Il giorno che unisce. Convegno dei delegati diocesani per l’ecumenismo

“Celebrare il giorno del Signore vuol dire celebrare il futuro del mondo, e non solo quello della Chiesa. L’Eucaristia trascina l’umanità verso la pace e la fraternità”. Così mons. VINCENZO PAGLIA, presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, spiega le ragioni per cui si è scelto di dedicare l’annuale convegno nazionale dei delegati diocesani per l’ecumenismo e il dialogo al tema “Il giorno del Risorto. Vita per le Chiese e pace per il mondo”. Promosso in collaborazione con l’Istituto di teologia ecumenica San Nicola e l’arcidiocesi di Bari, l’incontro si terrà dal 26 al 29 settembre nel capoluogo pugliese (dove il prossimo anno si svolgerà il Congresso eucaristico nazionale) e vedrà la partecipazione di rappresentanti di altre Chiese (ortodossi, luterani, evangelici e riformati). A parlare di “Shabat: tempo ed eternità” ci sarà anche il rabbino capo della Comunità di Milano, Giuseppe Laras. Mons. Lorenzo Chiarinelli, vescovo di Viterbo e mons. Brian Farrel, segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, tracceranno invece un bilancio del cammino ecumenico dalla pubblicazione della Unitatis Redintegratio ad oggi “tra speranze e delusioni”. Alla vigilia del convengo di Bari, il Sir ha intervistato mons. Paglia. Quale messaggio vuole partire quest’anno da Bari? “Ridare al giorno del Signore la sua centralità, significa dare agli uomini e alle donne del nostro tempo la possibilità di vivere uno spazio di libertà, di comunione e di solidarietà. Significa dedicare un giorno della settimana alla pausa, alla meditazione, alla preghiera e alla vita solidale e questo è impegno che coinvolge tutte le Chiese”. Certo, l’Eucaristia è un tema difficile che divide le Chiese più che unirle… “È ovvio che parlare di ecumenismo, significa anche parlare di differenze altrimenti non ci sarebbe nessun cammino ecumenico. Ma qual è il segreto antico dell’ecumenismo, quello che ha ispirato i padri fondatori, Giovanni XXIII e Atenagora. È il segreto di sottolineare quello che ci unisce. Nonostante ci siano alcune divisioni all’interno delle diverse Chiese, siamo tutti uniti nel sottolineare la centralità del giorno del Signore come giorno di Dio, della comunità, del servizio alla solidarietà”. Perché l’Eucaristia è un presupposto per la pace nel mondo? “Celebrare il giorno del Signore vuol dire celebrare il futuro del mondo, e non solo quello della Chiesa. L’Eucaristia trascina l’umanità verso la pace e la fraternità tra tutti. È un po’ come vivere in anticipo quello per cui tutti i cristiani vivono e lavorano e nello stesso tempo è seminare dentro il tempo umano, che è un tempo travagliato, un germe di pace. La pace che i cristiani annunciano agli altri è la pace che Gesù ha dato ai discepoli nel cenacolo. È una pace interna al cuore degli uomini. Diceva San Serafino di Sarov, ‘pacifica il tuo cuore e in migliaia accorreranno accanto a te’. E Martin Buber aggiungeva che ‘se cambi il tuo cuore nella pace, cominci così a cambiare il mondo'”. Come prosegue questo impegno durante la settimana? “Con il primato della carità. La carità è la prosecuzione dell’Eucaristia nei giorni della settimana, è il culto che si celebra ad un angolo della strada, dentro le nostre case, nei luoghi di lavoro. Come si esprime nel concreto? Nel convegno, vorremmo sottolineare in particolare l’accoglienza religiosa agli immigrati non cattolici. Per la prima volta in Italia il numero degli immigrati cristiani supera quello dei musulmani. Noi sentiamo un dovere speciale di aiutare questi nostri fratelli nella loro fede e nella loro preghiera. Questa consonanza fraterna rende i cristiani più uniti nell’annunciare il Vangelo, e anche più pronti ad accogliere chi cristiano non è, sapendo che la felicità non è quando gli uni sono contro gli altri, ma quando gli uni e gli altri cercano di convivere, rispettandosi”. 40 anni della Unitatis Redintegratio. A che punto siamo? “Certo, siamo forse un po’ lontani dagli entusiasmi di 40 anni fa. Oggi tuttavia si è riaccesa una speranza: basti pensare all’incontro del Patriarca Bartolomeo I a Roma alla fine di giugno, alla riconsegna dell’icona di Kazan. Quest’anno ricordiamo anche i 5 anni dalla firma del documento tra luterani e cattolici sulla giustificazione nel 1999. Siamo chiamati a continuare con maggiore audacia. E qual è la via? A mio avviso, la via è il dialogo della carità. Che non è a latere o minore della via teologica. È già via teologica, perché l’amore – come lo intende Gesù – chiama a vivere una dimensione profonda di ascolto, di accoglienza, di corresponsabilità dell’altro, di impegno reciproco, di sofferenza per le distanze che ci separano e di gioie per i passi che si fanno in avanti”.

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