La festa di Ognissanti e lo strabismo di fede

Tutti i Santi indica quella moltitudine, dal primo Adam all’ultimo che, segnato il loro percorso terreno con tutto il loro essere, ormai si trovano trasparenti, per Suo Dono, alla Luce e all’Amore del Padre. Tutti i morti… pure… ma siamo noi, ancora qui che non dobbiamo soffrire di strabismo ma dobbiamo acuire la nostra vista, saperla collocare in un mistero, i Santi, che illumina l’altro mistero, i Morti. La pena e il dolore dello strappo da persone amate (e soprattutto da noi stessi!) allora acquista un altro sapore e possiede una carica che sa percepire una dinamica nuova, immutabile e sempre più nuova nell’infinita novità della vita Trinitaria. Con i nostri due occhi, non abbandonati ad uno strabismo filosofico o almeno riflettente, ma coordinati da una fede riflessa e ancorata alla Parola, possiamo sostare prima su di un mistero o poi sull’altro

Spesso mi chiedo se soffro (o se tutti soffriamo) di un certo strabismo spirituale. La nostra vista con i suoi due occhi non riesce a penetrare correttamente nel mistero del lasciare le dimensioni cui siamo assuefatti e acquisirne altre, quelle definitive e immarcescibili.
I due occhi dovrebbero fissarsi sul nostro, proprio, pellegrinaggio terreno che si muove verso la Casa del Padre, verso l’incontro con Colui che è l’Altissimo, il Creatore, il Padre.
Indubbiamente siamo condizionati da quella filosofia che si respira oggi pur senza aver mai avuto il sentore di che cosa fosse filosofia… quell’aria che circola nel nostro mondo reale e virtuale. In quello scambio, via volti che si incontrano o via irreali scambi sui social, che influiscono sul nostro pensiero e, ancora di più, sul nostro agire e sulle sue scelte.
Gli influencer e le influencer non si muovono (si agitano?) proprio così, da persuasori occulti ben determinati nelle loro opzioni?
Dato primo, scontato e certo.
Esiste però anche un dato secondo, legato all’immaginario che si crea con la fede e che non riesce a smuoversi da alcuni stereotipi ormai ben radicati.
Nulla che puzzi di eresia. Molto che non sappia però di vero incontro con Colui che ci attende.

Quando è giunto il momento che tutti ci attende e che, in concreto, ci dice che la vicenda esistenziale che da noi percorsa è giunta al suo traguardo, dobbiamo interrogarci seriamente: chi sto divenendo? Quale passo sto compiendo?

Detto con poche e austere parole: sono un cadavere, cioè un morto.
Da qui la cura degli antenati, cioè di chi già è trapassato, con tutte le giravolte linguistiche per non dire: è morto, è morta.
Da qui, l’ovvio dolore che sgomenta chi resta: dove sarà? Come posso entrare in comunicazione? Davvero tutto si è concluso?
Eppure, si potrebbe percorrere un altro filone di pensiero.
Abbandono le mie dimensioni ben conosciute, quelle che il mio sacco di pelle delimita, quelle che la mia mente conosce e che il mio sentire accoglie, patendo o gioendo.
Ne assumo altre? Per chi crede, sì, sono altre.
Se vibro dentro di me dal desiderio di amare e di aver amato, con tutti i confini possibili e constatabili legati alla mia finitezza e ai miei limiti, questo slancio d’amore si incontra con lo slancio d’amore, di Colui che è Amore e mi ha creato.
Non avviene fuori dal tempo e dalla storia?
Come faccio quindi a scindere, se tempo e storia non esistono più?
Avrei un occhio rivolto alla storia e un occhio rivolto all’incontro…
Strabismo di fede.

L’incontro con il Padre libera da ogni condizionamento, purifica da ogni errore riconosciuto, rigenera a vita nuova.

Ecco balzare quindi un vivente.
Da un cadavere (un occhio….) una persona vivente…(due occhi).
Alchimia di grazia, di dono, di vita perenne che non conosce né alba né tramonto ma Luce perenne.
I viventi ormai sono slegati dalla storia di ciascuno e ciascuna di noi, eppure ci sono prossimi, vicini se li invochiamo.
Come allora poter ricordare liturgicamente prima i Santi e poi i morti?
Non sono tutti viventi?
Si tratta di arte pedagogica, arte liturgica.
Tutti i Santi indica quella moltitudine, dal primo Adam all’ultimo che, segnato il loro percorso terreno con tutto il loro essere, ormai si trovano trasparenti, per Suo Dono, alla Luce e all’Amore del Padre.
Tutti i morti… pure… ma siamo noi, ancora qui che non dobbiamo soffrire di strabismo ma dobbiamo acuire la nostra vista, saperla collocare in un mistero, i Santi, che illumina l’altro mistero, i Morti.
La pena e il dolore dello strappo da persone amate (e soprattutto da noi stessi!) allora acquista un altro sapore e possiede una carica che sa percepire una dinamica nuova, immutabile e sempre più nuova nell’infinita novità della vita Trinitaria.
Con i nostri due occhi, non abbandonati ad uno strabismo filosofico o almeno riflettente, ma coordinati da una fede riflessa e ancorata alla Parola, possiamo sostare prima su di un mistero o poi sull’altro.
Rendendo grazie a Colui che ci attende insieme con tutti coloro che ci hanno preceduto.

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