Giuseppini del Murialdo, parla il nuovo padre generale. P. Locatelli: “Essere più presenti nell’azione preventiva, non solo curativa”

Nato a Terno d’Isola (Bergamo) il 6 aprile 1951, padre Locatelli ha professato per la prima volta nella congregazione il 29 settembre 1968 ed è stato ordinato sacerdote a Viterbo il 17 marzo 1979. Succede a padre Mario Aldegani, rimasto in carica per due sessenni ed ora eletto superiore della provincia argentino-cilena, ed è così l’undicesimo successore di san Leonardo Murialdo alla guida dei Giuseppini, una congregazione nata a Torino nel 1873 a servizio dei giovani poveri e del mondo del lavoro, a cui oggi appartengono 516 confratelli, sparsi in 105 case, presenti in 16 Paesi del mondo

Il XXIII capitolo generale della Congregazione di San Giuseppe-Giuseppini del Murialdo, riunito a Quito (Ecuador) nel giugno scorso, ha eletto il nuovo superiore generale, padre Tullio Locatelli. Nato a Terno d’Isola (Bergamo) il 6 aprile 1951, padre Locatelli ha professato per la prima volta nella congregazione il 29 settembre 1968 ed è stato ordinato sacerdote a Viterbo il 17 marzo 1979. Dopo i primi anni di ministero nel Seminario minore di Valbrembo, insegnando anche nel seminario di Bergamo, è stato vicedirettore e rettore dell’Istituto Filosofico Teologico San Pietro, eletto vicario generale della Congregazione (1994-2006), superiore della Provincia italiana (2006-2012) e consigliere e segretario generale (2012-2018). Padre Locatelli, che succede a padre Mario Aldegani, rimasto in carica per due sessenni ed ora eletto superiore della provincia argentino-cilena, è così l’undicesimo successore di san Leonardo Murialdo alla guida dei Giuseppini, una congregazione nata a Torino nel 1873 a servizio dei giovani poveri e del mondo del lavoro, a cui oggi appartengono 516 confratelli, sparsi in 105 case, presenti in 16 Paesi del mondo. Abbiamo incontrato padre Tullio nei giorni scorsi durante nella sua prima visita da padre generale a Torino (il Murialdo presso il Collegio Artigianelli, Casa Madre dei murialdini, ha fondato la congregazione di San Giuseppe), durante le feste patronali presso il santuario-parrocchia di Nostra Signora della Salute dove di venerano le spoglie mortali di san Leonardo.

Padre Locatelli, in mezzo secolo di vita religiosa lei ha sperimentato tanti aspetti del ministero sacerdotale nella sua congregazione, da quello pastorale, all’insegnamento in seminario e poi rettore del vostro Istituto teologico fino alla responsabilità della Provincia italiana e segretario generale, visitando tutte le vostre comunità in America Latina, Africa, India e Stati Uniti. Cosa significa oggi essere sacerdote e religioso giuseppino?
La Congregazione giuseppina oggi ha una grande sfida: sentirsi una sola famiglia grazie al carisma di san Leonardo Murialdo ed incarnare tale dono dello Spirito in 16 nazioni diverse. È un processo di incarnazione, di inculturazione. Non siamo esenti dalla fatica di riconoscere (cioè di fare nostra la realtà nella quale siamo immersi), di interpretare (fare della realtà giovanile una lettura alla luce del Vangelo e delle scienze umane), di scegliere (siamo chiamati a fare discernimento in vista di una scelta pensata ed attuata come risposta ad un bisogno).

Il punto di partenza non siamo noi: sono i giovani;

meglio questi (qui e adesso) giovani che il Signore oggi ci affida. Nel Capitolo Generale ultimo abbiamo parlato molto di discernimento comunitario: è una scelta culturale e spirituale insieme, è un modo che vorremmo fare nostro nel porci di fronte alle sfide del mondo giovanile.

