L’unità crescerà

EUROPA: 50 ANNI

“L’Europa comunitaria ha bisogno, oggi più che mai, di una rinnovata e convinta testimonianza dei credenti. È quanto hanno più volte richiamato Paolo VI, Giovanni Paolo II e, di recente, Benedetto XVI”. Mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi, rappresenta la Chiesa italiana nella Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), che promuove in questi giorni a Roma il congresso “Valori e prospettive per l’Europa di domani”. Nel corso dei lavori (sabato 24 marzo, ore 13) sarà proclamato “Il messaggio di Roma” che sarà accolto dal primo ministro italiano, Romano Prodi. Sempre sabato (ore 11) i partecipanti saranno ricevuti in udienza da Benedetto XVI. Ai lavori della Comece sono attesi, tra gli altri, mons. Dominique Mamberti, segretario della Santa Sede per le relazioni con gli Stati, il presidente del parlamento europeo, Hans-Gert Pottering e il presidente della Cei, mons. Angelo Bagnasco.

Mons. Merisi, cosa lega il territorio, o meglio i territori di cui si compone il vecchio continente, con il più vasto processo di integrazione comunitaria?

“L’Europa è costituita da cittadini e da popoli; da città, regioni e Stati; da culture e tradizioni differenti. E oggi vede crescere la presenza, accanto al cristianesimo, di altre religioni. Ebbene questa è l’Europa delle diversità di cui si parla nel Trattato costituzionale in fase di ratifica. Sono convinto che l’unità europea, prefigurata dai padri fondatori, debba crescere coinvolgendo i cittadini, la società civile, le realtà locali. L’Ue può superare il momento di difficoltà in cui si trova proprio crescendo dal basso, riscoprendo le proprie radici – innanzitutto quelle cristiane – e rafforzando i processi democratici”.

La Comece, in collaborazione con la Cei, promuove a Roma un convegno sul cinquantenario dei Trattati Cee ed Euratom. Su quali temi occorrerebbe porre l’accento?

“Certamente bisogna sottolineare il profondo legame con quel lontano 25 marzo 1957, quando sei Paesi decisero di intraprendere l’avventura comunitaria. Si era a pochi anni dalla guerra mondiale, ogni nazione era impegnata nella ricostruzione post-bellica e il quadro internazionale era segnato dalla guerra fredda. Non c’era niente di scontato, come potremmo ritenere oggi, nell’iniziativa di legare i destini di Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Questa strada era già stata intrapresa con la Comunità del carbone e dell’acciaio, nel 1951: le intuizioni e l’impegno di statisti come Schuman, Adenauer e De Gasperi fu fondamentale. Essi seppero portare nella Ceca quei valori che vivevano da credenti, quali la pace, la dignità della persona, la libertà, la solidarietà… Nel ’57 questi punti-fermi venivano confermati in una collaborazione economica ampliata e in una esperienza politica più ambiziosa. Le celebrazioni dei prossimi giorni dovrebbero aiutarci a riscoprire la storia comunitaria, per comprenderne i successi e per evitare i passi falsi che sono stati compiuti”.

Dunque dalla storia si possono trarre indicazioni per il futuro?

“Direi proprio di sì. E per andare avanti occorre riconoscere le difficoltà attuali legate, ad esempio, alla ratifica della Costituzione, alla ulteriore integrazione economica, alla coesione sociale. Per questa ragione è altrettanto importante un richiamo ai valori che storicamente ci uniscono e alle radici dell’Europa. A Roma i vescovi richiameranno quei principi, contenuti nella dottrina sociale della Chiesa, che sono un patrimonio per tutti, credenti e non credenti. Pensiamo appunto alla pace, alla giustizia, alla difesa della vita e della famiglia, all’attenzione ai poveri e alle fasce sociali emarginate”.

Quali sono, a suo avviso, i “tornanti” che attendono l’Ue?

“L’Ue deve dimostrare maggiore solidarietà interna fra gli Stati e costruire una politica estera condivisa. Bisogna avere il coraggio di perseguire gli obiettivi della Strategia di Lisbona e, sulla scena internazionale, l’Ue deve assumersi responsabilità precise verso l’Africa e il Medio Oriente. Ma per far ciò, essa necessita di una Carta fondamentale: mi pare che la presidenza tedesca del Consiglio Ue abbia intrapreso questa direzione”.

Dai cristiani quale contributo può giungere all’integrazione continentale?

“Anzitutto quel contributo ideale, valoriale e di testimonianza convinta che ci indica il magistero di Benedetto XVI e dei suoi predecessori. Anche dal cardinal Ruini sono venute molte indicazioni in questi anni: egli ha ricordato la positività del procedere insieme, pur nel rispetto delle diversità nazionali e ha sottolineato il principio di sussidiarietà, ricordando come certe tematiche, debbano rimanere di competenza nazionale. La Chiesa italiana ha toccato più volte questi punti: penso al Convegno di Verona e al recente forum sul Progetto culturale. Aggiungo poi che è sempre auspicabile una presenza riconoscibile del laicato su questo versante; mi è parso fra l’altro importante l’appello lanciato dall’Iniziativa dei cristiani per l’Europa, che ha tra gli ispiratori il francese Michel Camdessus e gli italiani Jahier e Garelli. Dalle associazioni e dai movimenti cattolici può giungere un sostegno concreto, eticamente fondato, per la costruzione dell’Europa unita”.

(21 marzo 2007)

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