Dalla porta alla loggia

Passando per un comignolo il cui fumo fa la storia

C’è, in questi giorni, un elemento di novità che caratterizza le nostre giornate.
Questo elemento di novità è una porta. Una porta chiusa.
In meno di due settimane il mondo si è fermato per ben due volte davanti ad una porta chiusa. Ha seguito fino all’ultimo le grandi e pesanti ante di legno scuro chiudersi, ne ha sentito persino il cigolio, segno del trascorrere del tempo. E poi, quando anche i cardini hanno cessato il loro sibilo, è rimasto a guardare quella porta. In un silenzio surreale.
È successo la sera del 28 febbraio, quando puntuale alle 20, la guardia svizzera ha chiuso il portone della residenza pontificia di Castel Gandolfo, a significare la fine del pontificato di Benedetto XVI. È successo martedì sera, 12 marzo, quando attorno alle 17.30, una volta pronunciato l’"extra omnes", il maestro delle Cerimonie, monsignor Marini ha chiuso solennemente le porte della Cappella Sistina, decretando di fatto l’inizio del Conclave.
Di fronte a quel portone chiuso anche il mondo della comunicazione globalizzata e della vita "in presa diretta" si è fermato.
Sono migliaia i giornalisti accreditati giunti da ogni parte del mondo per seguire quanto avviene in questi giorni in Vaticano. Tutti fermi dietro a una porta, cercando di riempire questo (per noi) insolito silenzio con ipotesi e immaginazioni, con parole che spesso poco rispecchiano la realtà delle cose.
Quella porta chiusa è lì a tutelare la riservatezza. Oggi la chiamiamo "privacy", utilizzando uno dei tanti anglismi che sono entrati di diritto nella nostra lingua nazionale. Che si tratti di "riservatezza" o che si tratti di "privacy" una cosa è certa: la nostra società "in presa diretta" non ne conosce più bene i confini. A segnare i confini tra il "pubblico" e il "privato", a salvaguardare la riservatezza del Conclave è oggi una porta.

Mentre stiamo scrivendo quella porta è ancora chiusa.
Quanto rimarrà chiusa quella porta? Neanche questo si sa. Anche questo crea una certa destabilizzazione in chi è abituato ad avere tutto sotto controllo, a programmare ogni cosa, fin nel minimo particolare. Sia chiaro, questo è un modo di fare che ci è imposto dai ritmi forsennati della nostra società: solo programmando tutto nei minimi dettagli è possibile incastrare le mille cose che si devono tenere costantemente sotto controllo. E questo accade, né più né meno nel mondo dei media, così come nella vita quotidiana.
È interessante notare un’altra cosa. Noi non vediamo riaprirsi quella porta. Noi capiamo che quella porta è stata riaperta guardando il fumo che esce da un comignolo lontano. E anche quando comprendiamo che quel fumo è bianco, non vediamo riaprirsi quella porta. Ne vediamo aprirsi un’altra, già addobbata a festa. L’attenzione si sposta da un’altra parte, al balcone della loggia centrale della basilica di San Pietro, dove il silenzio di questi giorni viene rotto dall’"Habemus Papam".
A quel punto importerà a pochi quando e come si aprirà la porta, dietro alla quale da martedì sera è rimasto in silenzio il mondo intero.
Di lì a poco, poi, intere frotte di turisti torneranno a varcare la soglia della Cappella Sistina per ammirare lo splendore degli affreschi di Michelangelo. Non guarderanno quella porta. Saranno tutti con il naso all’insù, affascinati e catturati dalla meravigliosa raffigurazione della "creazione di Adamo".

Irene Argentiero

(13 marzo 2013)

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