Europa, una e diversa

Eurostat, ufficio statistico comunitario, è la banca dati dell'Ue. Con le sue indagini "racconta" popolazione, economia e vita quotidiana dei Ventotto

Si è celebrata il 20 ottobre la seconda Giornata mondiale delle statistiche. A fare festa tra le istituzioni europee è stato Eurostat, l’ufficio statistiche dell’Ue, con sede in Lussemburgo. Fondato nel 1953, all’epoca della Comunità del carbone e dell’acciaio, nel 1958 è stato inglobato nelle strutture della Commissione europea ed è una “Direzione generale” che fa capo al commissario responsabile per l’occupazione e gli affari sociali. I dati raccolti da Eurostat servono al governo dell’Unione per studiare e verificare l’efficacia delle proprie politiche, per analizzare quanto diversificate siano le situazioni regionali e nazionali e quindi quali problematiche affrontare prioritariamente, come e dove indirizzare i fondi del bilancio e gli interventi economici e sociali, quali correzioni apportare all’azione dell’Unione. Temi sotto la lente sono demografia e società, indicatori economici di vario tipo, agricoltura, ambiente ed energia, industria, trasporto, scienza e tecnologia… Aldilà dei dati più spesso riportati dai media circa occupazione, povertà e Pil, c’è da divertirsi a scartabellare tra le indagini pubblicate di recente. Ne emerge il profilo di una Europa “unità nella diversità”.

Fra città e campagna. Ogni anno vengono resi noti i principali dati demografici riguardanti l’Ue per cui sappiamo che al 1° gennaio 2015, la popolazione dell’Unione era di 508,2 milioni di persone, 1,3 milioni in più rispetto all’anno precedente. La differenza tra nascite e decessi ha dato un risultato positivo di 0,2 milioni di persone. La restante fetta di nuovi europei arriva dall’immigrazione. A crescere sono stati 16 Paesi (primo fra tutti il Lussemburgo, poi Svezia, Malta, Austria e Danimarca). In calo sono Cipro, Grecia, Lettonia e Lituania. La Germania, Paese più popoloso, ospita il 16% dei cittadini dell’Ue. Il 40% degli europei vive nelle grandi città, il 28% in aree rurali, il restante 32% in aree urbane medio-piccole. È il Regno Unito che ha il primato di popolazione urbana, il Lussemburgo per quella rurale.

Un popolo di internauti. Ovunque si viva, ci si connette: il 65% della popolazione tra 16 e 74 anni usa internet quotidianamente (nel 2006 era il 31%); il 75% lo fa regolarmente e a non utilizzarlo mai è rimasto il 18% della popolazione (nel 2006 era il 43%). I meno connessi sono Romania, Bulgaria, Grecia, Italia: qui oltre il 30% degli abitanti non ha mai navigato, contro il 3% della Danimarca. Eurostat ha persino verificato quanti facciano ricorso a sistemi quali la “nuvola informatica”: un cittadino su cinque salva sulla nuvola i suoi file, soprattutto le foto. La percentuale sale al 35% tra i giovani, scende al 10% tra gli over 55. Il 55% degli internauti non conosce l’esistenza delle “nuvole”.

Cresce l’energia pulita. Il consumo di energia nell’Ue sta calando, dice Eurostat, ed è tornato ai livelli d’inizio anni ’90. È uno, forse l’unico dato positivo della crisi economica. Il 53% dell’energia è però importata: non è sufficiente la produzione Ue che deriva dal nucleare (29%), rinnovabili (24%), combustibili solidi (20%), gas (17%), petrolio (9%) e rifiuti non riciclabili. Le meno dipendenti sono Estonia, Danimarca, Romania. A importare tutta o quasi l’energia che usano sono il Lussemburgo, Malta, Cipro e l’Irlanda: tre isole e un Paese minuscolo. Positivo è che la percentuale di energia rinnovabile consumata è salita al 15% dall’8,3% del 2004.

Istruzione: luci e ombre. Aumentano le persone che hanno ottenuto un diploma di scuola superiore e diminuiscono i giovani che abbandonano gli studi anzitempo. Se nel 2002 era diplomato il 23,6% dei giovani, la percentuale è salita al 37,9% nel 2014. Lituania, Lussemburgo, Cipro, Irlanda hanno una percentuale di diplomati superiore al 50%. In fondo alla lista c’è l’Italia (23,9%) di poco preceduta da Romania, Malta e Slovacchia. Gli abbandoni scolastici sono scesi dal 17% del 2002 all’11% del 2014. Spagna e Malta non brillano, con oltre il 20% di abbandoni, la Croazia emerge con solo il 2,7%. In questo trend positivo resta alta l’allerta sui cittadini non-Ue tra i 18 e i 24 anni che lasciano studi e percorsi formativi nel 25% dei casi, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta per l’integrazione.

Scuola e multilinguismo. Eurostat mostra che nell’Ue ci sono 8,3 milioni d’insegnanti (dall’asilo all’università), per il 70% donne. Se per i piccolissimi a insegnare sono al 95% donne, e ancora 85% nella scuola primaria, la percentuale si capovolge nelle superiori e negli atenei, dove la presenza femminile scende al 41%. Di bello nella scuola Ue c’è che più dell’80% di studenti della primaria studia una lingua straniera. In Lussemburgo, Cipro, Malta, Austria, Croazia, Italia, Spagna, Francia Polonia lo fanno tutti o quasi. Abbassano la media Portogallo, Belgio e Slovenia, dove son meno della metà a farlo. 16,7 milioni di bambini studiano l’inglese alle elementari, più di 17 milioni nella secondaria.

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