This content is available in English

Dopo Macron e verso il Brexit: l’Ue riprende quota. Ma è tempo di un’Europa a diverse velocità?

Secondo diversi osservatori il "vento è cambiato" o, quanto meno, i populismi sembrano allentare la presa sulla "casa comune". I problemi dell'unità politica non sono certi risolti. Anche per questo c'è chi torna a invocare una Unione "a geometrie variabili" o con più "velocità" a seconda della volontà di approfondire l'integrazione. Gli stessi Trattati prevedono già le "cooperazioni rafforzate", ribadite nella recente Dichiarazione di Roma

Palazzo Berlaymont, a Bruxelles, sede della Commissione europea, ricorda il 60° dei Trattati di Roma

Il vento è cambiato. Si moltiplicano i segnali di superamento dello sconforto e dello scetticismo, dopo le molte, profonde crisi e dopo che per un certo tempo è sembrato che le forze nazionaliste anti-europee di sinistra e di destra potessero occupare e far crollare l’Unione europea nel segno del populismo.
La nuova fiducia è sospinta dalla compattezza dell’Unione davanti alla sfida posta dal Brexit, dai risultati di elezioni importanti (Paesi Bassi e Francia) e da sondaggi d’opinione in vari Paesi; e ultima, ma non meno importante, dalla volontà di un numero crescente di cittadini di manifestare nelle strade e nelle piazze a favore dell’unificazione dell’Europa.
Un segnale significativo che lascia sperare in un nuovo inizio europeo è anche il fatto che il concetto di “Europa a più velocità” è di nuovo all’ordine del giorno. Nella Dichiarazione dei 27 capi di Stato e di governo e dei presidenti delle istituzioni europee, riuniti il 25 marzo in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, si afferma: “Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile”.
L’idea che gli Stati membri dell’Ue, che sono pronti e ne hanno le condizioni, proseguano il processo d’integrazione, nell’attesa che gli altri Stati membri, inizialmente rimasti indietro, vi si uniscano in un secondo tempo, è tornata all’ordine del giorno nel corso della storia dell’unificazione ogni volta in cui si è fatta strada la consapevolezza che una riforma fondamentale o un ulteriore sviluppo delle istituzioni, delle procedure e delle politiche europee in generale fossero assolutamente necessarie, ma che allo stesso tempo, per qualsivoglia motivo, non tutti gli Stati membri potessero accettare le decisioni necessarie.

Gli Stati membri sono i padroni dei Trattati, determinano la forma e il carattere dell’Unione e quindi di fatto anche delle sue competenze.

Quando si tratta del loro diritto di determinare la velocità del processo di unificazione, essi possono invocare la propria sovranità. Questo diritto trova espressione nel principio dell’unanimità, che sta alla base di tutte le votazioni sui Trattati e sulle materie politiche che i Trattati non sottopongono alla competenza e alla disciplina comunitaria.
Fondamentalmente, è in questione il concetto delle diverse velocità riguardo alla possibilità di superare la regola dell’unanimità, che troppo spesso ha portato a battute d’arresto o alla impossibilità di compiere riforme a beneficio del fare passi avanti.
È grazie a questo concetto che di fatto è stata avviata l’unificazione dell’Europa nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale; infatti l’appello del ministro degli Esteri francese Robert Schuman del 9 maggio 1950 per la fondazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nel segno della riconciliazione tra i nemici di una guerra che aveva causato un’incredibile sofferenza alla Francia e all’Europa, fu rivolto in un primo tempo alla Germania, nella volontà di coinvolgere anche i Paesi vicini. Oltre alla Germania vi aderirono però solo Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. Il risultato fu la Comunità dei Sei come precorritrice dell’odierna Unione europea, con i suoi 28 membri.
Grazie alle iniziative di un’avanguardia di Stati membri si è potuto poi, attraverso fasi di stagnazione, rimettere sempre in marcia il processo di unificazione. Perché raramente si è verificato che tutti gli Stati membri fossero pronti nello stesso momento ad andare avanti per consentire una efficiente unità politica d’azione, nell’interesse di un ulteriore sviluppo in senso federale e democratico dell’Unione. Un esempio particolarmente calzante per l’applicazione del concetto di “velocità diverse” è l’unione monetaria, a cui hanno in una prima fase (1998) aderito solo 11 dei 19 Stati membri; a poco a poco se ne sono aggiunti altri, così che oggi vi appartengono 19 su 28 stati membri.
Tuttavia uno dei rischi di tale processo è che la coerenza del sistema politico e istituzionale dell’Unione sia danneggiato se una parte procede con una solitaria fuga in avanti. Per contrastare ciò, nel Trattato di Maastricht (1992) è stata prevista la possibilità di una “cooperazione rafforzata” tra un gruppo di Stati membri a determinate condizioni, citate anche nella menzionata Dichiarazione di Roma, che garantisce che le iniziative dell’avanguardia siano prese “in conformità con i Trattati” e restino “aperte a tutti”.

Altri articoli in Europa

Europa