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Calcio, a Glasgow l'”altra” Coppa. In campo i senzatetto di 52 Paesi, con una nuova speranza

Nella piazza centrale della città scozzese sono stati predisposti tre campi per disputare le partite della Homeless World Cup. Atleti che vivono per strada dall'Irlanda allo Zimbabwe, dall'India alla Norvegia, passando per Stati Uniti, Argentina e Corea del Sud. Un vero torneo mondiale - inventato nel 2003 dalla Caritas in Austria - e diventato un'opportunità di reinserimento sociale. Dove lo sport prende per mano la vita  

Mentre domenica si spegnevano a Parigi i potentissimi riflettori su Euro2016, 900 chilometri più a nord, a Glasgow, cominciava la “Coppa del mondo dei senzatetto”: 64 squadre maschili e femminili da 52 Paesi del mondo, 14 quelli europei presenti, per un totale di 512 calciatori. Nessuna società miliardaria o prospettive di cachet da capogiro per loro, ma un passato per strada, spesso nella disperazione e nella marginalità. A selezionare gli atleti, prepararli sportivamente, ma soprattutto psicologicamente ed emotivamente, sono i tantissimi progetti di “calcio di strada” presenti in 420 città di 72 nazioni nel mondo, che riescono a raggiungere ogni anno più di 100mila senza fissa dimora. È dal 2003 che si svolge questa singolarissima competizione calcistica che vive di beneficienza, donazioni, volontari. La prima edizione si svolse a Graz, in Austria, e l’organizzazione fu tutta “made in Caritas”. Da allora è stato un crescendo di numeri e di successi dal valore inestimabile.

Lo stadio in piazza. Così sulla centralissima George square di Glasgow, nel cuore della Scozia, sono stati predisposti tre campi da calcio con relativi spalti per ospitare, fino al 16 luglio, la Homeless World Cup 2016. Non c’è bisogno di biglietti e non si paga, ma sono previsti 100mila spettatori. Con tanto di parata e cerimonia di apertura, domenica 10 luglio i giocatori hanno sfilato nel centro della città, con gli allenatori a sventolare le bandiere nazionali. I trofei del torneo maschile e femminile sono stati presentati e sono iniziate le sfide.

È un continuo succedersi di partite, venti minuti ciascuna, a ritmo dell’incredibile voglia di vincere sul campo per poter poi ricominciare a vincere anche nella vita.

Per giocare in questo campionato sui generis le regole sono rigide: bisogna avere almeno 16 anni, non aver mai partecipato prima alla competizione, essere stato realmente un senzatetto nell’ultimo anno, aver guadagnato da vivere vendendo carta o ferri vecchi o attività simili. Chi è a Glasgow si è anche preso l’impegno di compiere un percorso di reintegrazione sociale.

“Ho capito che non sono solo”. Con la maglia dell’Irlanda del Nord gioca David, 29 anni: sta lottando per uscire dal tunnel dell’alcol. Intervistato racconta: “Siamo trattati benissimo. Ho incontrato un sacco di persone e conosciuto cose nuove e questo mi ha mostrato che non sono solo, che non sono l’unico senzatetto o alcolizzato”. David ha talento calcistico e un suo sogno è di poter partecipare all’edizione 2017 della Coppa come allenatore di una squadra. Gli organizzatori stimano che la Homeless World Cup abbia avuto in questi anni un’influenza positiva sulla vita di un milione di senzatetto.

Per i due terzi dei partecipanti la Coppa del mondo è l’inizio di un percorso di riabilitazione  e di miglioramento delle relazioni con le famiglie e gli amici.

È quanto è successo a Lyndon Rennie, 27 anni, che lo scorso anno ha partecipato alla competizione ad Amsterdam, nella squadra del Grenada, Caraibi. Era uno dei tanti giovani semi-analfabeti e disoccupati di questo “paradiso”. “Ricevi così tanto amore dalle persone che sono lì intorno!”, ha raccontato al suo ritorno. “Sono presenti tutti senzatetto e c’è una forma di unità tra le persone che è come una spinta a uscire da quella situazione”. Lyndon è riuscito a trovare un lavoro e a riprendere a vivere con sua figlia.

Dalla favela alla nazionale. Invece Michelle viveva a Cidade de Deus, una favela di Rio de Janeiro: partecipare nel 2007 a Copenaghen è stata la via che l’ha portata alle selezioni per la nazionale femminile di calcio brasiliana under 20. Bobby dalla Bulgaria, dopo una vita passata in orfanotrofio e poi dopo i 18 anni per strada, tra fame e solitudine, mentre è in fila per recuperare un pasto caldo sente parlare delle selezioni per una “squadra della speranza”. È il 2012. Ci riesce e va a Mexico City, da dove comincia la sua rinascita; al rientro trova un lavoro, finisce gli studi, riprende a sognare: “Desideravo lavorare con i bambini bisognosi, come ero stato io, perché non vivano ciò che ho vissuto io stesso”.James a 39 anni ha partecipato al torneo nel 2014 in Cile; una vita distrutta alle spalle, solitudine, prigione, eroina. Poi in un centro di riabilitazione la voglia di giocare a calcio lo ha rimesso in piedi.

Nessuna tv, ma c’è internet. Sono questi i veri campioni, ma per loro nessuna televisione si è contesa i diritti. Per fortuna su www.homelessworldcup.org li si può vedere correre dietro la palla e ai loro sogni. E sorridere alla fine di ogni partita, anche se perdono: perché il calcio è un gioco, non è la vita. Anche se un gioco può aiutare nella vita.

 

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