Sinodo per l’Amazzonia: card. Gracias, “si può fare molto di più per promuovere il ruolo delle donne”

Il ruolo delle donne nella Chiesa, la necessità di “politiche pubbliche” per assistere le vittime della tratta e l’inculturazione, con la possibilità di introdurre il “rito amazzonico” per valorizzare la spiritualità dei popoli indigeni. Se ne è parlato nel briefing di oggi sul Sinodo per l’Amazzonia, mentre prosegue l’elaborazione del progetto di documento finale che sarà votato in Aula sabato pomeriggio

foto SIR/Marco Calvarese

“Il diritto canonico e la teologia possono fare molto di più per promuovere il ruolo delle donne nella Chiesa”. Ne è convinto il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay, che rispondendo alle domande dei giornalisti – durante il briefing di oggi sul Sinodo per l’Amazzonia in Sala stampa vaticana – ha ricordato che “il diritto canonico, per le donne, prevede tutto, tranne che ascoltare la confessione e celebrare la messa”. “Ci sono tante cose in più che si possono fare per le donne, e dobbiamo farlo”, la tesi del cardinale, che ha sottolineato: “Il Papa vuole un decentramento. Noi vescovi non stiamo sfruttando tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per promuovere questo processo”. “Nella Chiesa, chi porta avanti il processo di evangelizzazione e di cura sono le donne”, ha testimoniato suor Roselei Bertoldo, della rete “Un grido per la vita”, impegnata nella lotta al traffico di persone: “Noi siamo la Chiesa e facciamo la Chiesa: il fatto che siamo state chiamate al Sinodo non solo a partecipare, ma ad essere parte attiva del processo sinodale è un frutto del fatto che noi reclamiamo di diventare protagoniste”. “Noi chiediamo di partecipare più efficacemente anche a livello delle decisioni”, l’appello della religiosa: “Stiamo cominciando a fare questo camino: non stiamo zitte, vogliamo uno spazio e cominciamo a costruire questo spazio”.

“Il ruolo attivo delle donne nella vita della Chiesa non è proibito”,

ha fatto notare don Zenildo Lima da Silva, rettore del seminario São José di Manaus e vice presidente dell’Organizzazione dei seminari e istituti del Brasile: “Le nostre strutture sono fatte in tal modo che solo certe persone hanno un potere decisionale, ed è questo che dobbiamo cambiarle. Il Consiglio pastorale in parrocchia, ad esempio, ha un potere solo consultivo, ma niente e nessuno impedisce che diventi deliberativo”. “Il processo sinodale non è solo camminare insieme, ma camminare insieme e decidere insieme, se non vogliamo zoppicare”, ha concluso don Lima da Silva: “E questo significa che bisogna riconoscere alle donne anche un ruolo decisionale”. Mons. Ricardo Ernesto Centellas Guzmán, vescovo di Potosí e presidente della Conferenza episcopale della Bolivia, ha citato l’esempio della sua vicaria pastorale: “Il modo in cui chiama la comunità a partecipare è diverso da come lo potrebbe fare un uomo: non cerca di imporre le proprie idee, ma convoca le persone per avere suggerimenti. È la comunità che ha un potere decisionale, non soltanto alcune persone”.

“In tutti i Paesi dell’America Latina si possono attivare politiche pubbliche per offrire assistenza alle persone vittime della tratta”.

A lanciare la proposta è stata suor Bertoldo. “Il Sinodo porta la sua attenzione sugli abusi, sullo sfruttamento delle donne e sulla tratta degli esseri umani”, ha testimoniato la religiosa: “è un modo per dare visibilità a questa realtà”. In Brasile, ha raccontato suor Roselei, “la tratta è un delitto molto invisibile e poco notificato”. Quello di “Un grido per la vita” è dunque “un lavoro di sensibilizzazione e formazione delle persone, affinché siamo in grado di denunciare la realtà di cui sono vittime. Molte donne non hanno il coraggio, perché si tratta di un reato che toglie loro la dignità. Così finiscono per cadere in una trappola: quando prendono coscienza del loro sfruttamento, perdono la dignità e non riescono a denunciare. Parallelamente c’è il traffico della droga”. “Il nostro è un lavoro di sensibilizzazione delle donne e delle bambine perché riconoscano le forme di abuso e sfruttamento”, ha spiegato la religiosa soffermandosi sull’importanza del lavoro in rete, ad esempio nelle parrocchie, per allertare i giovani sulle forme di adescamento, la più estesa della quale è via social.

“Non ci sono problemi dal punto di vista teologico e liturgico”.

Così il card. Gracias ha risposto ad una domande dei giornalisti sulla possibilità, ventilata durante il Sinodo, di introdurre un “rito amazzonico”. Sulla necessità di “rivedere quanto fatto finora” per la formazione dei seminari si è soffermato anche don Lima da Silva. “Non si tratta di costruire ricette, ma di ripensare un percorso partendo dalla dinamica della sinodalità”, ha spiegato Lima da Silva a proposito di Manaus, città di due milioni di abitanti con oltre 50 seminaristi provenienti dalle grandi metropoli ma anche dalle comunità fluviali e indigene. “L’Amazzonia è un’armonia di vita: da loro ho imparato a vivere nel cuore della regione senza distruggerla”. Lo ha detto ai giornalisti mons. Gilberto Alfredo Vizcarra Mori, vicario apostolico di Jaén e vescovo titolare di Autenti, in Perù: “Mi sono preparato al Sinodo andando a vivere per un mese nella foresta. Ho parlato con le comunità, ho vissuto con loro: non sono andato per insegnare, devi dipendere da loro per vivere nella foresta amazzonica. Sono rimasto sorpreso di vedere come siamo lontani da queste popolazioni: loro non si sentono i padroni, ma i guardiani della foresta. Noi invece ci sentiamo i padroni, in grado di modificare le cose senza pensare alle conseguenze, che possono essere positive o negative”.

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