Papa in Marocco. A Caritas Rabat l’incontro con i migranti, “sempre più vulnerabili ed emarginati. Anche bambini soli di 10 anni”

Il 30 e 31 marzo prossimo Papa Francesco sarà a Rabat. Tra i vari appuntamenti in programma, ha chiesto di incontrare i migranti assistiti da Caritas Rabat. I particolari sull'incontro e la difficile situazione di chi tenta, più volte, di superare la frontiera tra Marocco e Spagna

(da Rabat) “La presenza di migranti vulnerabili in Marocco è una catastrofe che sta assumendo proporzioni terribili. Aumentano i minori migranti soli. Prima arrivavano i sedicenni, ora anche bambini di 10, 12 e 13 anni. E tante donne, spesso incinte o con neonati”. Cerca di pesare le parole Fanny Curet, la responsabile del dipartimento migrazione di Caritas Rabat. Poi piano piano diventa un fiume in piena nel raccontare le drammatiche condizioni vissute dai migranti, anche come conseguenza delle politiche di chiusura europee. Francese espatriata in Marocco per dare forza e competenza al team della Caritas locale, ci riceve nel grande salone bianco, ancora spoglio, dove  sabato 30 marzo, alle 18 in punto, Papa Francesco incontrerà i migranti che vivono o transitano sulla cosiddetta “rotta marocchina”.

Il salone dove il Papa incontrerà i migranti

Un appuntamento molto significativo all’interno del viaggio del 30 e 31 marzo: Papa Francesco è il secondo Pontefice a visitare il Marocco a 34 anni dal viaggio di Giovanni Paolo II. Si stima che a oggi in Marocco vivano 30mila cristiani, di cui 20mila sono cattolici  e 10mila protestanti. L’età media dei fedeli è 35 anni. La “rotta marocchina”, molto sfruttata dai trafficanti di esseri umani, è sempre più pericolosa a causa delle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, che legittimano controlli severissimi e “déplacements”, spostamenti forzati in bus verso piccole cittadine nel Sud del Marocco. La stampa marocchina ne parla spesso e anche se la parola è impronunciabile, equivalgono quasi a deportazioni di massa autorizzate dall’Europa. Tutti passano da qui per cercare di entrare in Spagna attraverso le blindatissime enclavi di Ceuta e Melilla o nel Mediterraneo occidentale con precarie imbarcazioni di fortuna. Bloccata, almeno formalmente, la rotta del Mediterraneo centrale con la chiusura dei porti, per la prima volta nel 2018 la Spagna è divenuta il principale punto d’ingresso in Europa (seguita da Grecia e Italia) con circa 6.800 persone arrivate via terra attraverso Ceuta e Melilla e altre 58.600 arrivate in seguito alla pericolosa traversata del Mediterraneo occidentale. Di conseguenza in quest’area è quadruplicato anche il bilancio delle vittime: da 202 decessi nel 2017 a 777 lo scorso anno (dati Unhcr). Caritas Rabat stima una media di 200 persone al giorno che tentano di entrare in Europa, la maggior parte vengono respinte. I migranti fermati dalle forze dell’ordine marocchine si feriscono durante il tentativo di superare la recinzione al confine o a causa di colpi di armi da fuoco. Ogni giorno vengono caricati a centinaia su bus e scaricati in strada nelle città meridionali di Tiznit, Errachidia, Beni Mellal.

Fanny Curet

Nella sede di Caritas Rabat l’incontro con 60 migranti. Papa Francesco ha chiesto di avvicinarli personalmente, di ascoltare le loro storie e i drammatici tentativi, più e più volte, di cercare la fortuna in Europa. Il 30 marzo saranno una sessantina nella sede di Caritas Rabat, in maggioranza provenienti da Paesi dell’Africa sub-sahariana, insieme ad una decina di operatori. Nello stanzone bianco – in questi giorni fervono i lavori di piccola ristrutturazione – non entrano più di un centinaio di persone. Aprirà l’incontro, con la sua testimonianza, un migrante subsahariano. Poi parlerà il Papa, quindi ci sarà uno spazio libero di discussione, performance teatrali e canti per rappresentare la dura vita dei migranti. Il Marocco dovrebbe essere l’ultima tappa africana del loro viaggio, la porta dell’Europa. Ma la porta è diventata una fortezza sempre più chiusa e pericolosa.

