L’invisibile risveglio

ANNO PAOLINO

“Far conoscere la spiritualità di don Andrea, mantenere il contatto tra la diocesi di Roma e l’Anatolia perché è importante per Roma tenere aperta una finestra sul Medio Oriente e, in particolare, sulla Turchia”. Tra i gruppi di pellegrini presenti in questi giorni in Turchia ce n’è uno, composto da circa dieci persone, guidato da Maddalena Santoro, sorella di don Andrea Santoro, il sacerdote romano ucciso il 5 febbraio 2006, mentre pregava nella sua parrocchia di S.Maria in Trabzon. Il SIR l’ha incontrata ad Antiochia, mentre assisteva alla messa celebrata dal card. Jean-Louis Tauran, inviato speciale di Benedetto XVI, per le celebrazioni finali dell’Anno Paolino. Al termine della messa il cardinale ha voluto incontrarla per ringraziarla di quanto don Andrea ha fatto per la vita di fede dei cristiani in Turchia. La figura di don Santoro, insieme a quelle di altri cristiani uccisi per la fede, è stata costantemente ricordata in questo Anno Paolino e la presenza di tanti pellegrini che giungono ne è una conferma ulteriore. “Noi vogliamo continuare su questa strada – afferma Maddalena -. Ampliare i contatti facendo dei piccoli pellegrinaggi sui luoghi di questa Chiesa antica e sostare un poco con chi qui ci vive. Ma promuoviamo anche incontri, sessioni di studio e convegni anche nelle scuole. Il tutto nello stile del dialogo, quello di don Andrea, fatto di parola e ascolto”.

Perché proprio la Turchia nella scelta di don Andrea?
“Don Andrea quando è venuto in Turchia, a partire dall’Anatolia, ha detto di voler andare sulle orme degli Apostoli e camminando sulle loro orme, amava ripetere, «ho visto la fatica che hanno fatto ed io vorrei aggiungere un po’ della mia fatica alla loro». In Turchia c’è nulla di visibile – disse un’altra volta in un’intervista – ma molto di invisibile, ovvero la fede che questi apostoli ci hanno lasciato. Così che oggi, quando veniamo in pellegrinaggio qui in Turchia, in questi luoghi, lo facciamo per rinvigorire la nostra fede che in Occidente ha bisogno di essere rafforzata da questa linfa che viene dall’Oriente”.

Quali frutti ha generato il sacrificio di don Andrea?
“Non so se e che cosa è germogliato e soprattutto quanto. Ma una cosa è palpabile: il risveglio della fede. Molte persone entrano in contatto con noi e la nostra associazione (Don Andrea Santoro onlus) dopo aver conosciuto don Andrea, la sua spiritualità, dopo essersi fatti guidare dai suoi scritti. Ci scrivono e ci dicono quanto sono stati aiutati. Di tanto eclatante non saprei dire cosa ha generato ma di profondo credo di sì, perché tanti ce lo testimoniano. Don Andrea voleva risvegliare la fede. Molti fedeli, sacerdoti e vescovi della Turchia a contatto con questa morte hanno sentito che l’essenza è vivere qui quella fede e farla germogliare. Il resto spetta al Signore”.

Che cosa ha da dire la figura di don Andrea alla Chiesa in Turchia?
“Innanzitutto l’amore per la Turchia, don Andrea amava molto questa terra, che chiamava «la mia Turchia». La amava per la fede che qui è nata, per le cose antiche e quelle nuove, per la povertà che ci richiama all’essenza della fede stessa. Vorrei che la Turchia respirasse questo amore. Se respirasse questo amore si aprirebbe e non avrebbe più paura. Don Andrea ripeteva che è la paura che arma il cuore e le mani. Superare la paura, questo sarebbe un grande frutto”.

Ci sono novità in merito ad un eventuale processo di canonizzazione?
“Sulla canonizzazione bisogna aspettare 5 anni, così ci disse il card. Ruini. Trascorso questo tempo, siamo al terzo anno e mezzo, vedremo cosa diranno i nostri vescovi, quello dell’Anatolia e il vicario di Roma. Ci stanno dicendo di raccogliere materiale forse in vista della fase diocesana del processo. Vedremo”.

(30 giugno 2009)

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