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(Re)thinking Europe. Mons. Scicluna, “ponti non muri. C’è l’accoglienza nel Dna del nostro continente”

L'arcivescovo di Malta, tra i relatori al dialogo sul futuro dell'Europa, promosso in Vaticano da Comece e Santa Sede, riflette su alcuni dei temi all'ordine del giorno, a partire dall'assassinio della giornalista Daphne Caruana Galizia. Valutazioni su senso della democrazia, ruolo della politica, dialogo tra Chiesa e istituzioni, costruzione del bene comune, solidarietà e flussi migratori

“Questo assassinio veramente nefasto di Daphne Caruana Galizia segna un momento di grande tensione per Malta ma ha suscitato una reazione civile molto forte. Ciò significa che il pilastro fondamentale della democrazia c’è: quando la gente reagisce è il segno che la coscienza sociale è viva e non si lascia intimidire dall’arroganza di chi vuole eliminare fisicamente l’avversario o un giornalista che critica, investiga e combatte non solo la corruzione e l’abuso di potere ma anche la prepotenza”. Lo afferma l’arcivescovo di Malta, mons. Charles Scicluna, alla vigilia dell’incontro in Vaticano, “(Ri)pensare l’Europa” (27-29 ottobre), organizzato congiuntamente dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) e dalla Santa Sede. “Siamo tutti scossi e ci stiamo chiedendo come mai siamo arrivati a questo. Non saprei chi ha nel cuore tanta cattiveria per arrivare a far saltare in aria una persona che fa il suo mestiere, anche se è una voce scomoda. Certo è il momento per la nazione maltese, piccola ma fiera di una lunga tradizione, di mostrare al mondo che la democrazia non è solo una messa in scena, ma una realtà”.

La situazione a Malta è polarizzata da mesi e il dialogo difficile. Lei stesso ha più volte invitato i politici alla riconciliazione…
Secondo me questo è un discorso che vale su scala europea: l’intolleranza reciproca che si mostra su molti fronti. Assistiamo a un inasprimento del dialogo politico o forse a una mancanza di dialogo, che preoccupa l’osservatore o chi vuole promuovere il dialogo e il bene comune.

È un invito che noi vescovi facciamo alla popolazione europea: coltivare di più il senso del dialogo.

Purtroppo alcuni estremismi e nazionalismi combattono questa cultura del dialogo, proposta con tanta efficacia e profezia da Papa Francesco, ma dobbiamo promuoverla anche nel quotidiano.

In Vaticano si parlerà di “stato della democrazia in Europa”: non pensa che un ostacolo alla vita democratica sia anche la corruzione che non si riesce a sradicare in molti dei nostri Paesi?
Papa Francesco ha parlato con parole di fuoco contro la corruzione, se pensiamo alla Bolla d’indizione dell’Anno santo della misericordia e a tutte le volte in cui anche con frasi molto forti torna sul fatto che la corruzione è non solo un cancro, ma un veleno che intacca la politica e la rende un disservizio all’uomo. Secondo me nasce anche dal peccato originale, dalla tendenza nell’uomo a pensare a se stesso, chiudersi in se stesso, a un’autoreferenzialità che è nemica del bene comune. Il Papa quando parla della politica in Evangelii gaudium, ma poi anche nell’enciclica sociale Laudato si’, ne parla come un servizio che è espressione di una carità molto alta, perché pensa al bene comune. E lo dobbiamo fare anche nella chiave di una solidarietà intergenerazionale. Sono parole di profezia, un ossigeno per la politica che pensa al bene comune. Purtroppo la realtà deve sempre fare i conti con persone che invece sono al servizio degli interessi particolari. Certo le parole sono importanti, ma come diceva Paolo VI, ci vuole anche la testimonianza. La Chiesa non è solo la gerarchia, ma anche i laici impegnati, che nel sociale devono essere luce per il mondo, sale per la terra e lievito che fa crescere l’impasto. Queste immagini di Gesù sono attuali anche oggi: non dobbiamo scoraggiarci se siamo piccole minoranze, è la logica del lievito, del sale e della luce: sono elementi piccoli ma che hanno un effetto straordinario di testimonianza, per cui noi, e questo appello lo faccio anche ai nostri qui a Malta, dobbiamo passare dalle parole ai fatti.

Lei parteciperà all’incontro in qualità di relatore sul tema della integrazione e della “costruzione di ponti” tra e negli Stati. Quali ponti devono costruire i cristiani per sostenere il progetto europeo?
Innanzitutto il ponte della solidarietà, quella che nasce dalla parola di Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete dato accoglienza”. Queste parole danno il criterio del giudizio su tutti noi e devono essere i pilastri di un ponte che significa solidarietà. Penso all’esperienza della Chiesa a Malta e all’accoglienza quotidiana che diamo a 400 immigrati nelle nostre strutture: questo è concreto.

La solidarietà se non è concreta, non è solidarietà.

Ma i cristiani sono presenti anche attorno ai tavoli dove si concordano le politiche e devono essere presenza di ragionevolezza, equilibrio ma anche di una compassione fattiva.

Quali ponti si aspetta dalla politica?
Questi corridoi umanitari, per esempio. I ponti sono un’antitesi alle muraglie che lasciano gli altri fuori. L’Europa non è stata mai costruita lasciando fuori la gente, ma accogliendo la gente. Il Mediterraneo è abitato da popolazioni che in passato sono anche partite come emigranti economici alla ricerca di un futuro nel nuovo mondo e lo hanno costruito. Alcuni dicono e forse anche giustamente, che erano spostamenti legali, coordinati. Allora ci vuole questo coordinamento. E anche nei Paesi da dove nascono questi movimenti di persone che cercano una vita migliore per la famiglia e l’individuo, l’Europa deve aprire il dialogo, non di sfruttamento o colonizzazione ma di sviluppo integrale per la società per aiutare così la vera condivisione.

Che cosa si attende dall’appuntamento di Roma?
È un’idea straordinaria della Comece e sarà un’ottima esperienza di ascolto gli uni degli altri. Se parliamo di ponti e di dialogo, prima dobbiamo viverli. Abbiamo bisogno di incontrarci, di ascoltarci gli uni gli altri e nel dialogo tra noi c’è già l’inizio di una cultura vera del dialogo.

A Malta funziona il dialogo tra la Chiesa e la politica?
Sì, perché è fattivo. La Chiesa è molto presente nel sociale, nell’educazione, nella riabilitazione delle persone che hanno vissuto la tragedia della dipendenza dalla droga, nella cura dei disabili, nelle residenze per anziani. Anche le parrocchie hanno una vivacità culturale molto forte. Ed è una presenza capillare, che ci rende parte della vita sociale e culturale in modo forte e bello.

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