A Bratislava un’Europa impaurita e assediata. Ma i 27 firmano la “road map” per uscire dalla crisi

Il vertice nella capitale slovacca si chiude con una dichiarazione solenne che mette nero su bianco l'impasse comunitario. I timori dei cittadini, il populismo montante. Una serie di proposte su migrazioni, sicurezza, lavoro. Sullo sfondo emergono le divisioni tra gli Stati. Appuntamento a Roma per i 60 anni dei Trattati

Bratislava, 16 settembre 2016: summit informale dei capi di Stato e di governo Ue (foto SIR/UE)

Come sempre accade in politica, si può vedere il bicchiere mezzo vuoto oppure mezzo pieno. E si può anche stabilire a priori – succede di frequente – di bocciare un’iniziativa ancora prima che si svolga, sotto il segno del “non cambia mai nulla”. Anche il vertice informale dei 27 capi di Stato e di governo Ue, svoltosi ieri nel castello di Bratislava, ricade sotto questi schematismi. Molti commentatori lo avevano snobbato sin dall’inizio e oggi confermano il giudizio; altri cercano a tutti i costi di cavarne qualcosa di buono. Il passaggio dell’Ue – ormai priva del rappresentante britannico, che nessuno ha rimpianto – nella capitale slovacca ha rimarcato divisioni interne latenti, ma ha almeno segnato un “esame di coscienza” collettivo ormai irrinunciabile.
Nella “Dichiarazione di Bratislava” che ha concluso il summit si legge: “Ci riuniamo in un momento critico per il nostro progetto europeo”, in cui si è svolta “una diagnosi comune dello stato dell’Ue” e una “discussione del nostro futuro comune”. Una riflessione doverosa, spiega il documento conclusivo, per via del Brexit e delle paure che attraversano i popoli: “Dobbiamo concentrarci sulle aspettative dei cittadini, mettendo in discussione con grande coraggio le soluzioni semplicistiche proposte da forze politiche estremiste o populiste”. Resta una convinzione sottoscritta all’unanimità: “L’Ue non è perfetta ma è lo strumento più efficace di cui disponiamo per affrontare le nuove sfide che ci attendono”.
Uniti, dunque, ma frenati dagli stessi timori dei cittadini e paralizzati dalla marea populista che cresce dal basso e che spesso è alimentata dai leader nazionali.Timori che alimentano le divisioni. Renzi non si presenta alla conferenza stampa congiunta con Merkel e Hollande, dicendosi insoddisfatto sui capitoli delle migrazioni e dell’austerità: il premier italiano ha ragioni da vendere, anche se isolarsi da Berlino e Parigi e puntare il dito contro il fiscal compact e il surplus commerciale della Germania può essere politicamente molto pericoloso. E distanze profonde emergono tra Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ed Europa continentale e mediterranea; tra Paesi del Nord, che si ritengono sempre i più “virtuosi”, e quelli in costante affanno economico e di bilancio; tra europopolari ed eurosocialisti…
La “tabella di marcia di Bratislava”, che vorrebbe concretizzare i principi della “Dichiarazione”, tocca una serie di nodi vitali per l’Europa: migrazioni, frontiere, sicurezza interna ed esterna, lotta al terrorismo.

Confermando l’idea di una Ue che si sente assediata e che non trova lo scatto di reni per rafforzare i legami interni

e presentarsi con un volto attraente ai suoi cittadini, “preoccupati – vi si legge – dalla percezione di una mancanza di controllo e da paure riguardo a migrazione, terrorismo e insicurezza economica e sociale”. È il vocabolario ricorrente di un’Europa che invecchia, si chiude in sé e crede di poter lasciare fuori dalla porta le sfide della globalizzazione, di fronte alle quali occorrono processi di governo condivisi e non muri. Ma come spiegarlo a leader nazionalisti come Orban (Ungheria) Fico (Slovacchia), Szydlo (Polonia)?
Sulle migrazioni, infatti, la “road map” insiste sulle chiusure e sullo stop ai “migranti irregolari”, senza un accenno al fatto che nel mondo ci sono decine e decine di milioni di persone in fuga da guerra, fame e disastri naturali (se ne parlerà dal 19 settembre all’Onu). “Non sono affar nostro”, deve aver pensato qualche leader convenuto a Bratislava. Per cui la risposta ai flussi si limita al controllo delle frontiere e si rivolge agli accordi con la Turchia e offre soldi ai Balcani: il cimitero-Mediterraneo e Lampedusa devono essere finiti nel dimenticatoio, assieme al principio di solidarietà che dovrebbe tenere insieme l’Ue. Il tema della migrazione “regolare”, di cui l’Europa coi capelli bianchi avrebbe bisogno, non è neppure citata. Con i Paesi di origine e di transito dei flussi si parla di “patti sulla migrazione per la cooperazione e il dialogo” volti “alla riduzione dei flussi di migrazione illegale e all’aumento dei tassi di rimpatrio”: la cooperazione alla sviluppo è tornata nel cassetto…
Se il capitolo sulla sicurezza non offre novità di rilievo, quanto meno appare nella “road map” una paginetta sullo “sviluppo sociale ed economico – giovani” con una serie di provvedimenti da decidere e attuare che potrebbe in effetti avere ricadute positive su formazione, lavoro, mercati.
I leader si dicono pronti a “concretizzare le promesse” rafforzando “l’attuazione delle decisioni adottate”: meglio tardi che mai! Tra le tappe che li attendono per dar corso agli impegni nuovamente assunti figurano i summit ordinari di ottobre e dicembre, un nuovo vertice straordinario a La Valletta a inizio del prossimo anno. Infine: “Le celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma nel marzo 2017 saranno l’occasione per riunire i leader a Roma e serviranno per completare il processo avviato a Bratislava e delineare insieme orientamenti per il nostro futuro comune”. Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

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