Le libertà negate al Festival della Dottrina sociale. Mons. Vincenzi: “In Italia il rischio che corriamo tutti è l’omologazione”

"Sono i comportamenti delle persone il modo attraverso il quale intervenire sul tema delle libertà. Dobbiamo fare gesti concreti, dopo possiamo parlare. Se prima parliamo e poi non agiamo, quello che diciamo diventerà sempre più incomprensibile". Ne è convinto mons. Adriano Vincenzi, coordinatore del Festival della Dottrina sociale a Verona che quest'anno è stato dedicato al "rischio" della libertà

“Ci sono tante persone che si comportano bene ma vivono in una solitudine che rischia di penalizzarle. Dobbiamo ribadire la positività di chi è capace di gestire la vita anche in maniera diversa, e far sentire che è sulla strada giusta. È il contributo per tantissime persone che non conosciamo ma che tengono vivo il tessuto sociale del Paese”. Così mons. Adriano Vincenzi, coordinatore del Festival della Dottrina sociale a Verona, a conclusione dell’VIII edizione.

Perché parlare di “rischio” della libertà?
Nel mondo ci sono libertà negate, dal potere politico o da quello economico. Poi ci sono le libertà negate che riguardano i comportamenti personali: pensiamo alla prostituzione o all’usura. Siamo di fronte a tante violazioni diverse. Rilanciare il tema, nonostante esperienze di negazione della libertà, è fattore di speranza. Perché anche dentro queste difficoltà, la libertà non viene mai uccisa. Volevamo aiutare le persone a rimanere libere:

nonostante tutto il male che vediamo e che subiamo, dobbiamo ricordare che si può scegliere il bene.

È importante dare coraggio e sostenere tante persone che fanno quotidianamente il bene nell’anonimato, togliendole dall’isolamento.

Nel videomessaggio ai partecipanti del Festival, il Papa ha indicato tre situazioni in cui gli uomini e le donne non possono mettere a frutto la propria libertà: l’indigenza, il dominio della tecnologia, la riduzione dell’uomo a consumatore.
La povertà, e soprattutto la miseria, impedisce alle persone di muoversi liberamente: siamo di fronte all’ingiustizia conclamata, che non ha un responsabile ufficiale. Poi vengono fatte scelte in ambito economico e finanziario basandosi su algoritmi. E le persone scompaiono. Ma una macchina non può scegliere, solo gli uomini possono farlo. Infine il consumo:

in una società opulenta, con la bulimia del consumo, senza saperlo viene ridotta la libertà di scelta.

Le persone sono infiacchite interiormente, non hanno più idealità e di conseguenza riducono la capacità di lottare e di resistere. Non appare immediatamente, ma questa situazione sta penalizzando le persone che non riescono neanche più a pensare che possa esserci un mondo migliore. E dunque non sono più in grado di pensare un cambiamento per loro stesse.

Vede a rischio la libertà anche in Italia?
C’è un rischio permanente in tutte le situazioni. Uno che vive deve correre dei rischi: sposarsi è un rischio, nessuno garantisce l’amore. C’è un rischio che ci accomuna e che fa parte della vita. Poi certe situazioni rendono più difficile rischiare, ma anche rimanere liberi.

I populismi, ad esempio, non indicano un percorso di libertà.

Abbiamo bisogno di persone che abbiano un pensiero libero. Il rischio che corriamo tutti è l’omologazione. Viviamo dentro il condizionamento costante delle mode, che per tanti può ridurre la capacità di scelta.

Ma è soltanto una responsabilità politica?
No, anche economica. Si dice che il grande è bello, mentre il piccolo non è sostenibile. Lo vediamo con le banche, troppo grandi per fallire. Dimentichiamo che

abbiamo bisogno di realtà vicine alle persone, legate al territorio, che riescano a ridistribuire la ricchezza che viene raccolta. Se manca questa solidarietà e capacità di individuare le criticità, creeremo sempre più povertà e desertificheremo i territori.

È un pericolo grave, come la tendenza a vivere nei grandi centri urbani abbandonando i territori. E ciò lo stiamo pagando anche come rischio ambientale, la terra sta reagendo all’abbandono dell’uomo. Perché non c’è solo lo sfruttamento.

Come può trovare spazio la Dottrina sociale della Chiesa nella politica e nella società?
Solo se si vedono persone che assumono comportamenti diversi. Abbiamo dato spazio nel Festival a tante storie controcorrente. Sono i comportamenti delle persone il modo attraverso il quale intervenire sul tema delle libertà. Abbiamo avuto tre testimonianze di donne: una vittima di violenza che ha avuto il coraggio di denunciare; una passata per droga e detenzione ed ora impegnata in attività di volontariato; un’altra che è madre di una bimba di quattro anni che per la scienza non sarebbe mai dovuta venire al mondo. Queste storie rovesciano pensieri e comportamenti errati. Dobbiamo fare gesti concreti, dopo possiamo parlare. Se prima parliamo e poi non agiamo, quello che diciamo diventerà sempre più incomprensibile.

 

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