Francesco e Bartolomeo non sono soli nel mondo

Quanto è avvenuto in questo 25 maggio 2014, non è solo il segno di qualcosa che avverrà, di un cammino che si sta svolgendo, ma un punto d'arrivo, una realtà effettuale di convergenza...

L’abbraccio intenso e ripetuto tra Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo nel luogo più sacro della cristianità, là dove Cristo ha vinto la morte, ha fatto il giro del mondo e ha destato interesse e commozione. L’abbraccio tra due persone di per sé è un gesto semplice, spontaneo, elementare, persino ovvio e normale, poco più che una stretta di mano. Ma quando è preparato, soppesato, organizzato, accompagnato da condizioni e condizionamenti di vario genere, compiuto di fronte ad una moltitudine assume un significato particolare. In questo caso il gesto della riconciliazione, di una fraternità ritrovata e consapevole, di amicizia e amore.
Non c’è la passione spontanea degli abbracci visti in televisione di alcuni giovani disabili che hanno gettato le braccia al collo del Papa senza poterle distaccare, ma ugualmente sincero, è stato un gesto storico e rituale, carico di significato, che vale come e più di un’enciclica o di qualsiasi documento dottrinale. Due Capi, con il loro seguito, provenendo da strade diverse si ritrovano nel luogo prescelto da entrambi, meta del comune pellegrinaggio e si riconoscono come fratelli.
Se è giusta la descrizione della separazione, avvenuta ufficialmente nel 1054, tra Chiesa cattolica romana e Chiesa ortodossa, tra Roma e Bisanzio, come la storia di due sorelle partite dalla stessa famiglia per strade diverse che un bel giorno si sono incontrate e non si sono riconosciute, anzi si sono scontrate per motivi che oggi riterremmo futili, possiamo ben dire che nel nostro tempo il necessario riconoscimento vicendevole è avvenuto, ed è una grazia e un evento che nessuno avrebbe potuto, umanamente parlando, programmare: "La storia non può essere programmata", ha detto con efficacia Bartolomeo.
I primi a riconoscersi come fratelli, successori rispettivamente di Pietro e di Andrea sono stati Paolo VI e Atenagora 50 anni fa e ora tra Francesco e Bartolomeo, si afferma che non è stato vano, né passeggero, ma ha costituito una conversione, se si vuole, storicamente, una rivoluzione che continua ad operare dentro il tessuto articolato e complesso delle due Chiese sorelle. Ciò è avvenuto per la forza vittoriosa del Cristo risorto da morte: una vittoria sulla paura, paura della morte. "Essi, Paolo VI e Atenagora, hanno mutato la paura nell’amore", ha detto Bartolomeo. Le divisioni sono frutto della paura, paura dell’altro. Per secoli si è pensato che la paura si potesse vincere con l’affermazione di sé, della propria forza e della decisione di affermare le proprie ragioni contro le ragioni dell’altro. Si è svolta una secolare teologia controversistica, impegnata nella confutazione, nelle denigrazione fino alla vicendevole scomunica. Mentre accanto al sepolcro vuoto, si è scoperto che si devono svuotare anche i nostri sepolcri e liberarli dagli scheletri, dall’orgoglio, dall’odio religioso, dal sospetto e dalle esitazioni.
Il cammino verso l’incontro e il riconoscimento è avvenuto progressivamente, a partire dalla "Orientalium dignitas" di Leone XIII (1894) e l’abbraccio di cinquanta anni fa tra Paolo VI e Atenagora lo ha suggellato solennemente dando inizio ad un’era nuova. Lo aveva profeticamente indicato Paolo VI di ritorno da Gerusalemme il 6 gennaio 1964 alla folla che lo ha accolto trionfalmente in piazza San Pietro: "Il mio viaggio – aveva detto – può avere una grande importanza a livello storico. È un anello che si unisce ad una tradizione secolare e che forse rappresenta il punto di partenza di nuovi grandi avvenimenti che possono essere altamente benefici per la Chiesa e per l’umanità". È stato profeta.
Profezia e realismo si possono riscontrare sfogliando il "Tomos agapes", il libro dell’amore, scritto in greco e latino con traduzione francese pubblicato a Roma e Istanbul nel 1971, in cui è come depositato il tesoro dei pensieri e dei sentimenti, gli scambi di proposte e di progetti che sono lì a segnare il futuro delle due Chiese e formano un tessuto di pensieri e sentimenti scambiati tra due personaggi che non hanno esitato a seguire l’impulso dello Spirito. L’ecumenismo, infatti, è dono di Dio, ma anche frutto dell’impegno di singole e concrete persone che si espongono e rispondono a una chiamata, a costo anche di soffrire per incomprensioni e critiche e amarezze che non sono mancate ai protagonisti di allora e neppure a quelli di oggi, colpiti nel fianco da spine dolorose di rifiuti e contrasti. D’altra parte è stato evocato da Papa Francesco ancora una volta l’ecumenismo della sofferenza, del sangue, del martirio.
Quanto è avvenuto in questo 25 maggio 2014 con l’ampia copertura mediatica, non è solo il segno di qualcosa che avverrà, di un cammino che si sta svolgendo, ma un punto d’arrivo, una realtà effettuale di convergenza su punti precisi circa la visione che si ha della Chiesa, del suo ruolo nel mondo, del suo carattere d’evangelizzatrice del Cristo risorto, annunciatrice della pace, dono dello Spirito di verità e di Amore. Non mancano le differenze e le divergenze, ma non mancano neppure le ragioni e i percorsi possibili per superarli. Non è scritto da nessuna parte che la riconciliazione piena tra i "fratelli", come Cristo ha chiamato i suoi, non si debba e non si possa fare, ha detto altre volte Francesco, che ha aggiunto: "Mettiamo da parte le esitazioni ereditate dal passato e apriamo il nostro cuore all’azione dello Spirito Santo, lo Spirito dell’amore e della verità per camminare insieme spediti verso il giorno benedetto della nostra ritrovata comunione". Francesco e Bartolomeo non sono personaggi solitari. Cattolici e ortodossi sparsi nel mondo, condividono questa speranza e fanno propria la preghiera di Gesù: "Che siano una sola cosa perché il mondo creda". Elio Bromuri (26 maggio 2014)

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