Costruire insieme

EUROPA: 50 ANNI

In occasione del 50° anniversario della firma dei Trattati di Roma (25 marzo 1957), che istituivano la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica, abbiamo chiesto a mons. Aldo Giordano, segretario generale del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa) una riflessione sul contributo delle Chiese cattoliche dell’Est e dell’Ovest d’Europa in questi anni e per il futuro.

50 anni di Comunità europea: quale il contributo della Chiesa?

“La Chiesa è interessata al processo europeo di unificazione degli ultimi 50 anni perché essa vede con interesse ogni progetto politico, economico, culturale, giuridico che permette all’umanità di fare un passo avanti. L’idea dell’Unione europea nasce come prospettiva di pace dalla tragedia della guerra e la Chiesa degli anni ’50 era molto preoccupata che l’Europa fosse capace di vivere in pace e di contribuire alla pace nel mondo. In seguito, la storia europea è stata condizionata dal Muro e anche la storia della Chiesa europea è stata segnata dalla divisione dell’Europa in due, ma in questo senso la Chiesa è stata profetica perché ha sempre considerato l’Europa tutta l’Europa. Basti pensare che dopo il Concilio è stato fondato il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, che è un organismo europeo che ha dentro di sé i Paesi dell’Ovest e dell’Est, del Nord e del Sud, comprendendo anche la Russia e la Turchia. In effetti, l’idea di unificazione europea si è sviluppata soprattutto nei Paesi occidentali. Dopo il crollo del Muro, l’Unione europea diventa un processo che va verso Est; la Chiesa, avendo considerato l’Europa sempre tutta l’Europa, sottolinea che il processo di unificazione europea non deve essere imposto dall’Occidente all’Oriente: è un processo da costruire insieme, ascoltando le voci, le esigenze, i contributi e le paure dell’Est”.

Sono diverse le sensibilità delle Chiese cattoliche dell’Est e dell’Ovest rispetto al processo di unificazione europea…

“I Paesi dell’Est, da una parte, sono ricchi di speranza verso l’Unione europea perché sperano che l’Ue possa portare un benessere economico, un fondamento e uno sviluppo delle democrazie, una stabilità politica. Dall’altra, hanno paura del confronto con il libero mercato e con l’economia dell’Occidente, tipica dell’Ue, che si gioca sulla concorrenza e sulla proprietà privata. Ma hanno anche timore che l’Occidente diffonda una visione della realtà e dei valori che non corrispondono alla propria tradizione: una certa mentalità sulla vita, aperta all’aborto o che non sostiene la famiglia fa molta paura ai Paesi dell’Est. Le Chiese cattoliche dell’Est esprimono in maniera più profonda questo sospetto rispetto alla cultura occidentale, tanto segnata dalla secolarizzazione e dalla crisi dei valori; anzi sentono un po’ la vocazione di arginare la deriva secolarista”.

Quali sono le priorità che le Chiese pongono con più urgenza all’Europa?

“Nel nostro dialogo con le Istituzioni europee, un primo livello riguarda le questioni etiche: la pace, la preoccupazione che l’Europa contribuisca alla giustizia nel mondo, i divari immensi segnati dalla fame nel mondo e dalle malattie. Un altro tema emergente è quello dell’ambiente e della responsabilità per il creato. La Chiesa ha, poi, molto a cuore le questioni legate alla persona, ai temi della vita, alla famiglia: un’Europa che non sostenga la famiglia si autocondanna perché viene a mancare una cellula alla base dell’Europa stessa, capace di offrire una prospettiva futura di socialità, di educazione, di comunione per l’umanità. Un altro livello che le Chiese sentono urgente è quello del senso della vita. Oggi in Europa, dove è altissima la percentuale dei suicidi, è forte tra i giovani, ma non solo, la domanda del trascendente, dell’eterno. La Chiesa è molto attenta a sentire questa domanda di senso e sente la responsabilità che l’Europa sia uno spazio di senso. Infine, le Chiese sono preoccupate che l’Europa sia uno spazio aperto a Dio, perché se non è aperta al trascendente, è senza un vero futuro. La preoccupazione delle Chiese, in particolare, è che l’Europa sia spazio aperto al Dio di Gesù Cristo, cioè sia uno spazio dove possiamo riscoprire l’essenziale del cristianesimo e dove è possibile testimoniarlo”.

Le radici cristiane, non inserite nel Trattato costituzionale europeo, saranno ancora una questione dell’Europa del prossimo futuro?

“Anche se sappiamo che la presidenza tedesca dell’Ue tenta di fare qualcosa in questa direzione, ci sono prospettive minime di trovare citato il cristianesimo nel preambolo del Trattato costituzionale. Questo indica che purtroppo in Europa c’è un’ignoranza profonda di cos’è il cristianesimo e anche nel dibattito intorno alle radici cristiane dell’Europa si usava la parola cristianesimo per indicare qualcosa che non è l’essenza del cristianesimo. Di qui l’urgenza di ridire e testimoniare cos’è autenticamente il cristianesimo”.

(21 marzo 2007)

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