Migranti, respinti alla frontiera e marginalizzati. Caritas Marocco si occupa dei migranti da oltre 15 anni. “Negli ultimi tempi – spiega Curet – a causa dell’ inasprimento delle politiche di chiusura delle frontiere, le condizioni di estrema marginalizzazione dei migranti sono peggiorate. Al nord, nella diocesi di Tangeri, vivono nella foresta in condizioni terribili.

Vengono spostati con i bus nelle città del sud ma lì non hanno alloggi né servizi, sono costretti  a dormire in strada.

Ci sono insediamenti informali di baracche a Casablanca e in altre città marocchine. Ce n’era uno anche a Rabat vicino alla stazione dei bus ma è stato sgomberato”. Non esistono stime ufficiali sulla presenza dei migranti in Marocco: nonostante ci siano state due sanatorie nel 2014 e nel 2017 (molti non hanno ancora ricevuto i titoli di soggiorno legati a quest’ultima), la maggior parte sono irregolari. Si parla di circa 40.000 persone ma sono cifre impossibili da verificare perché i migranti cercano soprattutto l’invisibilità.  “Il governo dal 2013 ha attivato una strategia nazionale sull’immigrazione, ha approvato una legge sulla tratta e altre due su asilo e immigrazione sono in via di approvazione. Ma oggi essere neri in Marocco è molto difficile – prosegue -. Sono senza documenti, non accedono ai servizi sanitari e pubblici per paura di essere arrestati,  sono vittime di violenza e di frequenti aggressioni, di sfruttamento e tratta, non hanno alloggi dignitosi né possibilità di lavorare se non nel piccolo commercio informale. Finiscono in strada a chiedere l’elemosina o vengono coinvolti in attività illecite”.

 

La Chiesa è “un rifugio per i migranti”. La Chiesa cattolica diventa una “porta aperta, un rifugio, per le persone che hanno bisogno, di qualsiasi fede”. Le persone che transitano in Marocco, o ci rimangono, sanno che presso le parrocchie e i centri Caritas delle due sole diocesi marocchine – Rabat e Tangeri – possono trovare aiuto: cibo, servizi per l’igiene (“diamo ticket per andare a lavarsi negli hammam”), contributi economici per pagare l’affitto, inserimento scolastico e accesso alle cure mediche. “Il cuore del nostro lavoro è la mediazione – precisa Curet -. Dove c’è bisogno noi ci siamo. Li indirizziamo alle strutture sanitarie e ai servizi pubblici gratuiti;  li aiutiamo ad iscrivere all’anagrafe i nuovi nati, cerchiamo di convincere le amministrazioni locali ad inserire i bambini nelle scuole, offriamo alloggi per le persone malate e sostegno psicologico”.

Nel 2017 sono state accolte nei tre centri Caritas 8.000 persone, di cui il 26%, ossia più di 2.000, erano minori soli.

Una azione caritativa resa possibile anche grazie al progetto biennale “Qantara” (“ponte”) sostenuto da diverse Caritas europee, tra cui Caritas italiana. Proprio in questi giorni i partner del progetto si incontreranno a Rabat per una valutazione finale e il lancio del nuovo progetto “Sila”, che in arabo significa “rete, legame”: il budget complessivo previsto è di 1 milione e 800mila euro per due anni. Comprende interventi a Rabat, Tanger, Fès, Meknes, Marrakech, Oujia alla frontiera algerina, Lâayoune al sud, grazie al sostegno della Cei (nell’ambito della Campagna “Liberi di partire, liberi di restare”) e in partenariato con le Caritas di Spagna, Germania e Francia.

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