Chiese

(Foto SIR/PE)

“Sono irlandese e sono contento di esserlo. Sono nato, vivo e morirò in Irlanda. Ma questo non mi ha impedito di percepire il senso di qualcosa di più grande e più ampio; non ho mai sentito che queste due dimensioni, nazionale ed europea, fossero in conflitto, bensì una il complemento dell’altra”. Si presenta così Pat Cox, irlandese, classe 1952, giornalista passato alla politica, cui è stato affidato il compito di “definire il tema” dell’evento “(Re)thinking Europe” che ha raccolto in Vaticano, dal 27 al 29 ottobre, 350 partecipanti da tutto il continente per un confronto sul “contributo dei cristiani al futuro del progetto europeo”. Cox, seduto negli scranni liberaldemocratici al Parlamento europeo dal 1988 al 2004, negli ultimi due anni è stato presidente dell’assemblea Ue. Nel 2004 è stato insignito del premio Carlo Magno per i suoi sforzi nell’allargamento dell’Unione verso est.

Giorni intensi e dialogo serrato nell’aula del Sinodo, con il discorso finale di Papa Francesco. Cox, quale valutazione dà dell’incontro?
È il mio primo incontro di dialogo di questo tipo e su questa scala e l’ho trovato estremamente interessante soprattutto per la possibilità che ho avuto di ascoltare i rapporti dei tanti gruppi di lavoro che si sono svolti.

È stato sorprendente constatare quanto simili siano stati i temi emersi, nonostante la diversità di provenienze e prospettive

dal punto di vista geografico, ma anche confessionale e linguistico, dei loro componenti: il ruolo della cittadinanza attiva; i cittadini come incarnazione dei valori spirituali e civili; il ruolo di valori come la solidarietà e la sussidiarietà nella definizione delle politiche europee; l’uso di queste parole in modo efficace nel delineare prospettive riguardo il clima e lo sviluppo, come del resto fa la Laudato si’. Tutto questo mi pare manifesti il senso di un comune progresso.

Quali prospettive per il futuro?
In apertura dell’incontro, indipendentemente da quale ne sarebbe stato l’esito, ho detto che l’impegno passivo non è più sufficiente. E ho detto che l’impegno deve essere attivo in ogni luogo, su ogni argomento e ogni giorno. L’Europa non è là fuori, è qui dentro e dobbiamo capire che noi siamo gli europei e questo è il nostro terreno comune. I nostri scambi, che non devono necessariamente essere politicamente “alti” e “intellettuali”, ma anche quelli che si hanno mentre si beve un caffè, possono avere l’Europa come tema e sono un contributo importante, insieme a molti altri.

Qui ho percepito un “appetito”: voler continuare questo confronto ciascuno a casa propria, nel proprio Paese.

La mia sensazione è rinsaldata dall’aver sentito alcuni giovani dire di voler fare una cosa simile per i giovani, o tante persone affermare: “Questa è veramente una bella cosa; la dobbiamo rifare anche nella nostra parrocchia”. Questi scambi devono in qualche modo arrivare alla base.

Cosa pensa dell’intervento di Papa Francesco?
Penso che la serie di tutti i discorsi di Papa Francesco sull’Europa indichi un incoraggiamento estremamente chiaro, proveniente dal cuore e dal livello più alto della Chiesa, perché l’Europa creda in se stessa. E penso sia molto importante in questo momento che la Chiesa cattolica passi quel messaggio ai leader politici e alla società civile europea dicendo: “Noi crediamo in voi e voi dovreste credere in voi stessi”.

È stato un vero dialogo? Che frutti ha prodotto?
Vedo i giorni in Vaticano come il nuovo inizio di un processo; è un processo e non un evento che segna il cambiamento. Io penso che sia stato pensato non come momento di definizione, ma di riflessione ed è per questo che nelle conclusioni ho affermato che l’aspirazione a fare meglio e insieme come europei è qualcosa che mi porto via perché quel desiderio è stato rianimato.

Ho l’impressione che ci sia la necessità di moltiplicare occasioni di questo genere.

Quando Emmanuel Macron ha parlato alla Sorbona ha detto quasi le stesse cose: abbiamo bisogno di lavorare con e attraverso le persone; non lo si può fare con testi impolverati e in stanze segrete. Questo momento storico sta distillando la necessità di consultare le persone, parlare con loro e questo evento promosso da Comece e Santa Sede ne è parte. Inoltre abbiamo parlato di spaccature e divisioni tra nord e sud nate dalla crisi economica, o tra est e ovest a motivo della crisi dei rifugiati o di questioni legate ai valori. Non è sempre la cosa più facile da fare, raccogliere un simile gruppo di persone al di fuori di un’istituzione politica, come il Parlamento europeo che è progettato per fare ciò. C’è quindi una peculiarità nel radunare tutta questa diversità in un unico confronto. Qualsiasi siano le sue imperfezioni, esso può essere percepito come un nutrimento ed è parte di uno sforzo comune.

Se per la politica ragionare in termini di bene comune è spesso difficile a livello locale, lo è tanto più a livello europeo, non pensa?
Nella mia relazione per contestualizzare l’incontro ho sottolineato come per sua natura l’arte della politica sia un’arte “umana” e come essa, a partire dalla natura della persona che la pratica, può essere molto spavalda o molto compassionevole, coraggiosa o compiacente o persino cinica. È parte della natura umana che si produca una politica come vocazione di servizio pubblico o una politica che guarda a se stessa e non alla società. Tutto questo, dappertutto e a tutti i livelli. La natura umana in se stessa è imperfetta. Questo non significa che non dobbiamo lottare per definire le nostre idee. È la lotta costante tra la nostra parte migliore e quella peggiore.

Rapporto tra Chiesa e politica: non c’è il rischio di ricadere nella nostalgia del tempo in cui i cattolici, almeno in alcuni Paesi europei, avevano un ruolo preminente nella sfera pubblica?
Ci sono dappertutto dibattiti e sensibilità diverse su quale sia il giusto equilibrio tra Chiesa e Stato. In generale la Chiesa ha una certa autorevolezza nel dare indicazioni nell’ambito dei valori e delle idee. Vedo il legame tra il mondo politico secolare e le Chiese – al plurale! – a livello di valori e della mobilitazione di grandi idee, non battendo i pugni dal pulpito, ma incoraggiando attraverso una riflessione sulle grandi sfide e animando coloro che sono portatori di valori.

Qual è secondo lei il modello di unità europea da costruire?
Chi cercasse un modello di unità che vuole uniformità o omogeneità, ucciderebbe l’Unione europea. Quest’idea di unità ma non uniformità è la guardiana contro l’eccesso di perfezionismo che vuole l’omogeneità. Siamo a Roma, nella città in cui 2000 anni fa si poteva dire “cives romanus sum”, ma non c’era bisogno di essere romano per dirlo. Questa è la nostra storia. Non abbiamo nemmeno bisogno di nuove idee. Penso la questione di fondo sia veramente costruire ponti e non barriere.

Queste sono le riflessioni che abbiamo sviluppato a “(Re)thinking Europe” e che portiamo ora nelle realtà in cui viviamo e operiamo ogni giorno.

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