Come una valanga

ANNO PAOLINO

Domenica 28 giugno Benedetto XVI chiuderà l’Anno Paolino con i Vespri Solenni nella basilica di San Paolo fuori le mura. Nell’indire questo speciale Anno giubilare il Papa proponeva la realizzazione di eventi liturgici, culturali ed ecumenici, di iniziative pastorali e sociali ispirate alla spiritualità paolina. Chiedeva di organizzare pellegrinaggi e di promuovere convegni di studio e speciali pubblicazioni. In che misura si è messo in pratica tutto questo? L’avvio delle iniziative è stato lento e faticoso, come se tutti noi fossimo rimasti spiazzati dall’iniziativa del Papa. Man mano però le pubblicazioni, i convegni, gli incontri, i pellegrinaggi hanno cominciato a fiorire e in generale è cresciuta nel popolo di Dio la conoscenza dell’Apostolo. Tanto che il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, arciprete della basilica di San Paolo, ha dichiarato che da quando è iniziato l’Anno Paolino sono giunte in pellegrinaggio presso la tomba di San Paolo circa diecimila persone al giorno. Anche mons. Luigi Padovese, presidente della Conferenza episcopale turca, ha tracciato al SIR un bilancio positivo: “È la prima volta che a Tarso e Antiochia vediamo un flusso così continuo e consistente di pellegrini”.

Nelle diocesi italiane le iniziative negli ultimi mesi sono quasi esplose, tanto che molte di esse non si fermeranno con la conclusione del 28 giugno prossimo. E questa è una seconda riflessione che sento di fare: l’Anno Paolino si conclude ufficialmente ma in realtà continua e deve continuare l’attenzione a tutti i livelli verso la figura di San Paolo. È come se Benedetto XVI avesse messo in moto una valanga. Molti frutti dell’Anno giubilare riguardano l’intimo delle coscienze: nessuno che si sia accostato davvero a Paolo ha potuto rimanere indifferente. Soprattutto se ha avuto il coraggio di leggere direttamente e per intero il testo delle lettere. Chi non l’avesse fatto ha ancora tempo per rimediare.

Accostandosi ai testi paolini si può scoprire una figura unica e straordinaria, una persona vera, un formidabile comunicatore. Come membro della Società San Paolo, della Famiglia paolina fondata dal beato Giacomo Alberione, non posso che confrontarmi continuamente con Paolo comunicatore. Non che fosse dotato di grande eloquenza: nella seconda lettera ai Corinzi, gli avversari ne evidenziano la presenza fisica debole e la parola dimessa. Le sue doti di comunicatore sono di altro genere. Mi limito ad alcune caratteristiche: il coinvolgimento personale, il coraggio, la capacità di adattamento, la rete di collaboratori. Paolo non è un comunicatore asettico, l’erudito pensatore, ma è piuttosto l’innamorato di Cristo che cerca di coinvolgere tutti nella grande scoperta della sua vita: sono amato gratuitamente da Dio per mezzo di Cristo. “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”, scrive ai Galati, e aggiunge: “Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”. Dall’incontro decisivo con Cristo, da questa esperienza vitale e totalizzante (“L’amore di Cristo ci possiede”) deriva tutto il resto: la franchezza e il coraggio con cui parla e scrive (“La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi; il nostro cuore si è tutto aperto per voi”), la sua capacità di adattamento (“Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno”; e ancora: “Così affezionato a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari”). Questo coinvolgimento personale in Cristo morto e risorto non isola ma crea un tessuto di relazioni straordinarie, dove ciascuno diventa un collaboratore di Dio.

Queste caratteristiche dello stile comunicativo di Paolo mi permettono di concludere con due suggerimenti: l’Anno Paolino è stato solo l’inizio di una riscoperta di Paolo, ma essa non può che continuare, soprattutto nella continua rilettura del suo epistolario. Il secondo suggerimento riguarda l’Anno Sacerdotale che inizia il 19 giugno. È in stretta continuità con l’Anno Paolino, perché da Paolo i presbiteri e l’intero popolo sacerdotale di Dio possono trarre quella “profonda spiritualità” di cui parla Benedetto XVI. Parlando alla recente assemblea generale della Cei, il Papa ha spiegato come, “in risposta alla vocazione divina, tale spiritualità deve nutrirsi della preghiera e di una intensa unione personale con il Signore per poterlo servire nei fratelli attraverso la predicazione, i sacramenti, una ordinata vita di comunità e l’aiuto ai poveri”. Sembra un ritratto di Paolo, di colui che ha definito se stesso “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio”, ed era talmente unito al Signore da poter dire: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”.

Antonio Rizzolo – direttore “Gazzetta D’Alba” (Alba)

(19 giugno 2009)

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