Sinodo per l’Amazzonia: “il problema più grosso non è il celibato, ma gli scandali”

Mons. Vieira sui "viri probati": "Il problema più grosso non è il celibato, ma gli scandali". Laici, donne e indigeni gli altri "capitoli" della seconda tornata dei Circoli Minori. Venerdì la relazione finale sui Circoli Minori. Nel fine settimana i padri sinodali lavoreranno alla prima stesura del documento finale

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Non vedo nel celibato il problema più grosso. Il problema è la nostra incoerenza, le nostre infedeltà, gli scandali, la mancanza di santità che diventano un ostacolo affinché i giovani possano seguire questo cammino”. Così mons. Wellington Tadeu de Queiroz Vieira, vescovo di Cristalândia, in Brasile, ha affrontato il tema dei “viri probati”, durante il briefing di oggi sul Sinodo per l’Amazzonia. “La mancanza di ministri ordinati non è un problema solo dell’Amazzonia, ma anche di altre regioni del mondo”, ha fatto notare il presule citando come esempio la progressiva riduzione del numero di sacerdoti in Europa. Per quanto riguarda l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, in merito alla quale ci sono “opinioni divergenti” al Sinodo,

“biblicamente o teologicamente non esiste un ostacolo affinché la Chiesa, in un determinato momento storico, prenda tale decisione”.

“Come ripete il Papa, bisogna avvicinarsi alle persone, acquisire l’odore delle pecore”, ha proseguito Vieira: “Molte volte noi non trasmettiamo il profumo di Cristo, siamo annunciatori di noi stessi con comportamenti che spesso allontanano le persone da Gesù”. Di qui la necessità “di un cammino di santità, di conversione: prima di pensare a quello che gli altri dovrebbero cambiare, pensiamo a come dovremmo cambiare noi”. Altro versante su cui lavorare, secondo il vescovo, è “la cattiva distribuzione dei presbiteri a livello territoriale”: “La mancanza di sacerdoti – la tesi di Veira – potrebbe essere mitigata, se ci fosse una distribuzione migliore. In America Latina, ad esempio, c’è un’abbondanza di vocazioni, ma anche una difficoltà ad andare nelle zone di frontiera”.

Laici. “Il contributo dei laici è decisivo: abbiamo bisogno di laici impegnati anche in politica”. Ne è convinto mons. Pedro José Conti, vescovo di Macapá, in Brasile, che al briefing ha portato l’esperienza della sua diocesi, 148 chilometri quadrati – quasi la metà di tutto il territorio italiano – dove una parrocchia ha oltre 100 comunità e solo un sacerdote a disposizione, che celebra due messe all’anno in ogni comunità. “Chi porta avanti il lavoro sono i laici e le laiche”, ha raccontato il vescovo, auspicando la valorizzazione del laicato come “antidoto al clericalismo”. “Abbiamo bisogno di laici impegnati anche in politica”, l’auspicio del presule: “Cristiani preparati, che abbiano coscienza della dottrina sociale della Chiesa, che credano nel Regno di Dio e siano disposti anche ad entrare in politica”.

Donne. “Non solo in Amazzonia, ma anche in Italia la presenza delle donne è importante nella Chiesa”. A testimoniarlo è stato mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, che a proposito di uno dei temi più dibattuti nel Sinodo per l’Amazzonia ha fatto presente che nella sua diocesi “l’80% dei laici che guidano i gruppi biblici tutto l’anno sono donne, e sono eccellenti. All’inizio dell’anno diamo loro un mandato”. “Ci sono tanti modi per far sì che le donne possano esprimere il loro valore e la loro presenza possa essere valorizzata, anche di fronte ai vescovi”, ha affermato il presule.

Indigeni. “Vogliono che scompariamo”. A lanciare un appello per la sopravvivenza dei popoli indigeni, durante il briefing odierno sul Sinodo per l’Amazzonia, è stata Yesica Patiachi Tayori, docente bilingue del popolo indigeno Harakbut e membro della pastorale indigena del vicariato apostolico di Puerto Maldonado, in Perú.

“Dov’è l’Onu?”,

si è chiesta Yesica: “Dove sono le altre organizzazioni internazionali? Abusi, omicidi, tratta delle persone, maltrattamenti sulle donne: dove possiamo denunciare questi crimini?”. “Noi popoli indigeni siamo e saremo i guardiani della foresta”, ha assicurato: “La casa comune è responsabilità di tutti. Abbiamo paura, perché ci stiamo dimenticando la nostra lingua, siamo asfissiati da modelli di sviluppo che vengono da fuori e non rispettano la vita. Siamo discriminati, considerati come oggetti da vetrina e non come una cultura viva”. “Abbiamo chiesto al Papa – ha reso noto Yesica – che ci aiuti ad essere rappresentati presso le istituzioni nazionali e internazionali. Siamo noi che viviamo i crimini contro la casa comune: nessun giornalista si è concentrato sulla nostra protesta, sulle madri che sono state perseguitate e assassinate. Non abbiamo nessuna tribuna per denunciare questi crimini. Vogliamo che la nostra causa faccia breccia nella coscienza umana, senza porre in pericolo l’umanità”.

“Non è detto che ci sia un’arca di Noè, se non arriviamo ad una conversione ecologica”.

Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, ha usato questa metafora, tratta dall’aula, per illustrare l’emergenza ambientale, al centro dell’attenzione dei padri sinodali. “Negli interventi liberi – ha reso noto – è emersa una forte e sorprendente emergenza condivisa dall’assemblea sinodale: non fermarsi ai singoli temi, dividendo il processo sinodale che ha invece come fine quello di ritrovare una visione globale e unitaria. Concentrarsi solo su alcuni temi, è stato detto, rischia di far perdere lo sguardo d’insieme, tradendo lo sguardo stesso del Sinodo, sia riguardo all’Amazzonia che all’universalità della Chiesa. La strada non è nel disciplinare i conflitti, ma nella profezia, senza illudersi di avere una norma già pronta:

non è il diritto canonico a risolvere i problemi, ma un nuovo slancio profetico”.

Di un “salto qualitativo” al Sinodo ha parlato anche padre Giacomo Costa, segretario della Commissione per l’informazione, facendo presente che “il Sinodo è un cammino di discernimento, non si può ridurre a piccole soluzioni e aggiornamenti”.

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