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Tutti i nodi al pettine: i sei mesi più lunghi dell’Unione europea. “Ma indietro non si torna”

Non c'è dubbio che il Brexit abbia portato alla luce, ingigantendoli, problemi e ritardi dell'integrazione comunitaria, in un rapporto di causa-effetto con i nazionalismi diffusi in ogni angolo del continente. E mentre nel Regno Unito molti elettori si pentono e i leader si defilano, si guarda al futuro. Le analisi - e qualche ricetta - di Mark Rutte, Guy Verhofstadt e Jean-Claude Juncker. Con un "no" alla proposta del tedesco Schäuble

Mark Rutte, deluso ma compassato. Guy Verhofstadt, arrabbiato eppure propositivo. Jean-Claude Juncker, sarcastico e inamovibile. Il colpo basso del Brexit ha (finalmente) messo in moto una riflessione sul futuro dell’Unione europea: è una fase complicata del processo di integrazione, questo è certo, ma potrebbe anche rivelarsi un passaggio fondamentale per uscire dalla palude.

Il colpo di grazia. Sei mesi tutti in salita, e poi la doccia fredda del referendum britannico: “Il 24 giugno”, all’indomani del Brexit, “ho avuto una sensazione tremenda. Una grande delusione” e a tutt’oggi “non sappiamo esattamente quali saranno le conseguenze del divorzio” da Londra. “Ma di sicuro i problemi dell’Europa non scompariranno. L’euroscetticismo è diffuso in molti Paesi. Ora dobbiamo chiarire al più presto i rapporti con il Regno Unito e contenere le ricadute negative sui cittadini”. Il premier olandese Mark Rutte è giunto a Strasburgo il 5 luglio per riferire al Parlamento europeo il bilancio della presidenza di turno del Consiglio dei ministri Ue, retta dai Paesi Bassi nella prima metà del 2016. Con un sorriso un po’ stiracchiato afferma che la scossa giunta dalla Gran Bretagna mette ulteriormente in luce il fatto che

“per risolvere i grossi problemi comuni serve una maggior cooperazione tra gli Stati Ue”.

Ma soprattutto Rutte è puntuale nell’elenco dei nodi giunti al pettine in questi sei mesi: a gennaio le trattative per l’accordo con la Turchia sull’emergenza-profughi nell’Egeo; a febbraio i negoziati con Londra per evitare il referendum; a marzo gli attentati a Bruxelles; ad aprile la necessità di porgere di nuovo la mano alla Grecia e la consapevolezza che l’economia europea non ha ancora superato la recessione; a maggio l’instabilità politica, gli attentati e i conflitti attorno all’Ue (Siria, Turchia, Oriente, Russia, Ucraina…); a giugno il colpo di grazia con il Brexit.

“Come topi in fuga…”. “La scorsa settimana ha portato due brutte sorprese”: la parola passa a Guy Verhofstadt, belga, già premier nel suo Paese, europeista convintissimo, oggi capogruppo dei liberali a Strasburgo. La prima “sorpresa” è che i “Brexiters”, coloro che hanno fatto campagna pro-Brexit, “non hanno idea di cosa debbano fare ora”. Punta il dito verso David Cameron, Boris Johnson, Nigel Farage. Rincara: “Mi ricordano i topi in fuga da una nave che affonda”. Cameron si è dimesso, Johnson di defila dai Tories, mentre “Farage dice che rivuole indietro la propria vita, chiede più tempo per sé ma senza rinunciare allo stipendio del Parlamento europeo”. Poi un’altra stoccata: “L’ultimo uomo a resistere a Londra sarà probabilmente una donna…”. Il riferimento è alle candidature alla guida del partito conservatore, promotore del Brexit e da questo travolto. “Come ai tempi della Thatcher, penso che solo una donna possa guidare i conservatori divisi”.

O si cambia o si muore. E la seconda sorpresa? “È la reazione scioccante e irresponsabile del Consiglio europeo dinanzi a questo terremoto politico”. L’“unica reazione” dei 27 capi di Stato e di governo, riunitisi a Bruxelles, “è stata la decisione di non cambiare nulla”, salvo qualche aggiustamento alle politiche comunitarie. Verhofstadt si infiamma: “Il Consiglio non sembra capire che il referendum sul Brexit non è un evento isolato. C’è stato il referendum in Danimarca. Il referendum sull’accordo con l’Ucraina svoltosi in Olanda. Adesso il Regno Unito”. E il 2 ottobre ci sarà il referendum in Ungheria sul “pacchetto migrazioni”, lo stesso giorno del ballottaggio per le presidenziali in Austria… “Che cosa stanno aspettando i leader nazionali – si domanda Verhofstadt –: il prossimo referendum in Francia o in Italia?”. Dunque cosa suggerisce il capo dei liberali?

“Bisogna presentare un nuovo progetto ai cittadini europei”.

Perché “la verità è che i nostri cittadini non sono contro l’Europa. Sono contro questa Europa! Vogliono che lavoriamo per un’altra Europa, che porta risultati concreti. O l’Unione cambia, o morirà”.

Nessun direttorio. Per arricchire il quadro bisogna rivolgere l’attenzione a Jean-Claude Juncker, lussemburghese, da 30 anni sulla scena europea e ora presidente della Commissione. Parte scoppiettante: “Che fine hanno fatto i promotori del Brexit? Sono diventati degli eroi tristi e uno dopo l’altro lasciano il palco”. Sono, a suo avviso, “retronazionalisti”. Cioè? “Non sono veri patrioti, perché nel momento delle maggiori difficoltà i veri patrioti non abbandonano la nave”. È la stessa immagine utilizzata da Verhofstadt, ma Juncker non scomoda i ratti. “Diciamo la verità, hanno fatto il referendum senza avere un piano per il giorno dopo”. Comunque i cittadini britannici hanno votato per lasciare l’Ue… “Certo. Ma non hanno votato contro l’euro, perché sono fuori dall’Eurozona. Non hanno votato contro Schengen, perché non vi hanno mai aderito. Non hanno detto no alla difesa europea, perché non abbiamo un esercito europeo”. E l’elenco continua. “I cittadini hanno votato dopo anni di menzogne e di propaganda contro l’Ue e ora ne dovranno pagare le conseguenze”. Intanto l’Unione? Bisogna riorganizzarsi, aggiustare la rotta, procedere uniti – dice Juncker – e “soprattutto mettere in pratica le decisioni che prendiamo insieme”. Poi da tutti gli interlocutori una sferzata al ministro tedesco Wolfgang Schäuble, che invoca il ritorno all’Europa degli accordi tra gli Stati, “saltando” le istituzioni comunitarie: “No al partito intergovernativo, ha già fatto troppi danni”. Indietro non si torna. Il progetto europeo richiede una cooperazione in chiave solidaristica, e non ha bisogno di un direttorio con la sola Germania al timone.

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