Giusto 50 anni fa, nel Sessantotto, lei ha emesso i primi voti religiosi, in un’epoca il cui il mondo giovanile era attraversato da grandi fermenti. Che cosa significa oggi essere alla guida di una congregazione nata per servire i giovani, e i giovani più poveri? 
Nel 1968 avevo 17 anni, avevo appena finito il noviziato e iniziavo come professo di voti temporanei la mia vicenda da giuseppino. In noviziato i padri ci leggevano dei brani tratti dai documenti conciliari. Non saprei dire che cosa veramente comprendessi. Di sicuro c’era un’aria ricca di speranza, si parlava di nuova Pentecoste della Chiesa; si sperava in una rinnovata fioritura vocazionale alla vita sacerdotale e religiosa; noi stessi venivamo da seminari minori pieni di ragazzi e costruiti da poco tempo. Ciò che succedeva fuori delle mura della comunità di formazione era da noi pochissimo conosciuto; pensandoci ora ricordo che sentivamo giudizi moralistici su i giovani dei quali adesso molti erano diventati “cattivi”; nulla sulle cause di un mondo in cambiamento. Nel 1969 si fece il capitolo generale straordinario e anche la congregazione dei Giuseppini del Murialdo iniziò un tempo di riflessione e di rinnovamento. Oggi, a 50 anni di distanza, sento il desiderio di mantenere quello spirito di speranza, di fiducia, di ragionare sul presente guardando il futuro. Dentro i cambiamenti, da interpretare e da gestire, rimane fermo un carisma, cioè un atteggiamento fondamentale, che parla di attenzione, ascolto, prendersi cura dell’altro, di essere accanto al giovane in un mondo che cambia. Credo che gran parte del mio servizio stia qui: accanto ai confratelli che sono un segno di speranza e di fiducia per tanti giovani, con “umiltà e carità”, le virtù caratteristiche dei Giuseppini del Murialdo.

La congregazione del Murialdo è profondamente radicata nel territorio italiano – per nascita, per tradizione ma anche per precisi motivi di servizio alle persone. Con quali idee e quali linee i Giuseppini intendono rapportarsi alla realtà italiana, e a quella torinese in particolare, visto che a Torino la congregazione è nata e cresciuta ed è ancora presente con opere molto significative?
Mi pare che ci siano alcune indicazioni di cammino molto importanti. I Giuseppini sono prima di tutto educatori e come tali sono evangelizzatori: non si tratta di un dualismo, di un prima e di un dopo, si tratta di educare evangelizzando e di evangelizzare educando. Ci poniamo a servizio della vocazione del giovane; oggi, forse più di ieri, educare è aiutare a scoprire che cosa il Signore vuole da ciascuno. Il giovane che appartiene ad una comunità (civile-sociale-ecclesiale) va educato nella e con la comunità: il giuseppino ha il compito di coinvolgere la comunità nell’opera educativa dei giovani.

L’opera educativa è promotrice di cambiamento sociale se è “inclusiva”, capace di coinvolgere e promuovere tutti, a partire dai più deboli e dai più poveri.

Detto questo, gli strumenti possono essere tanti; la tradizione giuseppina ci ha consegnato soprattutto questi: la scuola, la parrocchia, il centro di formazione professionale, l’oratorio, l’accoglienza di minori, ecc. Le nostre opere sono una grande opportunità per il servizio educativo, ma oggi vanno interpretate e vissute “in uscita”, direbbe papa Francesco. Non possiamo aspettare che i ragazzi vengano, occorre uscire ed andare incontro. Mi viene in mente il Murialdo con il campanello in mano che, lungo il Po chiamava i ragazzi all’oratorio. Mi piacerebbe sapere che qualche giuseppino stia sulle rive del Po, e su tante altre sponde, per parlare, dialogare, aiutare, consolare, invitare…

San Leonardo Murialdo, con don Bosco e gli altri santi sociali torinesi diedero “speranza di vita” con le loro opere a migliaia di giovani fragili e poveri della Torino dell’800 che ha molte similitudini con la Torino di oggi dove, accanto a tanti ragazzi (i neet) che non hanno aspettative dalla vita, la disoccupazione giovanile sfiora il 40 %. Cosa farebbe il Murialdo per dare speranza ai giovani torinesi del 2018? O quale “comunicazione lancerebbe”, lui che aveva per motto “fare e tacere”?
Il “fare e tacere” del Murialdo è da intendere bene. Da una parte non si voleva esporsi troppo di fronte ad uno Stato non sempre benevolo con le Istituzioni della Chiesa. Dall’altra vi era la consapevolezza che tutto fosse Provvidenza e che quindi il tacere era un invito a riconoscere prima di tutto l’opera di Dio e a Lui rendere grazie. Oggi siamo chiamati a trovare strade nuove a fronte di nuove povertà. La vera fedeltà al Murialdo sta in questo rinnovamento del nostro operare e nello stesso tempo mantenendo il nostro “stile” di essere presenti da “amici, fratelli e padri” in mezzo ai giovani. La nostra forza comunicativa sta qui, soprattutto: nell’essere presenti. Questo permette di aiutare il giovane a trovare senso, a maturare una vocazione, a saper guardare il futuro con speranza. Ma anche questo non basta. Stanno nascendo forme di cooperativa, di associazionismo, di strutturazione di processi di avvio al lavoro e alla piccola imprenditoria, nella prospettiva di rendere il giovane costruttore del proprio futuro. È una bella sfida perché si realizza in un mondo dominato da logiche che non sempre favoriscono l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Accanto all’educare e al formare, occorre l’abilitare, cioè dare strumenti per inserirsi da protagonisti nella società.

