Il loro sorriso

DOPO VERONA

Ventitré testimonianze di uomini e donne che nel territorio mantovano sono state segno di speranza. Ventitré ritratti di persone che possono essere definite “santi del quotidiano”. È il contenuto del volume “Siamo solo servi. Testimoni della speranza”, pubblicato dalla diocesi di Mantova. L’iniziativa si lega al Convegno nazionale ecclesiale di Verona che fin dal cammino di preparazione ha incoraggiato la ricerca di esperienze umane che più efficacemente hanno reso visibile la novità di vita che scaturisce dall’incontro con il Risorto.

“La santità – scrive nella presentazione del volume, il vescovo di Mantova, mons. Egidio Caporello – non è primariamente quella canonicamente riconosciuta. La santità fondamentale è quella battesimale, è quella dei giorni feriali riconoscibile in uomini e donne del quotidiano”. Segni di una tale santità si rintracciano nelle biografie del testo. “Da tutti questi profili emerge lo stesso slancio: Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me (Gal 2,20). Nell’insieme, rimandano a tutto l’arco che dagli inizi del ‘900 porta ai nostri giorni, tratteggiando la sorprendente e complementare varietà dei carismi. Traspaiono così, con estrema concretezza: l’uomo e la donna, il marito e la sposa, i volontari delle comunità e i professionisti, i giovani e i più anziani…”. Di seguito i pensieri di alcuni dei ventitré testimoni.

Le beatitudini del quotidiano. “Hai mai riflettuto sul bene immenso che puoi fare agli altri sorridendo? Perché non provi a portare un sorriso anche nel tuo quartiere, nella strada, nella società? Offri il tuo sorriso, anche se ricevi un insulto, porta il sorriso a chi soffre, a chi dispera, a chi affonda nel vizio: sarà il raggio di quella luce che, da sola, parte da Dio e, non più sola, a Lui ritorna”. Così rifletteva Martino Stevanin (1910-2004), medico, militante nella San Vincenzo de’ Paoli mantovana e laico impegnato in parrocchia. “Beato chi sa stare con gli altri, chi guarda gli altri con bontà e accoglie ogni persona senza pregiudizi. Beato chi vive in armonia con i familiari, i vicini, i colleghi, chi non tiene rancore, chi dialoga con tutti, chi saluta tutti…”. Diceva ciò “perché il suo apostolato si riconducesse alle Beatitudini” e ogni giorno ha testimoniato la sua fede facendosi “buon Samaritano” ovunque.

Incontrarlo nel malato. Per Angelo Casarini, medico nato negli anni della Prima guerra, è stata la sua professione luogo di santificazione quotidiana. “La professione medica – sosteneva – consiste sostanzialmente in un dialogo tra due uomini, tutti e due tesi a salvaguardare il bene della salute. Nell’incontro medico-malato, quest’ultimo attende un qualcosa di estremamente importante: ai suoi occhi il medico è la persona che rasserena, che aiuta, che risolve. Dal canto suo, il medico non è un freddo risolutore di quesiti terapeutici: è un uomo che partecipa al dramma di un altro uomo con la sua carica emotiva, che porta la scienza, ma anche il calore umano della sua solidarietà”. Per questo, Casarini, che aveva importanti riconoscimenti accademici, si svestiva dei suoi titoli e diventava “l’uomo medico” che incontrava “l’uomo paziente” perché questo incontro significava per lui “incontrare il Signore”.

Missionaria in camera sua. Per Augusta Melegari (1919-2005), poliomielitica dall’infanzia, l’eccezionalità cristiana è consistita non solo nell’aver accettato con serenità la sofferenza che l’ha vista prima costretta su una carrozzella e poi inchiodata a un letto, ma nell’aver testimoniato il valore del dolore. Comunicare a tutti “il Vangelo della sofferenza” perché “ciascuno potesse fare del dolore la propria personale santificazione”, questo il motto per cui si è adoperata per fondare nella diocesi il Centro volontari della sofferenza. Il suo letto da inferma è stata una finestra sul mondo: da lì si è interessata di tutti scrivendo parole di incoraggiamento, consolando con la consapevolezza del valore del dolore “accettato in base alle richieste di Cristo”.

Un giovane che insegnava a volare alto. “Ognuno di noi deve rendersi conto che è parte di questa realtà e come tale ne è responsabile. Siamo chiamati a essere attori, cioè a dare un volto alle cose che ci stanno attorno”. Questa convinzione Nicola Soldà, nato a Mantova nel 1965 e morto ventinovenne, l’ha testimoniata con la sua vita di giovane impegnato nel sociale e in parrocchia come animatore. “Non si può lottare contro la povertà e l’ingiustizia se non partendo dalle nostre scelte”, diceva giustificando la sua decisione di fare l’obiettore di coscienza.

(19 gennaio 2007)

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