La quindicesima lettera

ANNO PAOLINO

Si chiude l’Anno Paolino, straordinario per iniziative, mostre, pubblicazioni, musical, pellegrinaggi… e arriva la domanda: cosa resta? Resta Paolo, con tutto il fascino della sua vita che lo mostra ancora oggi come il più grande missionario di tutti i tempi. La caduta sulla strada che portava a Damasco dove si sarebbe compiuta l’ennesima violenza sui cristiani, diviene conversione e incontro, svelamento del volto del Signore. Paolo chiede: “Chi sei tu?” e riceve risposta: “Io sono Gesù che tu perseguiti”. Non aveva conosciuto Gesù in vita, a Gerusalemme o sulle strade della Galilea, come i dodici. È il primo cristiano ad avere avuto come esperienza solo quella del risorto; poi l’avranno tutti gli altri.

Paolo fu l’apostolo per quelli più lontani; realizzò la prima inculturazione del Vangelo. Ebreo nato in Turchia, ma anche cittadino romano, porta la notizia della risurrezione a tutti e ovunque: Asia Minore, Grecia, Roma. Della prima generazione dei cristiani, Paolo è la personalità meglio conosciuta, grazie alle sue stesse Lettere (quattordici se si comprende quella agli Ebrei, sette quelle autentiche in senso stretto) e al racconto degli Atti degli Apostoli. Eppure la sua figura rimane ancora da scoprire e decifrare. Soprattutto da imitare.

Fra le tante, una cosa colpisce della sua azione: il rapporto che aveva con i suoi collaboratori. Paolo non era un solitario, anche se era “solo” davanti a Dio e fu “solo” nei momenti decisivi della conversione, della prova e del martirio. Paolo sapeva formare e promuovere i suoi collaboratori, portandoli al suo stesso livello: ne faceva apostoli e fondatori di Chiese; non faceva tutto da solo, si appoggiava a persone fidate che condividevano le sue fatiche e le sue responsabilità. Timoteo e Tito furono quelle a lui più legate. In Timoteo Paolo vedeva quasi un alter ego. Tito è detto da Paolo “mio vero figlio nella medesima fede”. L’elenco dei collaboratori è lungo e ognuno è significativo: Èpafra, Epafrodìto, Tìchico, Urbano, Gaio e Aristarco. Anche donne come Febe, Trifèna e Trifòsa, Pèrside. E i grandi Barnaba, Silvano e Apollo. E ancora Giovanni Marco, Ninfa e Archippo. E coniugi come Aquila e Priscilla, cacciati da Roma dalla persecuzione di Claudio. Paolo li incontra a Corinto, anche lui è del mestiere di far tende. Ad Efeso, accolgono in casa il gruppo dei cristiani. Nella casa di Aquila e Priscilla si riunisce la Chiesa, per ascoltare la parola e celebrare l’Eucaristia. La Chiesa nasce nelle case dei credenti. Se il cristianesimo è giunto fino a noi fu merito della fede e dell’impegno di fedeli laici, di famiglie, di sposi.

Quale l’attualità di Paolo? Quale messaggio raccogliere al termine dell’anno a lui dedicato? Il desiderio e l’impegno di imitarlo, perché anche il nostro incontro con Cristo si manifesti in una vita fraterna e missionaria. L’incontro con Gesù che cambia la vita, un cristianesimo fraterno e solidale, un rinnovato coraggio di annunciare fino ai più lontani: ognuno di questi meriterebbe un anno dedicato.
E oggi ci sono cristiani in questo modo? Certo che ci sono, anche nei luoghi dove non penseresti. È in corso a Roma la visita dei vescovi del Vietnam. Da loro, la percentuale dei praticanti è tra l’85 e il 90% dei cristiani; praticamente tutti, eccettuati i malati e gli impediti fisicamente. I loro seminari sono pieni: 3 mila giovani si preparano a diventare sacerdoti. E altro ancora. Viene da pensare a questi cristiani come ad una nuova lettera di Paolo, la quindicesima.

Angelo Sceppacerca

(26 giugno 2009)

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