San Leonardo diceva che “per ogni oratorio che si apre si chiude un carcere”. Il vostro capitolo XXIII generale svoltosi a Quito aveva come tema, in vista del Sinodo del giovani: “In cammino con i giovani e in ascolto di un modo che cambia, annunciamo la gioia del Vangelo nella condivisione del carisma”. Come si tradurrà questo impegno accanto ai giovani nelle 105 vostre comunità, tenendo conto delle realtà diverse dei 16 paesi nel mondo dove siete impegnati?
L’elemento fondamentale è creare un atteggiamento di vero ascolto delle persone e delle situazioni. È un atteggiamento da fare proprio a livello personale e comunitario. Da qui parte il discernimento in vista delle scelte. In India due anni fa abbiamo iniziato una “Family House”, una struttura per ragazzi che hanno famiglia ma che hanno bisogno di essere seguiti durante tutto il giorno. Non è un collegio e nemmeno una casa di accoglienza aperta giorno e notte; si potrebbe dire che permette una azione di accompagnamento di alcuni ragazzi che la famiglia fa fatica a seguire e quindi possono essere a rischio. A Ibotirama in Brasile c’è una struttura simile: permette di aiutare le famiglie ma di non togliere a loro la possibilità di seguire i figli ed esercitare la loro responsabilità di genitori.

A noi sembra importante creare delle opere per i ragazzi e i giovani che non siano chiuse, ma aperte alla collaborazione delle famiglie, soprattutto; che siano collegate in rete con le agenzie (scuola, parrocchia, oratorio, ecc.) che sul territorio possono essere di supporto. C’è anche un’altra scelta: essere più presenti nell’azione preventiva, non solo curativa.

Per questo vale ancora la parola del Murialdo, ricordata nella domanda. Per quanto riguarda l’oratorio la Conferenza episcopale italiana ha scelto alcuni oratori sul territorio nazionale per una sperimentazione di un oratorio “nuovo”. Uno degli oratori scelti è quello giuseppino di Torino, presso la Chiesa della Salute.

L’ultima comunità giuseppina in ordine di tempo è stata aperta nel 2014 in Nigeria, un Paese con grandi potenzialità di sviluppo ma dove la povertà, la corruzione, lo sfruttamento delle multinazionali e gli attacchi alle comunità cristiane tolgono speranza ai giovani. Perché la Nigeria?
Ogni anno ci sono diverse richieste sia in Italia, come da altre nazioni, da vescovi che chiedono la presenza dei Giuseppini; purtroppo le risposte che possiamo dare sono molto limitate. In Nigeria si è iniziato per dare risposta al fatto che alcuni giovani nigeriani erano stati accolti in Ghana e avevano iniziato con noi il loro cammino di formazione religiosa e sacerdotale. Dunque avevamo confratelli nigeriani, ma i Giuseppini non erano ancora presenti in Nigeria. L’aver poi scelto di aprire una casa di formazione ad Ibadan, in Nigeria, è stato del tutto ovvio, era anche un senso di restituzione di quanto stavamo ricevendo in termini vocazionali. Tra l’altro: abbiamo già confratelli che vengono dal Benin, nazione nella quale i Giuseppini non hanno nessuna presenza. L’animazione vocazionale si è verificata grazie ad un “passaparola” che ha coinvolto un numero di giovani sempre più crescente. Ora si sta pensando di realizzare un’opera socio-educativa, con spazi per attenzione ai ragazzi più deboli, per un servizio sanitario e di accoglienza dei ragazzi più poveri. Il terreno c’è già, il progetto anche, la Provvidenza non ci ha mai abbandonato. Siamo consapevoli di essere in una nazione con tanti problemi; spesso arrivano notizie poco rassicuranti perché la violenza è grande e diffusa. È una bella sfida nella periferia di un mondo che spesso fa diventare legge la forza violando sistematicamente i diritti fondamentali delle persone. Vorremmo portare la buona notizia che ogni persona ha diritto al rispetto e a trovare le condizioni della sua crescita umana e religiosa. Non è poco, ma ci proviamo.

Il cardinal Carlo Maria Martini, torinese come il Murialdo, a chi gli chiedeva quale deve essere il ruolo della Chiesa nel terzo Millennio rispose: “La Chiesa deve consolare, ascoltare”. L’impressione, talvolta, è che per trovare nuove strade di evangelizzazione ci si mischia con i meccanismi mondani perdendo di vista l’essenziale. Quale secondo lei il ruolo della Chiesa oggi?
La Chiesa ha il compito di incarnare oggi la stessa missione di Gesù: annunciare la misericordia di Dio che è Padre. E’ il tema fondamentale cui ci richiama la predicazione di papa Francesco; è il centro del nostro carisma. Nel passare del tempo tale missione può assumere metodi ed espressioni nuove, in dialogo con la cultura del proprio tempo, ma la Chiesa sa che deve comunque annunciare il Vangelo. È stato chiesto al direttore di Civiltà Cattolica quale fosse la novità di papa Francesco. Rispose: “Nessuna! Annuncia il Vangelo”.

