Con gli amici giordani alla Messa nello stadio di Amman

Tra i parrocchiani di San Giorgio martire di Irbid. Una testimonianza diretta, dalla partenza in pullman sino alle emozioni...

Sono trascorsi otto mesi dal mio arrivo in Giordania per motivi di studio e, da qualche tempo, frequento la parrocchia di San Giorgio martire di Irbid, una cittadina della Giordania settentrionale, vicino al confine siriano. Alla notizia della visita del Papa, la parrocchia si è mossa e ha organizzato ben cinque pullman per andare ad Amman e partecipare alla Messa celebrata da Papa Francesco.

L’appuntamento per la partenza è stato dato a tutti davanti alla chiesa di Irbid. Arrivo per tempo e noto subito un’emozione palpabile: davanti la chiesa vedo disposti tutti i bambini che devono ricevere la Prima Comunione durante la Messa del Papa, con i loro volti sorridenti e la loro ingenuità fanciullesca, esprimono una sorta di onore che prova l’intera comunità a partecipare a questo evento straordinario. I parrocchiani più giovani, intanto, corrono qua e là, distribuendo magliette, cappellini e spille, in cui si distingue una stampa particolare: due bandiere, quella della Giordania e quella dello Stato Vaticano. Due dei cinque bus sembra proprio che non vogliano arrivare e alla fine partiamo da Irbid con due ore di ritardo. Mi guardo intorno, vedo i volti pieni di apprensione, c’è chi scoraggiato vuole rinunciare, soprattutto i più grandi, perché hanno paura di non fare più in tempo, mentre i ragazzi rimangono fiduciosi, rassicurati anche dal loro parroco. Lui si trova già ad Amman ma non li lascia soli e attraverso il telefono viene aggiornato della situazione: ci scappa anche la battuta: "Il Papa – dice – non inizierà senza di voi!". La speranza e l’ottimismo sono contagiosi per tutti: non mancheranno alla celebrazione del Papa! Per questa comunità la visita del Pontefice è una e unica, lontana dalla mia esperienza: io abito in provincia di Roma e mi posso recare a San Pietro quando voglio, se lo voglio. Durante il viaggio iniziano i canti: si fanno le prove per imparare le canzoni di benvenuto al Papa, composte per l’occasione e anch’io mi ritrovo a cantare a squarciagola. Ma ben presto ci si accorge che l’autista è troppo lento, non supera mai i 60 km/h e il tempo corre veloce e, a meno di mezz’ora dalla chiusura dell’ingresso allo stadio, siamo ancora per strada. Si rialza la tensione, stavolta anche tra i ragazzi. Si fermano i canti, gli occhi sono fissi sulla strada, sul traffico, come se con lo sguardo si riuscisse a spostare l’ostacolo delle macchine. Tanto è il traffico che l’ultimo tratto di strada preferiamo percorrerlo a piedi, correndo, chi più chi meno, e alla fine riusciamo a entrare nell’International Stadium: dentro è un mare bianco e giallo, i colori della bandiera vaticana. Comincio a guardarmi intorno e non mi sfugge che, nell’attesa, c’è chi prega solitario, chi canta, chi scatta foto. Ad un certo punto lo speaker annuncia l’arrivo di Papa Francesco e lo stadio scoppia in un applauso, iniziano i cori di benvenuto, sventolano migliaia di bandiere, volano palloncini a forma di rosari.

Comincio a riflettere. Sono abituata a vedere folle immense di Gmg, anche io ero a piazza San Pietro quando Papa Francesco è stato eletto e qui i numeri sono sicuramente imparagonabili: credo che ci sia una buona partecipazione partendo dal fatto che i cristiani in Giordania sono una minoranza e i cattolici a loro volta ancora meno, ma siamo lontanissimi dai numeri che sono abituata a vedere. Eppure qualcosa dentro di me mi induce a dire che non è una questione di numeri l’emozione che sto provando. Non smetto di guardarmi intorno e ho la sensazione di trovarmi in mezzo a una grande famiglia, che accoglie un amico importante con semplicità e affetto, unita a quell’ospitalità che solo gli arabi sanno dare. In pochi, in realtà riescono a esprimere la gioia di molti. Ed è proprio la gioia, la felicità la contentezza che ci ha comunicato oggi Papa Francesco. Una signora del nostro gruppo è riuscita ad avvicinarsi fin sotto il palco e l’unica parola che ha trovato per esprimere la vista del Papa è stata "felicità". Mi racconta che segue Papa Francesco quotidianamente e lo definisce un santo, grazie alle sue parole e ai suoi gesti. Allora mi rendo conto che sto vivendo la visita del Papa da una prospettiva per me non comune: con il suo viaggio il Pontefice riesce a suscitare speranza e felicità in una regione come questa, circondata da paesi in guerra o sotto occupazione, in cui la speranza è importante come il pane. E la visita del Papa per i cattolici giordani è un segno importante, essi percepiscono la sua vicinanza, capiscono di non essere soli e lontani da Roma, sono fiduciosi che le parole di Francesco possano portare armonia, alleviare la loro fatica quotidiana di minoranza. Ho la sensazione che le sue parole rinnovino la forza dello Spirito Santo, disceso su Gesù nel battesimo non lontano da qui, a ognuno dei partecipanti. Vivo come un contagio la forza della loro fede che possiede come ingredienti la gioia e la semplicità e, una volta tornata a Irbid, mi ritrovo ancora a canticchiare da sola le canzoni di benvenuto! Ora posso ben dire: "Io c’ero".

da Irbid (Giordania), Maria Sofia Tozzi

(26 maggio 2014)

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