La grande intuizione

EUROPA: 50 ANNI

Cinquant’anni di integrazione, fra risultati conseguiti e fallimenti innegabili, ruotano attorno a una “carta vincente”: il metodo comunitario. “Fu la grande intuizione di Jean Monnet; è stato uno dei punti fermi della Cee, oggi può ancora esserlo per l’Ue”. L’economista Mario Monti ha fatto parte del Comitato dei saggi istituto dalla Comece in vista delle celebrazioni per il mezzo secolo dell’Unione europea ed è fra i relatori del convegno di Roma del 23-25 marzo. Presidente dell’Università Bocconi di Milano, Monti è stato per due mandati commissario europeo, prima al mercato unico (1995-99) poi alla concorrenza (1999-2004). Presiede due think-tank con sede a Bruxelles: il Bruegel, Brussels European and global economic laboratory e l’Ecas, European citizen action service. Quale ritiene sia il principale elemento di continuità nella storia comunitaria?

“I risultati, molteplici e tangibili, sono un elemento di continuità. Ma ciò su cui non si riflette abbastanza è il metodo comunitario che ha presieduto alla costruzione, mediante piccoli passi, della Ceca, poi della Cee fino ad arrivare alla nostra Ue”. Di cosa si tratta più precisamente?

“È un metodo sviluppatosi in due direzioni. Anzitutto si sono integrati i mercati, facendo crollare le barriere che ostacolavano la circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi. Si sono cioè creati spazi di libertà. In secondo luogo si sono progressivamente coordinati alcuni aspetti delle politiche pubbliche: pensiamo alla concorrenza e all’antitrust. Ma citerei anche il principio solidaristico con il quale si sono attenuate le profonde differenze esistenti tra regioni più sviluppate e altre più povere: questo era vero nell’Europa a 6, a maggior ragione lo è adesso con 27 Paesi membri”. Un duplice percorso che per l’Europa sembra aver funzionato…

“Aggiungerei che esso rimane valido per l’Ue, ma potrebbe risultare un utile strumento per governare la globalizzazione, coniugando maggiori libertà con i necessari correttivi che da affidare alle politiche pubbliche. Proprio gli attuali rigurgiti contro la mondializzazione dei processi, siano essi economici o demografici o di altra natura, ci devono indurre a valorizzare il metodo. Il soft power europeo potrebbe interessare anche gli Stati Uniti, che fanno i conti con rischi e problemi connessi a una politica unilaterale”.   Ci ha detto quale ritiene la principale eredità di 50 anni di integrazione. Cosa, invece, butterebbe a mare?

“Il modo in cui numerosi capi di Stato e di governo scaricano sull’Ue colpe che essa non ha. Bruxelles è di frequente il capro espiatorio dei limiti dell’azione politica nazionale. Ho visto, stando dieci anni in Commissione, troppe leadership politiche che non erano tali e che seguivano i sondaggi anziché indicare le linee di governo e di cambiamento. Ancora oggi è presente il cinico gioco allo scaricabarile: pensiamo a quanti paesi, pur avendo adottato l’euro, denigrano la disciplina dei bilanci statali o il controllo sull’inflazione, elementi essenziali per la stabilità della stessa moneta unica. Tali atteggiamenti minano la fiducia dei cittadini verso le istituzioni comunitarie e li allontanano dall’Ue”. Costituzione sì, Costituzione no: l’Ue è in stallo su questo versante. Lei cosa ne pensa?

“Mi ricollego a quanto dicevamo sin qui. Abbiamo bisogno di una Unione europea forte, in grado di agire, meno soggetta agli egoismi nazionali. Quindi occorrono istituzioni comunitarie – specialmente Parlamento e Commissione – rafforzate. In tal senso si potrebbe rimettere mano alla spinosa revisione degli articoli del Trattato di Nizza che disciplinano il funzionamento delle istituzioni. Per giungere poi, con minori contrasti, alla ratifica ed entrata in vigore del Trattato costituzionale. Quello firmato a fine 2004 da tutti i capi di Stato e di governo è un buon punto di equilibrio”.  La pace è stata il primo e più ambizioso obiettivo dell’Europa comunitaria. Lo è ancora?

“Deve esserlo. La pace nel vecchio continente è un immenso risultato, che però non va mai dato per scontato. Sulla scena mondiale, invece, l’Ue può essere fattore di pace ma deve investire di più nelle strutture di difesa (per dare sicurezza ai suoi cittadini e contrastare il terrorismo), è chiamata ad agire a favore della cooperazione allo sviluppo e a parlare con un’unica voce in politica estera. Solo così avrà l’autorevolezza per essere strumento di pace”. Professore, ma questa Europa ha un’anima?

“Certamente! Nei Trattati istitutivi, che celebriamo, non si è fatto spreco di termini declaratori. Ma è via via emersa un’etica della responsabilità che è divenuta un elemento caratterizzante dell’Ue. E in tante azioni comunitarie si perseguono valori riconducibili al cristianesimo, come la centralità della persona, la libertà, la solidarietà… La solidarietà tra le generazioni mi sembra proprio uno dei tratti distintivi dell’Unione europea di oggi”.

(22 marzo 2007)

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