Le strutture e le organizzazioni sono necessarie, ma esse sono al servizio della evangelizzazione.

Chi evangelizza attraverso la scuola, l’ospedale, le case famiglia, gli oratori, sa quanto sia difficile evitare alle volte che tali strutture non siano più trasparenti rispetto al messaggio e al fine di un carisma spirituale ed apostolico. Non si tratta di cattiva volontà, piuttosto è da mantenere un giusto equilibrio tra le esigenze di carattere legislativo (si pensi all’aspetto amministrativo) e il cuore, l’animus che ha fatto nascere quell’opera. Ricordo come i nostri primi Giuseppini fossero preoccupati di avere la “patente magistrale” per poter insegnare. A me giovane sacerdote è stato chiesto di laurearmi e di abilitarmi, per essere poi inviato nella scuola. C’è anche un altro fatto che oggi incide molto sulle nostre organizzazioni: il bisogno di organizzarsi tra una giusta autonomia locale e l’unitarietà di una direzione centrale. Qualche volta si sente la fatica per mantenere questo equilibrio e spesso ci si chiede se, per “Fare bene, il bene”, come ci chiede il Murialdo, riusciremo a rimanere sul campo.

Tra i molti suoi impegni in questi decenni c’è quello di storico della congregazione, con particolare attenzione alla figura di San Giuseppe. Cosa è ancora vivo nel carisma della vostra congregazione della spiritualità del padre terreno di Gesù?
Da alcuni anni lavoriamo insieme alcune congregazioni maschili e femminili che si riconoscono nella spiritualità giuseppina. Credo che ci siano almeno quattro indicazioni che tale spiritualità suggerisce: l’essere con umiltà a servizio di Gesù adolescente, oggi servito in ogni ragazzo povero; riconoscere la dignità del lavoro, sempre, anche in quello più umile; avere uno stile che sa coniugare la discrezione con l’impegno pubblico; un annuncio del Vangelo senza “gridare”. Una spiritualità sempre da rifondare, da richiamare, specie per quegli aspetti che contiene in controcorrente alla cultura dominante. San Giuseppe è anche esemplare per il cristiano adulto nella fede. Il suo modo di rapportarsi alla volontà di Dio, il suo stile fatto di ubbidienza, il suo vivere quotidiano ed ordinario con Gesù e Maria, sono fonte di una esemplarità che anche oggi interpella chi della fede vuole fare il fondamento della propria vita. Qualche volta penso che san Giuseppe abbia vissuto “ante litteram” il Vangelo: “sono venuto per servire, non per essere servito”; “alla fine dite: siamo soltanto servi”; “beati i i miti”… Credo che queste caratteristiche facciano parte della nostra tradizione spirituale ed apostolica.

San Leonardo Murialdo, rettore per 30 anni del Collegio Artigianelli di Torino, dove accoglieva centinaia di orfani da sfamare con poche risorse e molti debiti, nei momenti più difficili, andava a chiedere l’elemosina per i suoi ragazzi con un bussolotto davanti al santuario della Consolata e, di notte, i suoi collaboratori lo trovavano sfinito in preghiera disteso sul pavimento della cappella del Collegio davanti al Santissimo… E’ ancora questo lo stile del Giuseppino del Murialdo?
È sempre difficile imitare i santi, tuttavia anche oggi per rimanere fedeli al carisma lavoro e preghiera, fatiche e problemi, gioie e apprensioni, si mescolano nella giornata del Giuseppino del Murialdo. Più di ieri abbiamo coinvolto i laici nel nostro apostolato nella convinzione che il carisma murialdino può animare una comunione di vocazioni, che noi chiamiamo Famiglia del Murialdo, che mentre vive della medesima spiritualità la incarna secondo il proprio stato di vita: sacerdote, religioso/a, consacrato/a, laico/a. Credo che questa sia la risorsa più grande sulla quale si scommette molto del nostro futuro. Un carisma capace di coinvolgere, che da collaboratori rende corresponsabili, che pone laici e religiosi insieme di fronte alle sfide del mondo di oggi. Siamo all’inizio di un nuovo tratto della nostra storia: vogliamo essere fedeli al passato senza che esso diventi una remora per il presente, guardiamo fiduciosi al futuro per il quale facciamo oggi scelte che speriamo sappiano di profezia. Di certo con l’aiuto di san Giuseppe.

 

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