Nelle mani dei laici

VERONA CONTINUA

“Un grande dono di cui, con l’aiuto del Signore, dobbiamo non disperdere i frutti e favorire la duratura efficacia”. Così il cardinale Camillo Ruini vede il Convegno di Verona dell’ottobre scorso. Incontrando i vescovi del Consiglio permanente della Cei, il 22 gennaio, ne ha tracciato un bilancio positivo e ha invitato a non archiviarlo, ma a “mantenere vivo quel senso di una responsabilità e di un’impresa comune che ha animato e caratterizzato il Convegno e la sua preparazione”. L’intento è quello di rendere patrimonio comune dell’intera Chiesa italiana l’esperienza fatta a Verona. In questo compito, un grosso contributo lo stanno dando i diversi media ecclesiali.

Le riviste cattoliche avevano dato ampio risalto ai temi e ai momenti della fase preparatoria, e ora non mancano di rilanciarne i risultati e animare il dibattito in vista dell’assimilazione dei frutti di tanto lavoro. La prima preoccupazione è quella che Giuseppe Savagnone confessa dalle colonne de “Il Serrano”. Il timore, cioè, “che dopo il Convegno di Verona ben poco cambi nella concreta prassi pastorale delle nostre Chiese”. Sarebbe un guaio non fare tesoro della scelta di “assumere come punto di riferimento la complessità della vita” attraverso gli ambiti esistenziali e non i consueti settori della pastorale. Che questa sia la novità principale del Convegno lo scrive anche Luigi Alici su “Dialoghi”. Il presidente dell’Azione Cattolica ritiene essenziale “evitare l’autogol di uno stile e un metodo pastorale che disinnesca il paradosso cristiano, sbriciolandolo nei mille rivoli di iniziative frammentarie e autoreferenziali, che parlano il linguaggio burocratico della routine o cercano di rincorrere la logica mondana dell’evento”.

Per “Famiglia Cristiana” quella che si è vista a Verona è una “Chiesa laboratorio”, contraddistinta da uno stile “diffuso e popolare, che continua a guardare al Concilio Vaticano II come alla stella polare, bussola del suo cammino”, e si impegna “nella formazione delle coscienze in una stagione non facile, che spesso ritiene la verità del cristianesimo una minaccia alla libertà”. La centralità della questione formativa emerge anche sulle pagine di “Settimana”. Il periodico dehoniano apre l’anno con un lungo articolo di monsignor Francesco Lambiasi. “A Verona è emerso il popolo del grande sì”, scrive il vescovo. Ossia “una Chiesa non compiacente né aggressiva, ma neanche avvilita o rassegnata”.

L’agenda del dopo-Verona sarà soprattutto nelle mani dei laici. Ne è convinta “La Civiltà Cattolica”, testimone di “una notevole vivacità nella partecipazione attiva dei delegati, espressione di una Chiesa viva, che dalla sua presenza nel Paese trae nuova forza per riprendere speditamente il cammino”. Sul clima di comunione e fiducia respirato al Convegno mettono l’accento anche “Città Nuova” – che annota il cresciuto interesse per i temi sociali e politici – e “Jesus”, che non nasconde gli interrogativi ancora aperti, ma definisce il popolo di Verona come “un corpo compatto, alieno da furori ideologici, rilassato, sereno”. Sono in molti a sottolineare il superamento delle antiche divisioni nel mondo cattolico. Tra questi c’è “Il Regno”, in un editoriale che indica nella questione antropologica e nel dialogo con il mondo moderno le sfide del futuro.

“Dalla presenza alla testimonianza” è l’espressione sintetica con cui il direttore di “Aggiornamenti sociali” , il gesuita Bartolomeo Sorge, riassume il messaggio del quarto convegno ecclesiale. Sulle stesse pagine, Giorgio Campanini invita ad approfondire le forme e i contenuti della corresponsabilità del laicato cattolico, che opera nella Chiesa “in semplicità e fedeltà”, offre e chiede fiducia.
Evangelizzazione, pastorale d’insieme e “popolarità” del cattolicesimo italiano sono per Franco Giulio Brambilla (“La Rivista del Clero Italiano”) i tre assi che sorreggono l’architettura del Convegno appena celebrato, mentre il “Messaggero di Sant’Antonio”, per bocca di Umberto Folena, raccoglie tutto nell’espressione usata da Benedetto XVI nel suo intervento. Da Verona è uscita la Chiesa del “sì”, scrive. Sì a Cristo, speranza del mondo, ma anche sì all’amore fedele, alla ragione, “alla scienza e alla tecnica, purché non intendano ergersi a tiranni”. Il discorso del Papa, che “Vita pastorale” definisce una “enciclica per la Chiesa italiana”, riempie le pagine di tutte le riviste.

Il mondo missionario non nasconde qualche delusione per il poco spazio dedicato ai temi della mondialità. “L’impressione – scrive Gerolamo Fazzini, direttore di “Mondo e missione” – è che la nostra Chiesa si senta troppo prigioniera dei suoi problemi per alzare lo sguardo sul mondo”. Nei gruppi di lavoro, però, è emersa l’Italia nelle sue mille sfumature: “lì scoprivi storie di oscuri ma preziosi artigiani della speranza”. Un chiaro segnale di volontà di rinnovamento. E di voler raccogliere la sfida: ridire all’uomo di oggi, con la parola e con la vita, la bellezza dell’essere cristiani.

Ernesto Diaco

(02 febbraio 2007)

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