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Discorso sullo stato dell’Unione: per il futuro dell’Europa la “sesta via” di Juncker

Davanti al Parlamento europeo il presidente della Commissione indica una serie di progetti e azioni per rilanciare l'integrazione politica da qui al 2025. Le urgenze concrete da affrontare, le pressioni populiste, qualche necessaria riforma anche per avvicinare la "casa comune" ai cittadini. Non è esattamente l’Europa dei sogni, ma un piccolo sogno sul futuro dell’Ue.

(da Strasburgo) L’Europa è pressata da sfide transnazionali, dall’economia alle migrazioni al terrorismo, che arrivano fino alla porta di casa. È assediata oltrefrontiera da una serie di conflitti e di miserie che hanno effetti, diretti e indiretti, sul Vecchio continente. Sperimenta nuove divisioni interne ed egoismi degli Stati, specie gli ultimi arrivati nella “casa comune”. E misura ogni giorno un nazionalismo, spesso alimentato ad arte, che mira a dividere piuttosto che a unire: il Brexit ne è l’emblema. Eppure in questa Europa ripiegata su di sé è ancora il tempo delle ambizioni, dei progetti, dei sogni. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, è arrivato a Strasburgo per raccontare agli eurodeputati il suo sogno.

Il presidente tira dritto. Nel Discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato mercoledì 13 settembre, Juncker ha affermato, dopo aver descritto alcuni elementi della recente ripresa economica: “L’Europa ha di nuovo i venti a favore. Se non ne approfittiamo però, non andremo da nessuna parte. Dobbiamo fissare la rotta per il futuro”. Poi cita Mark Twain: tra qualche anno non saremo delusi delle cose che abbiamo fatto ma da quelle che non abbiamo fatto. Questo, per il capo dell’Esecutivo, lussemburghese, politico navigato e concreto, è “il momento propizio per costruire un’Europa più unita, più forte e più democratica per il 2025″. Parla nell’emiciclo del Parlamento europeo e non pochi deputati strabuzzano gli occhi. “Farebbe meglio a mettere lo sguardo fuori dal palazzo”, bofonchia un europarlamentare lituano. “Parla di un’Europa che non esiste”, fa eco una esponente portoghese. Ma Juncker tira dritto. Non rinuncia al “sogno” e, dopo aver descritto la scorsa primavera, in un documento molto discusso negli ambienti Ue, cinque possibili scenari sul “Futuro dell’Unione”, nel capoluogo alsaziano delinea il sesto scenario, un mix di progetti, parole d’ordine, visioni e azioni.

Agenda fitta. “Sono trascorsi dieci anni da quando è esplosa la crisi e l’economia europea si sta finalmente riprendendo. Così come la nostra fiducia”. Snocciola una cinquina di priorità: libero commercio, sostegno all’industria, lotta contro i cambiamenti climatici, cibersicurezza, risposta alle migrazioni. “L’Europa è e deve rimanere il continente della solidarietà dove possono trovare rifugio coloro che fuggono le persecuzioni”:

e l’aula si spacca tra sostenitori dell’Ue ed euroscettici.

“Non posso parlare di migrazione – aggiunge subito – senza rendere un omaggio sentito all’Italia per il suo nobile e generoso operato. L’Italia sta salvando l’onore dell’Europa nel Mediterraneo”. Poi spazia dal sostegno allo sviluppo dell’Africa all’Unione dell’energia, dal Corpo europeo di solidarietà alla “Autorità europea del lavoro”. Il “pilastro sociale” è relegato in poche battute. Si dice d’accordo con le campagne di vaccinazione dei bambini, critica le differenze nei servizi pubblici e nella qualità degli alimenti fra un Paese e l’altro. Sostiene l’ingresso di Romania e Bulgaria nello Spazio Schengen, stoppa le ambizioni della Turchia per una futura adesione, lascia la porta aperta ai Balcani occidentali.

Il capitano della nave. Le grandi riforme e i progetti di lungo respiro si sommano a osservazioni apparentemente spicciole: la tutela dei consumatori non è da meno rispetto alla lotta al terrorismo, perché comunque riguarda la vita di ogni giorno dei 500 milioni di cittadini europei. Poi apre il capitolo delle riforme istituzionali: “L’Europa funzionerebbe meglio se unissimo le cariche di presidente della Commissione europea e di presidente del Consiglio europeo”.

Un solo “capitano della nave” per segnalarne l’unità e per indicare una rotta comune.

E per le elezioni dell’Euroassemblea intravvede liste paneuropee e partiti che discutono di Europa non di beghe nazionali. Quindi fissa una tabella di marcia che comprende la chiusura della partita con Londra sul Brexit: “il 30 marzo 2019 saremo un’Unione a 27”, e qui bacchetta gli inglesi che, sostiene, “presto si pentiranno della loro scelta” isolazionista. Juncker indica a questo punto una “fase nuova” dell’integrazione comunitaria. Le elezioni dell’Europarlamento del giugno 2019 sembrano lontane, ma per il capo dell’Esecutivo sono dietro l’angolo. “L’Unione di domani dobbiamo prepararla oggi”.

Emiciclo diviso. Poi comincia a sognare a occhi aperti: “È mia speranza che proprio il 30 marzo 2019 gli europei si sveglino in un’Unione in cui noi tutti terremo fede ai nostri valori. In cui tutti gli Stati membri rispetteranno inflessibilmente lo Stato di diritto e saranno solidali gli uni con gli altri. In cui avremo gettato le fondamenta dell’Unione economica e monetaria così da poter difendere la nostra moneta unica”, con un solo ministro dell’economia e della finanza. “Non è il momento degli eccessi di prudenza. Si avanza solo se si dà prova di audacia”, afferma, citando due “padri” come Helmut Kohl e Jacques Delors: non a caso un tedesco e un francese, Paesi motore dell’Ue. Terminato il discorso l’aula si divide: fan in piedi ad applaudire, sostenitori tiepidi, detrattori rumorosi. Juncker non avrà convinto tutti, ma almeno ha provato a delineare un percorso per rilanciare l’Unione in un quadro mondiale in cui ciascun Paese da solo conterebbe come il due a briscola. Non è forse l’Europa dei sogni, ma è un sogno sul futuro dell’Europa.

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