I poveri inquietano, interrogano e ci costringono a essere “Chiesa in uscita”

Appassionare alla vicenda dei poveri non è una ossessione, ma una sfida antropologica che riguarda l’annuncio del Vangelo, quella evangelizzazione per attrazione che si può fare a tutti, nella universalità, proprio se facciamo nostro il grido dei poveri come comunità di discepoli che sa incontrare, giorno dopo giorno, un Gesù povero, sconfitto e svuotato della sua onnipotenza

Papa Francesco inizia la sua riflessione sulla II Giornata mondiale dei poveri con la frase: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta” (Sal 34,7). Citando questo passaggio il Papa ci esorta a “comprendere chi sono i veri poveri verso cui siamo chiamati a rivolgere lo sguardo per ascoltare il loro grido e riconoscere le loro necessità”. Seguire questo invito significa anzitutto farsi sollecitare dalla prossimità e dalla condivisione. Francesco aggiunge subito dopo: “Il Signore ascolta i poveri che gridano a Lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in Lui” e questo ci restituisce un forte richiamo al tema della preghiera. Prossimità e  condivisione, la preghiera: tutti elementi che ci fanno riscoprire un Dio Padre che ci vuole bene.

Allora il tema della povertà si pone come luogo teologico, dove si manifestano il cammino e l’incontro con il Signore Gesù. Riguarda noi come Chiesa, ma è un approccio che sta dentro lo sguardo sull’umanità intera. È la fedeltà al Vangelo delle Beatitudini a consegnarci questa sintonia, che non si riduce a una lettura sociologica, ma si apre in quella che si chiama “dinamica contemplativa” e che ci fa avvertire come i poveri sono davvero il luogo e la relazione col Signore Gesù che si è fatto povero.

In questa tensione vi è anche la tematica della fraternità dell’umanità, nella quale dobbiamo ritrovare il sentimento profondo di appartenere a un’unica famiglia, che si manifesta pure nel prendersi cura della Terra che ci è affidata, nella custodia del Creato. Si rinsalda così il cammino della Chiesa.

In questa Giornata, infatti, non dobbiamo raccontarci quello che facciamo in aiuto dei poveri, ma occorre mettersi in ascolto respingendo la tentazione di utilizzarli come affermazione del nostro essere cristiani. I poveri inquietano, interrogano, ci costringono a essere “Chiesa in uscita”.

Il Salmo richiama tre verbi che caratterizzano l’atteggiamento del povero e che ci chiedono di essere una “Chiesa povera, con i poveri”: gridare, rispondere, liberare. Tre termini estremamente attuali e carichi di intensità nel periodo che stiamo vivendo. Il passaggio fondamentale è stare dalla parte dei poveri diventando noi stessi poveri, cioè entrando in sintonia, in amicizia, con loro. È dunque un messaggio che riguarda noi stessi, siamo invitati a farci inquietare da questo Vangelo annunciato ai poveri e che ci chiede di cambiare stili di vita, il nostro modo di essere, di attraversare l’indifferenza. La Beatitudine della povertà va vissuta profondamente come dimensione contemplativa imparando anche ad andare “controcorrente”, come ci spiega ancora il Pontefice nella “Gaudete et exsultate“. Ripeto,

questa Giornata non è elencare tutte le iniziative di soccorso, ma occasione per una consegna impegnativa, dove il nostro essere Chiesa si fa richiesta imperativa e urgente di ascoltare il grido dei poveri, in un tempo in cui i poveri sono senza voce e senza potere, dove sono addirittura “scarti”,

come li definisce Papa Francesco nella “Evangelii gaudium“. Ecco pertanto che tutto lo straordinario patrimonio di umanità e solidarietà che nasce dal Vangelo deve far trasparire questa dimensione spirituale profonda e contemplativa. La Chiesa diventa perciò una realtà che sta in questo mondo, non come una Ong, ma come importante laboratorio di condivisione dove è possibile cogliere la testimonianza evangelica. È con questo impulso, ad esempio, che abbiamo fatto nascere le Reti della carità, un insieme di realtà impegnate a riconoscere valore e dignità agli ultimi, condividendo con loro sofferenze e speranze.

Ascoltare il grido dei poveri vuol dire rispondere.

Anzitutto contrastando il sentimento di indifferenza e di rassegnazione. Si tratta non solo di consolare, ma di fare un tratto di strada con loro, come ci insegna la stessa parabola evangelica. Essere Chiesa che ascolta il grido dei poveri e pregare con loro è possibile se frequentiamo le tante situazioni di povertà, che sono complesse e che non sono solo quelle degli immigrati. Sofferenza psichica, solitudini, abbandoni, rottura dei legami e di reti amicali di prossimità sono altrettante emergenze che richiedono una cultura della solidarietà vivace e appassionata. Dobbiamo in questo senso contrastare, come ci richiama sempre il Papa, quella cultura che ci fa accudire oltremodo noi stessi pensando che un gesto di altruismo possa bastare. Questo invito a comprometterci direttamente ci interroga e richiama ancora una volta a una conversione degli stili di vita. Appassionare alla vicenda dei poveri non è una ossessione, ma una sfida antropologica che riguarda l’annuncio del Vangelo, quella evangelizzazione per attrazione che si può fare a tutti, nella universalità, proprio se facciamo nostro il grido dei poveri come comunità di discepoli che sa incontrare, giorno dopo giorno, un Gesù povero, sconfitto e svuotato della sua onnipotenza. Il verbo liberare ci restituisce infine il tema della dignità da cui si evince che la povertà non è cercata, ma creata da “egoismo, superbia, avidità, ingiustizia”, per ricorrere ancora alle parole di Francesco. Pertanto, nel clima di rancore che viviamo, nel tempo in cui si affermano slogan come “Prima gli italiani”, dobbiamo ribadire che tutto ciò non appartiene alla formazione di un credente e che dobbiamo impegnarci per risvegliare le nostre comunità dalla deriva dell’indifferenza.

(*) presidente Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani” di Milano

 

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