La grande sinfonia

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Inquadrare il tema della “speranza” nel suo orizzonte teologico-pastorale: è il compito assegnato a don Franco Giulio Brambilla, docente di cristologia e antropologia teologica e preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, che ha svolto la prima relazione della mattina di martedì 17 ottobre al Convegno nazionale di Verona. Proponiamo alcuni spunti dal suo intervento. “Giganti nella fede e nella cultura”. “Nel momento in cui si dà inizio al Convegno, occorre trovare una capacità di sintesi che metta in campo le migliori risorse dei credenti e delle Chiese d’Italia. Il cattolicesimo italiano ha espresso figure di giganti nella fede e nella cultura, nella santità e nell’operosità sociale, che hanno saputo innervare in modo originale il tessuto civile del Paese”: lo ha detto don Franco Giulio Brambilla, aprendo la sua relazione sull’orizzonte teologico-pastorale del Convegno ecclesiale di Verona.

“La parola speranza – ha aggiunto – non appartiene solo alla lingua cristiana, ma anche al linguaggio umano di ogni tempo. Soprattutto nel tempo della società fluida e ripiegata sull’immediato, l’attesa di futuro esige di correggere le malattie della speranza e di mettere in luce i germogli positivi presenti nelle esperienze della vita attuale”. Brambilla ha poi messo in guardia dal rischio dell'”isolamento personale”, sottolineando che “oggi la speranza è confinata nello spazio intimo di una speranza individuale o nell’ambito di un progressismo sociale, senza che si riescano a vedere gli stretti legami che uniscono le speranze della persona e le attese della società”. Un cristianesimo “popolare”. “All’inizio del Novecento, Nietzsche – ha ricordato Brambilla – rimproverava ai cristiani di non essere testimoni della novità sconvolgente della vita risorta. E il secolo appena trascorso ne è stato purtroppo come la triste conferma… All’inizio del terzo millennio – ha poi aggiunto – la sfida cruciale consiste nel mettere in luce il tratto escatologico della fede cristiana, superandone però una lettura alienante e distorta”. Brambilla ha poi affermato che “l’immagine dell’uomo per i cristiani riguarda la vita concreta delle persone che nascono e crescono, della gente che lavora, delle coppie che devono scegliere e metter casa, delle famiglie che generano figli, della sofferenza delle persone”. “Popolarità del cristianesimo non significa la scelta di basso profilo di un cristianesimo minimo, ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente sul territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone”. Il “genio cristiano” del laico. Parlando del laicato cattolico, chiamato alla “sinodalità” (camminare insieme) con le altre componenti della Chiesa, Brambilla ha sottolineato l’esigenza che i fedeli passino dal ruolo di “semplici collaboratori dell’apostolato gerarchico” a quello di “corresponsabili di una comune passione evangelica”. A questo riguardo ha enunciato l'”urgenza di riattivare il genio cristiano del laico in Italia” che si esprime “nell’opera di uomini e donne che sono uno spazio personale e associato di discernimento vivo del Vangelo”. Per loro ha parlato di “assumere nella comunità credente la figura del cristiano vigilante, della sentinella del mattino”. “Si tratta – ha detto ancora – di un credente che unifica in sé le forme del cristianesimo incarnato e, insieme, escatologico, capace di mostrare l’altra faccia del Vangelo che non è ancora realizzata nel frammento presente”. Nel “pluralismo” della nostra società. La riflessione sulla società odierna e sui problemi che il cristianesimo deve affrontare al suo interno deve tenere conto – secondo Brambilla – di vari “fattori, di tipo spirituale, ecclesiale e culturale, che ci sottraggono alla duplice illusione di dare risposte semplificanti o di perderci in interminabili analisi”. Brambilla ha quindi rivolto un invito alla “profondità” del pensiero del cristiano oggi: “La pluralità dei soggetti richiede un ascolto prolungato della ricchezza delle persone e delle esperienze, perché si realizzi un vero discernimento comune e non un suo simulacro mascherato”. Il relatore ha concluso dicendo che “gli uomini e le donne che hanno saputo leggere e amare il loro tempo sono state persone permeabili all’azione dello Spirito, che non soffia mai da una parte sola, ma risuona dentro la grande sinfonia della communio sanctorum”.

(17 ottobre 2006)

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