Papa a San Giulio: padre Frattini (parroco), “tutto è nato per avere più spazio per i bambini”

Domani Papa Francesco sarà in visita pastorale alla parrocchia di San Giulio, quartiere Monteverde, zona residenziale Nord della Capitale. "Tutto è nato per dare più spazio ai bambini", rivela al Sir il parroco, padre Dario Frattini, che dopo tre anni e mezzo - e tredici alla guida della comunità - vedrà la "chiesa-tenda", ospitata in una tensostruttura, tornare nel suo luogo naturale

Ci sono voluti tre anni e mezzo di lavori, ma ora la chiesa parrocchiale di San Giulio, quartiere Monteverde, zona residenziale Nord della Capitale, da “chiesa-tenda” ospitata temporaneamente in una tensostruttura inaugurata il 29 maggio del 2016, torna alla sue sede originaria dopo il consolidamento dell’aula liturgica. Il colore scelto per le pareti e per i 24 pilastri, disposti in circolo per sorreggere la volta e il tetto, è un giallo chiaro molto luminoso. Parla il parroco, padre Dario Frattini, alla vigilia della visita di Papa Francesco, che domani presiederà il rito della dedicazione dell’altare e incontrerà una rappresentanza della comunità parrocchiale, che padre Dario guida da 13 anni.

“La gioia è grande, quasi quanto la stanchezza”,

esordisce il parroco: mentre si danno gli ultimi ritocchi, il clima di attesa è palpabile, ma l’atmosfera calda e accogliente prende decisamente il sopravvento. Padre Dario ci racconta di quando il soffitto della chiesa “è diventato una pancia”, e lui e il Consiglio pastorale hanno capito che non avrebbe retto, fiutando la situazione di pericolo imminente. Così sono arrivati gli ingegneri dell’Ufficio di culto del Vicariato di Roma, anche loro presenti domani all’incontro col Papa: “O fate quello che vi diciamo, oppure bisogna chiuderla”, l’ultimatum.

Giardino pensile. “Tutto è nato per avere più spazio per i bambini”, ci rivela il parroco a proposito del suo sogno di utilizzare la grandissima terrazza che è al di sopra del tetto. Il pericolo di crollo del soffitto aveva fatto naufragare quel sogno, che ora però è prepotentemente tornato alla ribalta, grazie al “lavoro enorme” di consolidamento, ultimato proprio in questi giorni. Adesso, finalmente, il soffitto è calpestabile: “Reggerebbe anche un grattacielo”, dice don Dario con malcelato orgoglio per la forza e la stabilità ritrovata. La grande terrazza diventerà un giardino pensile destinato ai bambini più piccoli che frequentano la parrocchia, quelli fino ai sette anni. Per i più grandi, c’è l’oratorio adiacente alla chiesa, dove campeggia uno striscione di benvenuto preparato da loro a caratteri cubitali, con la data del 7 aprile.

Come il Ponte Morandi. In via Maidalchini, in questi ultimi tre anni e mezzo, la parrocchia era quasi mimetizzata nella tensostruttura. Il parroco non nasconde il suo stupore per il cambiamento: “Quando ho visto le immagini del Ponte Morandi, crollato a Genova, ho pensato a com’era la chiesa prima dei lavori. Ho rivisto lo stesso cemento armato che si è trasformato in farina”. Negli anni Cinquanta e Sessanta, molti “palazzinari” costruivano a raffica “senza coscienza”.

Presepe vivente. La parrocchia di San Giulio è ormai rinomata, a Roma, per il suo presepe vivente. “I miei primi 9 anni di sacerdozio li ho passati a Piubega, un paesino dall’alto mantovano”, ci spiega padre Dario. Nel novembre di quattro anni fa, il parroco ha deciso di esportare la tradizione locale del presepe vivente anche nella sua parrocchia di Roma, chiamando in aiuto gli amici di Piubega e tutti i papà della zona. Il primo anno il presepe è stato realizzato attorno al perimetro della parrocchia, e poi esportato a sua volta nel sito archeologico di Porta Asinaria, in collaborazione con il Comune di Roma Capitale e la Soprintendenza. Sono proprio le offerte dei fedeli per il presepe che hanno permesso alla parrocchia di finanziare i lavori di ristrutturazione. “Ci hanno dato una mano anche i nostri amici di Civita Castellana, in provincia di Viterbo”, ci tiene a sottolineare il parroco: “Ci siamo conosciuti in un pellegrinaggio dell’Opera Roma Pellegrinaggi a Lourdes e Fatima. Il materiale del presepe vivente è ospitato da loro, in due tir”, grazie a due coppie di sposi. Il Papa li saluterà tutti, domani.

Catechesi familiare. Del resto gli sposi, e i futuri sposi, sono di casa a San Giulio, dove da due anni si sta sperimentando la “catechesi familiare”. “Vogliamo dare maggiore responsabilità ai papà e alle mamme: loro non ci credono, ma sono i migliori catechisti per i loro figli”, assicura padre Dario. I catechisti preparano le schede del Vangelo domenicale, per tutto l’anno liturgico, e le consegnano ai bambini e alle loro famiglie. “Così in casa si vive una catechesi familiare, e una volta al mese i bambini si incontrano con i catechisti, e i genitori con i sacerdoti”. Hanno risposto 200 famiglie. Sono 50, inoltre i fidanzati che seguono i corsi a loro dedicati, “16 coppie le abbiamo appena preparate al matrimonio”. Delle quattro persone che il Papa confesserà domani, una è Barbara, che si è sposata con Alessandro l’8 settembre scorso nella tensostruttura. Senza contare il popolo giovane, che non si è persa una Gmg: “Tranne quella di Panama”, precisa il parroco: “Dovevamo partire ma era appena arrivato l’annuncio della visita del Papa e dovevano cominciare a tempo di record i lavori”.

Muri da abbattere. Può sembrare insolito che il vescovo di Roma, per le sue visite in parrocchia, scelga un quartiere residenziale, piuttosto che una periferia come fa di solito. “Il disagio a Roma si vive ovunque, anche qui”, risponde padre Dario quando glielo facciamo notare: “Ci sono persone che hanno perso il lavoro. Ma le malattie più gravi, come ha detto il Papa alla sua diocesi, sono quelle spirituali”. Prima fra tutte: “L’individualismo, la chiusura”. La parrocchia di San Giulio aderisce al progetto Caritas “Come in cielo così in strada”, a cui saranno devolute le offerte della Quaresima, consegnate direttamente nelle mani di Francesco. “Noi ospitiamo tre persone senza fissa dimora, ma il progetto finisce l’8 aprile. Faremo una festa, poi i nostri ospiti dovranno tornare alla Caritas. Io li avrei tenuti qui per sempre, ma devo riaprire i locali”. Padre Dario alza le braccia, con un gesto eloquente: i muri sono duri da abbattere.

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