Tre strade dopo Verona

VERONA CONTINUA

Al Convegno di Verona l’avevano sottolineato in molti. La salute della Chiesa italiana di oggi si misura guardando soprattutto a tre aspetti della vita delle comunità cristiane: la qualità dell’esperienza spirituale, la capacità di elaborazione culturale, l’assunzione del compito educativo. Tre strade tutt’altro che parallele per una Chiesa che interpreta se stessa come un popolo in cammino nella storia, e che non lavora – per dirla con Benedetto XVI – “per l’interesse cattolico, ma sempre per l’uomo creatura di Dio”.

La debolezza dello slancio missionario, di cui si avverte da anni l’esigenza ma che non ha portato ancora a scelte pastorali innovative, trova qui le sue cause principali. È una questione spirituale, in primo luogo, che tocca il cuore stesso della fede. Troppa pastorale si attarda “in periferia” e non aiuta a vivere l’essenziale della novità cristiana, il centro attorno al quale tutto ruota e che conserva intatto il fascino che da duemila anni fa vibrare il mondo.

C’è poi la questione educativa. Anch’essa è un’urgenza per la comunità ecclesiale, e non solo. La formazione costituisce un punto nevralgico: essa infatti permette di dare un significato e una forma credente alle esperienze di ogni giorno. Ad una condizione però: che sia accompagnata e sostenuta da una elaborazione di modelli culturali – stili di pensiero e di vita – ispirati al vangelo e vivibili oggi.
È la frontiera su cui da dieci anni opera il “Progetto culturale” della Chiesa italiana. A Verona il Papa l’ha definito una “avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza”.

È la chiave di lettura della vita ecclesiale degli ultimi tempi: stare dentro alle dinamiche attuali, in modo propositivo e aperto, senza chiudersi in difesa né sfuggire il confronto. L’obiettivo è ancora lontano dall’essere raggiunto. Già si delinea però la direzione da seguire per rendere la testimonianza dei credenti non solo spiritualmente robusta, ma anche culturalmente attrezzata. Sono tanti a vedere nella sua dimensione popolare il patrimonio più prezioso della Chiesa italiana. Occorre dunque che anche l’elaborazione di pensiero e vita credente diventi esperienza capillare e condivisa nel popolo di Dio.

Non basta agire insieme, come la prospettiva della “pastorale integrata” invita a fare: occorre anche pensare insieme. Cominciando col rileggere in chiave credente e riproporre le esperienze fondamentali della vita umana: l’amore e l’amicizia, il rapporto con il tempo del lavoro e della festa, il dolore e l’esperienza del limite, l’educazione e la comunicazione, la responsabilità che ci deriva dall’essere cittadini. È ciò che appunto ha cercato di fare – o meglio di iniziare – il Convegno di Verona.

E la comunicazione? È la quarta gamba di un tavolo che altrimenti fatica a reggersi in piedi. Ben più che un semplice braccio operativo, o l’albero di trasmissione di idee elaborate altrove, la comunicazione è diventata un luogo di vita che, quando non è virtuale, può dare grandi apporti per la crescita della persona e della società, sia in senso orizzontale che verticale. Il “sì” che Dio pronuncia sull’uomo, sulla sua vita, sull’amore e la libertà, è un modo di guardare il mondo e dunque anche di fare informazione. È una notizia che dà un taglio diverso alle nostre pagine. Anche quelle di cronaca, di spettacolo e di sport.

Ernesto Diaco

(07 marzo 2007)

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