Una nuova Damasco

ANNO PAOLINO

Fra loro a Gerusalemme, nei primi decenni del cristianesimo, erano volate parole violente. Per l’apostolo Paolo, che fino a poco tempo prima perseguitava i cristiani, il pericolo era chiaro: la grande novità portata da Cristo, la potenza della sua risurrezione, una storia capace di scardinare le persone, i rapporti sociali, tutto dell’uomo, rischiava di rimanere chiusa a Gerusalemme. Imporre ai nuovi credenti convertiti dal paganesimo gli obblighi della Legge, fra cui la circoncisione, poteva spegnere il fuoco che si era acceso nelle loro vite.
Del resto anche Pietro non ci era andato per il sottile quando in una sua lettera scrive: “Nelle lettere di Paolo ci sono cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano”. Eppure quel giorno a Roma, poco prima del loro martirio, avvenuto tra il 62 e il 68 dopo Cristo, il loro abbraccio fu sincero. Nella loro vita si erano sempre detti la verità e avevano speso tutto per Colui che avevano incontrato sulle rive del lago o sulla via di Damasco. Solo Lui, Cristo, era riuscito a far loro gustare ciò per cui vale la pena di spendere la vita.

Ai nostri occhi spesso i racconti della vita della comunità cristiana degli inizi suonano così ideali, puri, elevati… “Troppo distanti – concludiamo – dalla nostra mentalità, dal clima di relativismo e di globalizzazione in cui viviamo. Sarebbe troppo bello poterli rivivere…”. Ma forse stiamo cercando un cristianesimo al risparmio, fatto di emozioni, che coinvolga la nostra vita ma fino a un certo punto.
Ora, a pochi anni dal Giubileo del 2000, si apre il 28 giugno per la Chiesa un anno dedicato a San Paolo. Ricorda i 2000 anni della nascita dell’Apostolo che costruì l’architettura del cristianesimo. Gramsci – non si sa se per fargli un complimento – lo definì “il Lenin del cristianesimo”.
L’iniziativa di questo Anno, voluta da Benedetto XVI, ha chiari risvolti ecumenici e mira a diventare – ha detto il Papa – “un catalizzatore” per gli europei nel “riscoprire l’inestimabile tesoro di valori che hanno ereditato dalla sapienza integrale della cultura ellenistica e del Vangelo”.

In un mondo dove tutto sembra uguale e relativo, alla Chiesa serve una “nuova Damasco”, cioè un’esperienza che aiuti chi crede a ritrovare il centro di tutto, il motivo per cui si vive, e soprattutto a fare l’esperienza che Cristo è vivo. Oggi ogni persona ha la sua Damasco, la sua meta nella vita, in un mondo che ti ama se hai con te una buona carta di credito. Sul suo cavallo procede sicuro come Paolo, il persecutore dei primi cristiani. Ma ci sono fatti che fanno cadere, che fanno sperimentare l’insicurezza profonda della vita. Dietro ad essi si nasconde Cristo. Per questo la Chiesa è chiamata a ricreare le condizioni di una nuova Damasco dove un incontro con Cristo e con la Chiesa (l’Anania di Paolo) faccia ricominciare a credere e a vivere.
L’Anno Paolino è per la Chiesa l’occasione per ripartire dagli inizi, e non solo per una serie di solenni celebrazioni. C’è bisogno di far conoscere di più alla gente la Parola di Dio (per non correre quel rischio che Pietro metteva in luce nella sua lettera), c’è bisogno di mettere in comunione esperienze diverse (i carismi di Pietro e Paolo). Per questo occorre concretezza: “San Paolo – scriveva don Giacomo Alberione – vuole che facciamo quello che egli farebbe se oggi vivesse”. È questa la nuova Damasco che serve alla Chiesa di oggi.

Davide Maloberti – direttore del Nuovo Giornale (Piacenza – Bobbio)

(27 giugno 2008)

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